A colloquio con Francesco Randazzo, regista e drammaturgo siciliano: “Non posso vivere nella mia terra, ma ne vivo una nostalgia atavica, idealizzata…”

Francesco Randazzo (Maratona Cervantes - Biblioteca Vallicelliana di Roma, 2016)

Drammaturgo e regista, proviene dalla fucina di Giuseppe Di Martino, il più grande maestro di teatro che Catania abbia avuto. Successivamente ha studiato regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” a Roma ed è cresciuto alla scuola di Andrea Camilleri, suo maestro. Si è diplomato in Regia nel 1991. Stiamo parlando del siciliano Francesco Randazzo, uno degli autori più originali nel panorama teatrale italiano. Ha lavorato molto all’estero come regista e come autore, i suoi testi teatrali sono stati tradotti in spagnolo, ceco, francese e inglese e rappresentati in Canada, Usa, Croazia, Spagna, Francia, Cile. Nel corso degli anni oltre che per il teatro ha scritto e pubblicato racconti, romanzi, poesie. La letteratura è per lui una sorta di porto franco creativo, svincolato dal mondo teatrale. Parallelamente svolge attività didattica con corsi di recitazione, regia, drammaturgia e scrittura creativa, storia dello spettacolo, stages e conferenze per varie istituzioni pubbliche e private. E’ stato fondatore e direttore artistico della Compagnia degli Ostinati – Officina Teatro.

Francesco Randazzo (Ph. Antonio-Parrinello)

Abbiamo incontrato il drammaturgo e regista Francesco Randazzo alla nuova Sala Di Martino di Catania, che ha voluto visitare e nell’occasione ha riabbracciato il collega ed amico Elio Gimbo che gestiste la neonata struttura, residenza artistica del Gruppo Fabbricateatro. Con Randazzo abbiamo parlato dei suoi inizi, della sua terra, della passione per la scrittura, della crisi del mondo culturale e dei suoi prossimi impegni a teatro e come scrittore.

Ci parli  della sua terra…

“Il legame con la Sicilia è forte, seppure pieno di contraddizioni e contrasti, non è una terra facile, per usare un eufemismo; ma è impossibile staccarsene, né lo vorrei, sono piuttosto, come dico spesso, autoironicamente, un siciliano della diaspora, che non può vivere nella sua terra, ma che ne vive una nostalgia atavica, idealizzata, forse migliore della realtà, perché diventa una sorta di mitopoiesis personale”.

Cosa le ha dato e cosa le continua a dare la professione di regista e di drammaturgo…

“La possibilità di andare oltre me stesso, di conoscere persone, paesi, culture, le più diverse; il lavoro, spesso all’estero, mi ha aperto la mente e mi ha arricchito molto. Da questo discende poi, un senso di responsabilità, professionale e artistico, per tutto quel che faccio o tento di realizzare, scrivendo o facendo regie. Una responsabilità etica, intendo. Qualunque genere si affronti, commedia o dramma, che non sia solo un atto di mestiere per me e di passiva distrazione per il pubblico”.

“La dodicesima notte” (Como quieran) -Teatro Nacional Juvenil de Venezuela, Caracas 1997-Ramon Goliz-Sabas Malaver

Come è nata in lei la passione per il teatro e per la scrittura e quali ostacoli ha incontrato nell’intraprendere la sua attività?

“Credo come tutti, da ragazzo, facendo teatro dopo la scuola, scrivendo poesie per le ragazzine di cui avevo una cotta; ero, in realtà, più appassionato di astronomia e di musica, avrei voluto fare l’astrofisico o il direttore d’orchestra; invece dopo la maturità, feci l’audizione per la scuola del Teatro Stabile e Di Martino, che ne era il direttore, mi prese. Dimenticai tutto il resto, furono anni formidabili, seguiti da quelli in Accademia, dove oltre che studiare regia, fui invogliato a scrivere dal direttore Luigi Musati e da Andrea Camilleri, che insegnava regia, ma le cui lezioni erano una straordinaria girandola affabulatoria a tutto campo. Grazie a loro mi diplomai con un saggio di spettacolo su un mio testo, allora era un caso raro.

