Il regista Elio Gimbo, alla Sala Di Martino di Catania, rilegge con “Alla fine del tempo” un racconto di Antonio Tabucchi e parla di aldilà, tempo e paura dell’ignoto

Cosimo Coltraro e Sabrina Tellico in scena (Ph. Lorenzo Arena)

“Pare che non ci sia molto tempo. Purtroppo nella vita non c’è mai molto tempo. Voglio dire: sembra che ci sia un sacco di tempo, ma poi, in realtà non c’è mai molto tempo”. E’ uno dei passaggi più emblematici, una delle frasi più significative pronunciate da Enrico, il protagonista di “Alla fine del tempo”, spettacolo liberamente tratto da un racconto di Antonio Tabucchi (“Il tempo stringe”) e ultima produzione di Fabbricateatro, in scena alla Sala Giuseppe Di Martino, in via Caronda 82, a Catania, fino al 6 Dicembre.

Il gruppo di lavoro di “Alla fine del tempo”

La rilettura del racconto di Tabucchi e l’analisi, l’impeto registico di Elio Gimbo, che, come sempre, mira alla ricerca dei significati più profondi ed attuali dei testi presi in esame, anche stavolta conduce il pubblico ad uno “spettacolo-enigma” -così come accaduto con “Discorso su noi italiani” e “Il Principe” – partendo dalla lettura di un articolo circa un esperimento, pubblicato nel 2013, di alcuni ricercatori universitari del Michigan e che comprovava una straordinaria attività cerebrale immediatamente seguente la morte cardiaca (secondo lo studio il cervello continua a funzionare ancora per circa 30 secondi). Da questa lettura e da alcune riflessioni sull’aldilà, sullo smarrimento susseguente alla morte, sulla luce accecante e sulla mano amica che ci potrebbe accompagnare alla nuova destinazione, è nata l’idea di come rappresentare “Alla fine del tempo”, uno dei due racconti di Tabucchi (l’altro è “Il signor Pirandello è desiderato al telefono”) contenuti nel libro “I dialoghi mancati”, suggeritogli dall’attore Cosimo Coltraro.

Da sinistra Puccio Castrogiovanni, Cosimo Coltraro e Sabrina Tellico (Ph. Lorenzo Arena)

In circa 55′ il regista Elio Gimbo, supportato dall’assistente Angela Tinè, con l’essenziale impianto scenico di Bernardo Perrone, il disegno luci di Elvio Amaniera e l’organizzazione di Daniele Scalia, costruisce un atto unico intrigante, suggestivo e che sollecita l’attenzione dello spettatore sul momento del passaggio verso l’ignoto attraverso l’enigma, il mistero, la forza comunicativa, il silenzio, il tappeto sonoro e vocale evocativo di tre personaggi in scena (Cosimo Coltraro, Puccio Castrogiovanni e Sabrina Tellico).

Alla Sala Di Martino viene quindi rappresentata, su una scena asettica, essenziale, con pochi oggetti e con una bara al centro, in una sorta di stanza d’ospedale (che potrebbe anche essere un limbo, una sorta di luogo di passaggio), la mente del protagonista, un trafelato, spaurito Enrico/Enrichetto nel tempo del suo trapasso dalla vita alla morte, proprio quel tempo venuto fuori dallo studio dei ricercatori del Michigan e calcolato nella misura di mezzo minuto. Attraverso l’azione scenica di tre protagonisti, scandita dal disegno luci e da un delicato e misterioso tappeto sonoro dal vivo emergono quindi, anche per il pubblico, interrogativi, ombre,  rimpianti, pensieri proprio sul momento cruciale e su quello che accade tra la vita e la morte.

Cartolina dello spettacolo Alla fine del tempo

Su una scena che cambia colore – dal bianco, al rosso, al blu, al viola – a seconda delle situazioni e dell’evolversi della vicenda) e che inquadra perfettamente la particolare e misteriosa vicenda, si muovono i tre personaggi di “Alla fine del tempo”: un silenzioso uomo vestito di bianco, con un papavero rosso in mano e, che apre e chiude la vicenda, scandendone i passaggi con un sottofondo musicale dal vivo, con un cappello bianco, un sigaro ed un bicchiere in mano; il trafelato e confuso protagonista Enrico/Enrichetto che con una valigia rossa, viene dall’altra parte del mondo per incontrare il fratello lontano da anni e, trovatolo morto, in una stanza d’ospedale, cerca di raccogliersi con lui per pochi istanti; una glaciale infermiera in camice bianco, intermediaria tra la vita e la morte e che raffigura il tempo che stringe, che scorre veloce. Essenziali e rievocativi gli oggetti scenici: un papavero rosso, una crostata, una valigia, dei petali rossi, una bara al centro della scena, un freddo tavolinetto ed una sedia.

