“Diversamente amabili” di Nunziatella Cavalieri, la voce dell’umanità scartata: i “senza dimora”

A Tremestieri Etneo, a cura della Confraternita del “Santissimo Sacramento” e della parrocchia “Santa Maria della pace”, si è tenuto un interessante incontro sui Diversamente amabili: chi sono e perché”, in occasione della presentazione dell’omonimo libro.

Erano presenti: il parroco, sac. Salvatore Scuderi, assistente spirituale della Confraternita ha rivolto un iniziale indirizzo di saluto e ringraziamenti finali, la professoressa Pina Fazzio, presidente della Confederazione delle Confraternite dell’Arcidiocesi di Catania che, oltre ai saluti, ha offerto delle acute riflessioni sulla misericordia, l’autrice del libro, Nunziatella Cavalieri, e la lettrice, Mirella Giardina, entrambe volontarie presso la “Casa Dono di Gioia” di Catania, delle Suore Missionarie della Carità di Santa Teresa di Calcutta.

Il volume è stato magistralmente presentato dal governatore della Confraternita, dottor Vincenzo Caruso -medico cardiologo pediatra ematologo- che è riuscito a trasmettere ai presenti le sensazioni e i sentimenti che si provano scorrendole pagine del libro nelle quali è racchiuso il dolore, lo sgomento, la disperazione, ma per fortuna anche la speranza di tanti nostri sfortunati fratelli.

Si riporta la toccante presentazione del dott. Caruso

Diversamente amabili è il libro di Nunziatella Cavalieri, edito da Europa Edizioni di Roma (dicembre 2014), già presentato in occasioni simili e tra queste, mi piace ricordare, quella tenuta presso la biblioteca civica “Riccardo da Lentini”, di Lentini, città natale dell’autrice.

Nunziatella Cavalieri, ora residente a Catania da oltre trent’anni , fa parte dei “volontari del lunedì”, gruppo di amiche e di amici che prestano la loro opera presso la Casa delle Suore di Madre Teresa di Calcutta a Catania, per la preparazione dei pasti agli abituali frequentatori.

Io ho avuto il dono, grazie a mia moglie Concita,  di averli incontrati, condividere l’esperienza di volontariato e di preghiera con loro, anche se sparutamente, e con le stesse suore di Madre Teresa. Del gruppo fa parte anche Mirella Giardina che leggerà due storie raccontate nel libro, tra le 21 storie descritte in 147 pagine. Niente prefazione, nel volume, di un autore o cultore di lettere o di altra materia. Solo storie intercalate da 20 citazioni di donne e uomini di Chiesa, come Madre Teresa di Calcutta, Raniero Cantalamessa o il Patriarca Atenagora, di laici come Fabrizio De Andrè e Giorgio La Pira.

Diversamente amabili  si legge tutto d’un fiato, anche se occorrerebbe  dare più tempo alle parole e alle storie raccontate dai tanti personaggi, italiani e non, dell’est-Europa e del nord-Africa,  frequentatori della mensa e di “senzatetto”. Storie nate da appunti, come di un diario, che l’autrice ha raccolto e trascritto per dare voce a quella parte di umanità scartata, sola – che la solitudine è spesso la più grande povertà, come dicono alcuni dei protagonisti! -, vagabonda, che si trascina la coperta per ripararsi dal freddo della notte o l’immancabile “sacchetto di plastica” contenente quel poco e niente che si ha e che viene, tante volte, “rubato”, certamente per necessità, da altri “poveri”.

Storie da leggere per vedere in faccia, come dal vivo, la realtà che spesso si finge di non vedere perché fa male quando è calpestata la dignità della persona  umana. Storie intrise di vissuti particolari del luogo di origine, colorite dal linguaggio e dalle parlate locali, in cui – e per fortuna – si fanno luce anche gesti di speranza, come quando avviene lo “scambio” di un qualche oggetto fra i personaggi delle varie storie, oggetti anche insignificanti e di poco valore, a suggellare il senso di solidarietà che ancora sopravvive nell’animo umano e il comune anelito di amore per la vita.