Gli ostacoli che ho incontrato sono tanti, ma perché parlarne? Fanno parte di quel percorso accidentato che ogni persona deve compiere per riuscire a realizzare i propri obiettivi. Dico solo che non è stato facile, continua a non esserlo, ma in fondo la vita è questo, no? Una sfida, un nobile agone, diceva Di Martino. Certo, oggi, di nobile c’è rimasto ben poco…”.

“Otello il nivuru di Mazzaria”, Teatro dell’Orologio, Roma, con Rossana Veracierta, Giovanni Carta, Dario Tacconelli, Cristina Colonnetti

Cosa vuole vedere, secondo lei, oggi lo spettatore a teatro?

“Qualcosa che lo faccia sentire meno stupido di quanto la politica, la televisione e certa incultura diffusa del web, facciano. A teatro vuole trovare qualcosa che lo interpelli come persona, che scommetta su di lui, sfidandolo ad essere migliore, sia piangendo che ridendo. Una catarsi che non lo assolva, né lo condanni, ma che lo spinga in avanti, a interrogarsi e tentare risposte, per la vita, per il mondo, per dare un senso a questo nostro esistere, che di per sé può essere un’abitudine stanca, passiva”.

Romanzo “Tu non lo sai da dove vengo”, Meridiano Zero Editore, 2015

Come ha cominciato ad avvicinarsi alla scrittura teatrale e attraverso quale formazione?

“Come ho già accennato, in Accademia, oltre a Camilleri avevamo insegnanti che erano persone di teatro ma anche scrittori, per citarne solo un altro, Giorgio Pressburger. E poi, in fondo, credo che la figura del regista, andando oltre la nozione di teatro di regia, si sia evoluta e si evolva, attraverso la figura del regista/autore, dell’attore/autore, le migliori espressioni teatrali contemporanee sono create da artisti di questo tipo”.

Cosa pensa del pubblico e dei giovani?

“Il pubblico non si giudica, anche quando non ci piace. Bisogna sforzarsi di attrarlo e spiazzarlo insieme, non è facile, spesso è rischioso, ma va fatto, è questo il senso vero, necessario, del teatro. I giovani sono sempre più sorprendenti di quanto normalmente non si creda. Io frequento molti  giovani perché insegno teatro e drammaturgia: sono sempre una delle più belle sfide che questo lavoro può darmi. Anche quando respingono, se sai trasmettere loro l’esperienza e il sapere che hai in forma viva e non pedante, sono pronti ad aprirsi ed essere recettivi e creativi, critici e propositivi. Le più belle soddisfazioni mi sono venute da loro”.

“L’asciugamano”, Teatro Nuovo Montevergini, Palermo – 2009, con Barbara Tabita e Filippo Luna

Quanto conta la bravura, il merito, la professionalità nel settore dello spettacolo?

Moltissimo dovrebbe, quasi nulla purtroppo. In questo nostro contorto paese possono essere persino un ostacolo. Di recente, non è stato un ministro a dire che conta di più con chi giochi a calcetto?

Dove va oggi il teatro, la scrittura e la nuova drammaturgia?

“C’è molto fermento creativo, a fronte di una stanchezza delle strutture tradizionali. Siamo in un’epoca in cui qualcosa sta morendo, ma qualcos’altro di vivo e potente sta nascendo. Essendoci dentro, da artista coinvolto in prima persona, non so dire, freddamente, come e cosa accadrà, ma sento che siamo ad un punto di trasformazione importante”.

“Notte segreta” al Teatro Musco, Catania – 2014, con Emanuela Trovato e Rossana Veracierta

Chi è Francesco Randazzo nella vita di tutti i giorni?

Una persona schiva, per niente amante della mondanità, vivo tra i miei libri e i miei affetti, amo cucinare, strimpellare musica, stare con mia moglie e mio figlio, frequentare pochi veri amici. Credo di essere un po’ in difficoltà fuori dal lavoro e nei rapporti sociali, probabilmente sono un Asperger…”.

Cosa pensa della crisi della cultura in Italia, in Sicilia e quali dovrebbero essere gli interventi per rilanciare l’intero comparto e per dare nuova linfa ai teatranti?

