Speciale Sant’Agata d’agosto, l’edicola votiva al Rotolo, il dipinto di Roberto Rimini e la storia della “Fontanella”

Traslazione delle reliquie di Sant’Agata, dipinto di Roberto Rimini, sala consiliare del Comune di Acicastello
La lapide dedicatoria che si trova al centro nella rotonda-aiuola stradale di via Santa Maria del Rotolo angolo viale Alcide De Gasperi a Catania

L’Edicola votiva agatina della Traslazione al Rotolo

Al centro della rotonda-rotatoria del Rotolo, all’incrocio con il viale Alcide De Gasperi, a poca distanza dalla monumentale statua di S. Agata, scolpita e donata alla città dall’artista catanese Tullio Aceto, si trova una singolare edicola votiva ovvero una lapide marmorea dedicatoria agatina che ricorda e raffigura il rientro in patria da Cotantinopoli delle reliquie dell’amata protomartire catanese. Siamo nel momento in cui, il martedì 17 agosto 1126, i due soldati imperiali Goselino e Gisliberto accompagnati processionalmente da alcuni cittadini -uomini, donne e un bambino biancovestiti- consegnano ufficialmente la cassa reliquiaria proveniente da Acicastello (ultima tappa del viaggio di ritorno a Catania delle reliquie di S. Agata compiuto in quasi un mese dai due benemeriti soldati) al vescovo benedettino Maurizio in abiti pontificali (pastorale, piviale e mitria), a sua volta accompagnato dai due monaci Luca e Oldam, dell’abbazia vescovile S. Agata e canonici dell’omonima Cattedrale, e da fedeli anche loro vestiti di bianco e a piedi scalzi in segno di penitenza ma esultanti. Al centro della raffigurazione i ruderi della grotta-santuario della Traslazione (tempietto votivo agatino campestre S. Agata alle Xiare fuori le mura) così come la vide e la rappresentò in un celebre acquarello Jean Huel nel sec. XVIII. A sinistra la “Torre di Lognina” (la c.d. torre dei Saraceni, costruita nel 1548 sui ruderi del celebre maniero “Italion” di cui parla Diodoro Siculo), dove sorse l’abbazia basiliana con annessa chiesa di S. Maria in Ognina.

   La scritta dell’edicola-lapide votiva, prima sistemata nel sito esatto degli interrati ruderi del tempio votivo della traslazione tra le vie Calipso, Ginestre e Porto Ulisse, così recita: “Il 17 agosto 1126, in questi luoghi/ si svelarono benedicenti/ le gloriose reliquie di S. Agata/ provenienti da Costantinopoli./ In un immenso abbraccio/ il popolo genuflesso/ implorò misericordia./ Il vescovo Maurizio, massimo testimone qui innalzò/ il tempio della Traslazione/ che l’incuria degli uomini cancellò./ La pietà degli ogninesi/ in memoria pose. Addì 12 gennaio 1997. Dono del comitato dei festeggiamenti”.

 

Traslazione delle reliquie di Sant’Agata: il dipinto di Roberto Rimini

Ricorre il 57° anniversario del dipinto di Roberto Rimini -“pittore onesto e verghiano” lo definì Salvatore Nicolosi- raffigurante la traslazione delle reliquie di S. Agata ovvero l’arrivo della cassa contenente, conservate nei turcassi, le reliquie della protomartire, davanti al castello a mare di Aci, il martedì 17 agosto 1126. L’artista (1888-1971) ha rievocato magistralmente e liberamente (rispetto al racconto tramandatoci) la scena dell’incontro del vescovo-abate di Catania, il benedettino catanese Maurizio, rivestito degli abiti liturgici processionali (mitria e piviale) a capo di un pellegrinaggio di fedeli (uomini e donne del popolo, tra cui un monaco; forse lo scriba Blandino, uno dei benedettini citati nella descrizione della traslazione, “historia translationis”, assieme ad Oldam e Luca?) provenienti dalla città, in pellegrinaggio penitenziale per accogliere con grande gioia, dopo 86 di “esilio” e di attesa, le reliquie dell’amata Patrona, con i due militi mercenari imperiali, il calabrese-pugliese Goselino e il franco Gisilberto, approdati in barca sulla costa lavica di Jacium (Acicastello). Sullo sfondo il veliero che aveva trasportato i due soldati bizantini da Messina (località Punta Faro, Villaggio Paradiso – S. Agata, dopo aver toccato i porti di Smirne, Corinto, Metone, Taranto-Gallipoli), una delle ultime tappe del loro avventuroso viaggio di ritorno via mare e che era iniziato pericolosamente, quasi un mese prima, il 18 luglio. Nella metropoli capitale del Bosforo, con lodevole furto, le reliquie agatine dai due militari furono prelevate di notte dalla cappella del sacro palazzo imperiale di Costantinopoli. Lì, dal 1040, le reliquie della megalopartenomartire della Chiesa indivisa si trovavano a disposizione della devozione personale del basileus Giovanni II Comneno e della sua corte.