L’intento dell’autrice, in fondo, è proprio quello di dare voce a chi voce in questa  società non ha, ma anche di sollecitare alla riflessione e, in ultima analisi, le coscienze dei lettori a guardare con occhi nuovi questa particolare fetta di umanità che ci sta vicino e, attraverso le significative citazioni introduttive ad ogni storia che la Cavalieri prende in prestito da autori vari, creare ancora semi di speranza, oggi, per un futuro migliore.

Dunque, nel libro si parla dei “senza tetto” o, per dirla più correttamente, dei “senza dimora”, perché il tetto potrebbero anche averlo, almeno starci,  durante la notte, che comunque non è sempre lo stesso. In termini moderni li chiameremo “barboni” o “clochard”(che possiamo tradurre, con la Treccani, mendicante, vagabondo). Noi li chiameremo con Papa Francesco, “persone socialmente escluse” e con l’Autrice persone “diversamente amabili”.

Una fotografia di quanto stiamo dicendo, e del nostro abituale modo di vedere e sentire la realtà che ci troviamo di fronte, ci viene offerta dalla prima parte di una storia raccontata nel libro, anticipando così – solo per necessità introduttiva – le letture che poi farà Mirella.

“Io mi chiamo Giovanni e volevo raccontare che ieri mattina stavo passando davanti a una chiesa della via Umberto con Manuela, la mia fidanzata, e mentre che uscivo un foglio dalla tasca mi è caduta la chiave di casa. Io non me ne sono accorto, ma davanti alla chiesa c’era una di queste che chiamano rom, che vanno chiedendo l’elemosina per le strade. Questa , visti a chiavi che mi cascò in terra, la pigliò, mi chiamò, che veramente io pensai che mi stava assicutannu per chiedermi l’elemosina, e me l’ha data. Io ci resi due euro. Certo che ora ci ho potuto dare qualcosa, anche per ringraziarla, ma sei mesi fa mancu un centesimo ci avevo e e se è per questo neanche la chiave avissu avuto. Ho pensato di comu mi finiu che a quarant’anni, diventai sensibile quando vedo questa gente per la strada che domanda soldi, che dorme unni capita o nelle baracche. Perché ora lo so che cosa vuole dire a trovarsi in questa situazione. Prima manco per la testa mi passava di darici qualche cosa a questi che chiedono l’elemosina e magari mi davano fastidio a vederli strada, strada. Anzi pensavo che se la passavano boni, che invece di andare a lavorare, domandavano …”.

Non ho, perché non li ho cercati, i numeri, le cifre di quanti sono questi uomini e donne, giovani e vecchi “socialmente esclusi” nella città di Catania. Bisognerebbe chiedere alla Prefettura, alle organizzazioni no profit. Penso che siano tanti, come dimostrano non solo le storie raccontate nel volume ma anche i tanti centri di accoglienza anche solo per l’offerta di un pasto caldo, come avviene nella mensa della Caritas, in piazza Stazione, o nella Locanda del Samaritano, in via Santa  Maddalena, o nella parrocchia Crocifisso dei Miracoli, in via Umberto, o nella stessa casa delle suore di Madre Teresa, in via  Giuseppe Verdi (e ho citato solo i centri “cattolici” di cui sono a conoscenza, ma ne esistono altri di centri laici o di organizzazioni governative onlus).

Entrando nel merito del volume di Nunziatella Cavalieri, vorrei evidenziare alcuni punti-chiave che offro alla riflessione comune. Tre, anzi quattro punti.

Primo: Ogni racconto, ogni persona finisce la sua storia nell’incontro con un’altra storia, un’altra persona, spesso di un paese, di una nazionalità diversa. Si realizza così un ponte, una continuità di storie, un “abbraccio” umano fra tutte le storie che, alla fine, costituiscono un’unica storia, quella della persona “povera”, abbandonata, sola, senza dimora, appunto “socialmente esclusa”!

Secondo: Il punto cruciale di questo passaggio, da una storia all’altra, è un dono, anche banale o anch’esso “povero”, insignificante: un sacchetto di plastica, una merendina, un pacco di fazzolettini, un rossetto/ombretto, anche pochi soldi (per poter comprare un biglietto per il pullman). E’ uno scambio di parte di sé, un dono che puntualmente viene nella semplicità ricambiato con un altro dono, che in realtà è soprattutto la conoscenza, l’amicizia – se vogliamo essere più chiari – dell’altro, di un altro da sé, per ridurre la solitudine di ciascuno.