“Fuori la politica deteriore, le nomine clientelari, le ingerenze e i traccheggi. Finanziamenti certi, ma controlli sugli sprechi, detassazione e sponsorizzazioni esentasse. Invece di sfornare leggi e circolari provvisorie e mercantili, la politica dovrebbe creare strutture e opportunità, regole semplici e chiare, contribuire economicamente per lo sviluppo culturale e artistico tout court, sparire dai consigli d’amministrazione, sfoltire decisamente i baracconi clientelari che fanno costare i teatri cifre iperboliche anche stando fermi. Penso ad esempio al modello francese o a quello tedesco.  Se poi si regolasse tutto il settore contrattuale e previdenziale degli artisti, sarebbe un salto in avanti enorme, siamo una categoria di “paria” se si tratta di diritti”.

Randazzo, a destra, con il regista Elio Gimbo alla Sala Di Martino, a Catania

A Catania, tra tanta crisi delle sale teatrali, c’è anche chi vuole scommettere ed investire, come nel caso del suo amico e collega Elio Gimbo che, recentemente, ha inaugurato la nuova Sala Di Martino. Cosa pensa a tal proposito?

“Tutto il bene possibile, il rinnovamento passa proprio da queste sale e da questi gruppi, che a Catania hanno smosso le acque un poco smorte di una tradizione stanca e ripiegata su sé stessa. L’apertura di una sala teatrale dedicata a Di Martino, mi da molta gioia, bravo Elio ad averla aperta e intitolata al nostro maestro, ha sopperito alle amnesie istituzionali e ridato memoria viva ad un personaggio illustre che a Catania ha reso un altissimo servizio, artistico e pedagogico”.

“Una solitudine troppo rumorosa”, Teatro Musco, 2015 – Stefano Onofri e Luciano Fioretto

Che consigli da ai giovani che vogliono cimentarsi oggi, in Itali,a nel settore del teatro, che vogliono fare il regista, il drammaturgo o l’attore?

“Di non seguire i consigli. Ma studiate come matti, siate propositivi, scavalcate gli ostacoli, siate nomadi, generosi, umili ma testardi,  rompicoglioni e creativi: questo è il minimo che serve”.

Una particolare soddisfazione o delusione in questi anni di attività…

“Sono tante, in un senso e nell’altro. Ma preferisco guardare avanti….”.

“Alito e Calce”, Ensemble Edizioni, in uscita Maggio 2017 (poesie)

Un aneddoto, uno spettacolo, un testo, un incontro particolare che ricorda in questi anni…

“Ce ne sarebbero tanti di aneddoti, ma ne voglio dire uno che riguarda Di Martino. Poco tempo prima che morisse, venne a vedere un mio spettacolo ad una rassegna in un teatro di Catania, era il mio primo testo che presentavo qui, dopo l’Accademia. Era estate, faceva un caldo asfissiante. Venne a piedi, si sentì male, tornò a casa, prese dei farmaci, tornò in taxi. Dopo lo spettacolo sparì. L’indomani mi telefonò. “Lei è un romantico, Francesco, forse troppo per il mondo in cui viviamo. Vada avanti.” E chiuse. Ogni giorno è come se ricevessi quella telefonata”.

A cosa sta lavorando al momento, quali i suoi prossimi impegni?

“Tra poco a Roma, al Teatro Cassia, presenterò un recital “Malie della luna” con la mia drammaturgia su testi di Pirandello, del quale ricorre l’anniversario. Subito dopo andrò ad Algeri al Festival Culturel Européen per uno spettacolo concerto con l’Enseble Shuluq, su un mio testo “Il Viceré dell’isola ferdinandea”. Nel frattempo debutterà a Roma al Festival Inventaria, il mio “Pentesilea vs Achille” interpretato e diretto da una bravissima artista, Cinzia Maccagnano, per la quale l’ho scritto. Stanno anche per uscire due libri, uno di poesia e l’altro di racconti”.

Un sogno che vorrebbe realizzare…

La felicità di mio figlio”.

di Maurizio Sesto Giordano 293 Articoli
Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, collabora da oltre venti anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggi.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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