   Il grande e bellissimo dipinto, olio su tela di metri 3x 2 sviluppato in orizzontale, firmato e datato, che domina una parete della sala consiliare del Comune di Acicastello raffigura anche l’alta rupe lavica su cui sorge il Castello di Aci, allora di proprietà della Chiesa catanese (la residenza estiva del vescovo) e i faraglioni di Trezza (anche se sono fuori posto rispetto alla realtà). Oggi ad Acicastello, oltre ad altre opere di soggetto religioso di Rimini presenti in municipio, si trovano altre due memorie agatine della traslazione: l’edicola votiva ai Quattro Canti, oggetto di particolare venerazione popolare, e la pala d’altare di Matteo Desiderato che si può ammirare nella chiesa madre di San Mauro Abate, grazie al recupero operato dallo studioso castellese prof. Santo Castorina. Attesta mons. Mariano Foti nel suo “Ognina” che nella “sala dei prigionieri” del castello di Aci, S. Agata è raffigurata con il vescovo Maurizio ed alcuni monaci in un affresco del sec. XIV, molto deteriorato e in completo abbandono.

 

Storia del monumento della Traslazione di S. Agata di via Dusmet

Il monumento marmoreo costruito nei primi anni del Seicento addossato agli antimurali dell’ex seminario arcivescovile dei chierici di via Beato Cardinale Dusmet è detto pure “Fontanella di S. Agata”, a motivo del fatto che sopra il piccolo fonte si trova un bassorilievo che raffigura il semibusto della Patrona.

   L’avvenimento caro ai catanesi che il monumento, costruito al posto di uno precedente scomparso e risalente a secoli prima, vuol ricordare è la dolorosa Traslazione delle reliquie di S. Agata, che sarebbe avvenuta, secondo la tradizione nel 1038-1040, ad opera del protospartario Giorgio Maniace comandante generale delle truppe imperiali bizantine e alleate per la riconquista della Sicilia, liberandola dal gioco arabo. Dalla lettera apocrifa del vescovo-abate benedettino Maurizio si ricavano i particolari del forzato trasferimento delle reliquie agatine (conservate nelle grotte bianche oltre il pomerio di Porta Aci, dove poi sarebbe sorto il convento dei carmelitani della SS. Annunziata oppure, più probabilmente, nel tempio primaziale S. Agata la Vetere?) a Costantinopoli. La partenza via mare per l’Oriente sarebbe stata fissata per venerdì 6 gennaio 1038, festa dell’Epifania. Le avverse condizioni atmosferiche avrebbero impedito al naviglio di prendere il largo. Il corpo di S. Agata, in attesa dell’imbarco, sarebbe stato ricoverato nella vicina chiesetta bizantina S. Giorgio, sulle rovine delle terme achilliane. Sul far della sera di domenica 8 gennaio la nave del generale Maniace avrebbe sciolto le vele e preso il largo con il prezioso carico.

   Il Fonte agatino di via Dusmet segnerebbe il sito esatto dove le reliquie di S. Agata vennero deposte per essere imbarcate per la capitale dell’impero romano d’Oriente. Precisa lo Sciuto Patti: “venne in seguito dal divoto popolo catanese eretto in quel sito medesimo monumento votivo di sospirato ritorno”, che si sarebbe avverato nel 1126. D’accordo con lo storico abate Francesco Ferrara, lo studioso ritiene che il Conte Ruggero d’Altavilla, nel 1088, avesse scelto come luogo dove edificare la nuova cattedrale quel sito che i catanesi onoravano come il sepolcro vuoto dell’amata Patrona. Il nuovo Duomo fu consacrato nel 1094 e dedicato, come il precedente, a S. Agata. Il modesto e piccolo Fonte di S. Agata alla Marina, restaurato qualche anno fa, è un monumento che ricorda a noi un antico avvenimento il quale riguarda S. Agata. E’ di grandissima importanza perché compendia in uno l’involamento e il rimpatrio delle sacre reliquie.

   Per completezza d’argomento riportiamo la traduzione dal latino dell’epigrafe posta alla base del monumento: “Essendo Filippo IV re di Spagna e di Sicilia, e D. Francesco Castro conte di castro viceré, quello stesso D. Francesco Lanario e Aragona duca di Carpignano, insignito degli stessi titoli dell’anno scorso, prevedendo che le mura di questa città esposte alle ingiurie dei flutti sarebbero per rovinare, e studiando insieme di evitare la deformità del pomerio curò di costruire un munitissimo antemurale e una nobilissima via. Il quale nuovo beneficio delle città Alessandro Rizzari patrizio, D. Raimondo Paternò. D. Giulio Marchesana, D. Matteo Alagona, Scipione Bonajuto, D. Didaco a Valle, D. Francesco Patrenò Castello, senatori, con memore animo congiungendo col nome dell’ingegnoso ed operoso autore, comandarono che si desse a tanta opera il nome di Lanaria: l’autore, però, riconoscendo ogni suo bene dalla beata Agata, devoto alla stessa vergine e martire catanese, dedicò questa icona il 4 ottobre del 1621”.

Antonino Blandini

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