Terzo: La solitudine e la mancanza di affetto accomuna tutti i protagonisti. Sono conseguenza di “scelte sbagliate”, come tanti hanno avuto il coraggio di ammettere, di situazioni purtroppo ormai così frequenti che non ci scandalizzano più, come le separazioni matrimoniali, l’abbandono anche da parte dei genitori o la scelta di andare fuori paese, dalla propria nazione, per trovare lavoro e inviare denaro ai propri familiari rimasti nel paese di origine (Africa, Romania, Moldavia, ecc.).

Quarto: Lo sfruttamento di questi uomini e donne da parte dei cosiddetti datori di lavoro. Tante storie dicono che alle tante promesse di salario, sempre sottopagato, “ti pagherò domani o la prossima settimana” e così per tanti giorni o settimane, alla fine c’è l’abbandono del lavoro da parte dei “lavoratori in nero”. Con la conseguenza che da una parte il datore di lavoro ne ha un profitto (perché ha avuto fatto il lavoro a costo zero) e dall’altra al lavoratore non è rimasta che la fatica e il sudore del lavoro fatto senza remunerazione, gratuitamente e cosa più grave, che deve ricominciare daccapo, perché senza lavoro e senza soldi per le necessità di ogni giorno. Sfruttamento su sfruttamento. E’ la schiavitù dei tempi moderni.

Le conclusioni le traiamo riportando le parole di Papa Francesco, quando ha incontrato i partecipanti al Giubileo delle persone socialmente escluse, nell’Aula Paolo VI (l’aula Nervi, per intenderci) il venerdì 11 Novembre scorso e poi con la Lettera apostolica di Papa Francesco a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia  “Misericordia et misera (al capitolo 20).

Al termine delle testimonianze di alcuni dei partecipanti (Christian, Robert e Etienne Billemaine), Papa Francesco dice: “Vi ringrazio di essere venuti a visitarmi. Ringrazio per le vostre testimonianze. E vi chiedo scusa se vi posso aver qualche volta offeso con le mie parole o per non aver detto le cose che avrei dovuto dire. Vi chiedo perdono a nome dei cristiani che non leggono il vangelo trovando la povertà al centro. Vi chiedo perdono per tutte le volte che noi cristiani davanti a una persona povera o a una situazione di povertà guardiamo dall’altra parte. Scusate. Il vostro perdono per uomini e donne di Chiesa che non vogliono guardarvi o non hanno voluto guardarvi, è acqua benedetta per noi; è pulizia per noi; è aiutarci a tornare a credere che al cuore del Vangelo c’è la povertà come grande messaggio, e che noi – i cattolici, i cristiani, tutti – dobbiamo formare una Chiesa povera per i poveri; e che ogni uomo e donna di qualsiasi religione deve vedere in ogni povero il messaggio di Dio che si avvicina e si fa povero per accompagnarci nella vita.

Che Dio benedica ciascuno di voi. Voglio fare una preghiera per voi, adesso. Voi rimanete seduti, come siete, e io farò la preghiera.

Dio, Padre di tutti noi, di ciascuno dei tuoi figli, ti chiedo di darci la forza, di darci la gioia, di insegnarci che ci insegni a sognare per guardare avanti, che ci insegni ad essere solidali perché siamo fratelli, e che ci aiuti a difendere la nostra dignità. Tu sei il padre di ciascuno di noi. Benedici noi, o Padre. Amen.

Da “Misericordia et misera”- Scrive Papa Francesco: “Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse” – celebrato il 13 Novembre 2016 – mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr. Mt 25, 31-46). Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr. Lc 16, 19-21), non potrà esserci giustizia né pace sociale. Questa Giornata costituirà anche una genuina forma di nuova evangelizzazione (cfr. Mt 11,5) con la quale rinnovare il volto della Chiesa nella sua perenne azione di conversione pastorale per essere testimone della misericordia”.

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