Un personaggio misterioso (un lineare Puccio Castrogiovanni), muto, che si esprime solo con la sua musica e la sua voce (che apprezziamo in una traccia del brano “La Cifalota”, dall’album “C’era cu c’era” dei Lautari) e che apre e chiude la vicenda; un protagonista, Enrico (Cosimo Coltraro), sempre in bilico tra un passato ed un futuro a venire, un limbo, con una coscienza, una voce, che vuole raccontare, vuole fare i conti con la sua vita prima di scomparire, in una gelida ed asettica stanza d’ospedale dove entra ed esce una glaciale e rigida infermiera (Sabrina Tellico) che scandisce il ritmo di quel “tempo che stringe” e che si contrappone agli ultimi fuochi d’artificio della coscienza di Enrico/Enrichetto.

Puccio Castrogiovanni, Cosimo Coltraro e Sabrina Tellico (Ph. Lorenzo Arena)

Lavoro ben congegnato, quello di Fabbricateatro grazie alla puntuale regia di Elio Gimbo, supportato da Angela Tinè, alla essenziale scena – fatta di silenzi, dubbi, paure, rimorsi – di Bernardo Perrone, al significativo disegno luci di Elvio Amaniera, al sottofondo musicale dal vivo, intenso e delicato, affidato alla maestria ed alla professionalità di Puccio Castrogiovanni nei panni dell’altra presenza, muta ed al tempo stesso assenza (fantasma e cadavere), oggetto del desiderio che morendo si è sottratto al confronto. Ed in lui, in quest’altro, Enrico, la coscienza monologante, proietta se stesso, racconta frammenti della sua personalità, della sua famiglia, del padre, della madre, narra le proprie debolezze, i segreti familiari, le paure, le aspettative disattese, anche attraverso una straordinaria poesia che, nel finale, fotografa anche la solitudine dell’uomo moderno.

L’affiato cast si avvale di Cosimo Coltraro che, nei panni del sofferto, agitato, impaurito Enrico, conferma le sue notevoli capacità di interprete, sia nei gesti che nella recitazione, allo stesso tempo maschera comica e drammatica e della convincente Sabrina Tellico che disegna, in modo lineare, asciutto, il personaggio dell’infermiera severa, impaziente, che scandisce il ritmo del tempo, accompagnando alla fine – sorridendo e per mano – il protagonista verso l’ignoto.

Una scena finale di “Alla fine del tempo” (Ph. Lorenzo Arena)

Nella sua rilettura del racconto di Tabucchi il regista Elio Gimbo, lavorando sul testo originale, si sofferma sui contenuti di una mente ancora attiva dentro un corpo già morto, sul mistero sfuggente di un tempo troppo breve e rappresenta, immortala sulla scena le riflessioni, la voce, il richiamo degli affetti più cari del protagonista Enrico, alternandoli, tra rabbia, malinconia e nostalgia,  prima di chiudersi nel silenzio della bara, prima di schiudersi al rito del trapasso.

Lavoro intenso, ricco di mille sfumature e che riscuote la curiosità, il gradimento di un pubblico attento, coinvolto e che, alla fine, riserva al gruppo di Fabbricateatro, al regista ed agli interpreti calorosi applausi. Certo che nella mente dello spettatore – alla fine – si moltiplicano le domande poste dal regista nel lavoro: “Cosa succede nella nostra coscienza dopo la morte? Ritroviamo noi stessi, rivediamo il nostro passato? Compiamo un ultimo e definitivo bilancio di chi siamo stati?”. Ed il regista? Dalle repliche – fino al 6 Dicembre – dello spettacolo e dal pubblico stesso attende magari una risposta sul mistero della vita che ci aspetta quando non ci saremo più.

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