I problemi ed il fallimento di una famiglia in “Lunga giornata verso la notte” di Eugene O’ Neill al “Verga” di Catania, nell’impeccabile regia di Arturo Cirillo

Una scena dello spettacolo (Ph. Diego Steccanella)

E’ ancora possibile emozionarsi, lasciarsi rapire da una storia, seduti in una poltrona di una sala teatrale? Vi assicuriamo che è ancora possibile, soprattutto quando si assiste ad uno spettacolo di notevole spessore eche ti riconcilia con il vero teatro. A noi è accaduto al “Verga” di Catania, assistendo al dramma “Lunga giornata verso la notte” (“Long Day’s Journey into night”) del drammaturgo statunitense e premio Nobel per la letteratura nel 1936, Eugene O’Neill, lavoro autobiografico del 1942, che avrebbe dovuto, secondo l’autore, restare in un cassetto per almeno 25 anni dopo la sua morte, ma che gli eredi riuscirono a far rappresentare nel 1956.

La locandina

Si tratta di un atto unico di due ore, sofferto, profondo e di grande spessore, che riesce a tenere incollato lo spettatore alla poltrona, coinvolto, interessato, aggredito e catturato da una vicenda familiare intrigante, incentrata appunto su una madre, un padre e due figli maschi, un nucleo pieno di problemi, di rancori, di pregiudizi, uno contro l’altro, che emergono in una sola giornata, aspettando la notte, tra una nebbia che arriva all’improvviso e che avvolge le loro esistenze disagiate, insoddisfatte, annullando tutto quello che accade in quel nido che diventa un vero e proprio sfogo per i disagi interiori, luogo in cui trionfa la rabbia e la parola, oltre che il dramma e la consapevole solitudine di ognuno dei personaggi che cerca altrove o in qualcosa (morfina, alcool, poesia, prostitute, teatro) quello che ha saputo avere o conquistarsi sino adesso.

Lo spettacolo, prodotto da Tieffe Teatro Menotti, all’interno della stagione di prosa dello “Stabile” etneo, è diretto con mano felice dal regista ed anche interprete Arturo Cirillo, che rende il dramma più scorrevole, sfoltenddo l’opera e portandola ad un solo atto dai quattro originali e che, grazie soprattutto alla carica interpretativa dei quattro attori in scena, non appesantisce per nulla – nonostante i 120’ di durata – il pubblico che, anzi, si ritrova coinvolto nei tanti drammi di quel nucleo familiare americano.

La pièce è incentrata sui burrascosi, sempre in bilico, rapporti tra i quattro componenti della famiglia Tyrone, con il sessantacinquenne James, attore sulla via del tramonto, taccagno, sempre in tournée, la moglie Mary, morfinomane ed appena uscita da una clinica ed i due figli, il primogenito, James, attore fallito, criticone e pessimista ed alcoolista incallito ed Edmund, il più giovane, promettente poeta minato dalla tubercolosi. Nell’arco della giornata, in una casa quasi prigione, tra nebbia ed angoli di disperazione e d’attacco per i quattro interpreti, si celebra infatti il funerale, la dichiarazione di fallimento di un nucleo familiare e trionfa la rabbia, il pessimismo e la menzogna continua. Padre e figli, madre e marito, tra una nebbia che a tratti, sulla scena, vorrebbe adombrare le loro disperazioni, i loro fallimenti o le loro speranze ed ambizioni andate in fumo, si scontrano violentemente, tra un tavolo con bicchieri e bottiglie sempre vuoti ed una poltrona capovolta, così come le disastrate esistenze dei quattro.

Milvia Marigliano in scena ( Ph. Diego Steccanella)

Il regista Arturo Cirillo – in scena nei panni di James, il padre e marito, l’attore tirchio, scontento e che spesso alza il gomito  – ben struttura una pièce incentrata sulla parola, sugli accesi scontri verbali, ritagliando il giusto spazio per tutti gli interpreti che mai esagerano nel loro impeto declamatorio, abbandonando una sorta di postazione simile ad un camerino con luci e specchio ed entrando in scena facendo anche pensare al teatro, al ruolo dell’attore, aspetto su cui è anche incentrato il dramma.

Cirillo, dopo i fortunati “Zoo di vetro” di Tennessee Williams e “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Edward Albee, completa il suo percorso nella drammaturgia che negli USA del secolo scorso grandi autori misero in campo compattando il dramma di Eugene O’ Neill e portando in scena i drammi, le insoddisfazioni, le bugie consapevoli, le false illusioni  della famiglia Tyrone, una sorta di “denuncia” di una società americana bugiarda, insoddisfatta e infelice che cercava di mostrarsi, a se stessa e nel mondo, vincente e felice.

Lo spettacolo, con la traduzione di Bruno Fonzi, i costumi di Tommaso Lagattola e il gioco luci di Mario Loprevite, selezionato nell’ambito di NEXT edizione 2017-18 promosso da Regione Lombardia in collaborazione con Fondazione Cariplo, prodotto da Tieffe Teatro Menotti, ha debuttato in prima nazionale dal 25 gennaio al 4 Febbraio al Teatro Menotti di Milano per poi intraprendere una tournée, che lo ha portato a Napoli, Catania e poi a Pistoia, Trieste, Padova.

Milvia Marigliano ed Arturo Cirillo (Ph. Diego Steccanella)

Di particolare impatto la scena di Dario Gessati che ricorda al pubblico l’ambiente, l’atmosfera di un teatro e che unisce le sue finte illusioni all’arredo domestico della recita quotidiana, dove la famiglia/società ed i suoi componenti sono tutti infelici e bugiardi ed invece vorrebbero apparire tranquilli e felici, soddisfatti ed appagati.

Alla fine reiterati applausi da parte del pubblico che non ha sofferto per nulla l’atmosfera cupa ed ombrosa della rappresentazione oltre che la lunga durata (120’) della pièce sia per l’intensa rappresentazione e per la regia equilibrata e sempre attenta ad ogni sfumatura di Arturo Cirillo (molto apprezzato sulla scena con il suo James, il padre e marito, attore di provincia sulla via del tramonto, un po’ egoista, alcoolizzato e taccagno) ma soprattutto per l’alta qualità, per la classe interpretativa dei quattro interpreti, cominciando da una sontuosa Milvia Marigliano, incredibilmente autentica con la sua nevrotica, instabile Mary, la moglie e madre appena uscita da una clinica, malata nel cuore e nella mente e che riesce a dominare le sue ansie solo con la morfina, richiudendosi nel suo mondo fatto di insoddisfazioni, di ricordi del passato e di assoluta solitudine in una residenza-prigione.

Eccellenti poi nei ruoli dei due figli Rosario Lisma, il maggiore James Jr. , alcolista, disadattato, pessimista e che non riesce ad accettare i suoi fallimenti e Riccardo Buffonini, il figlio minore Edmund, aspirante poeta, tornato dai suoi viaggi malato e che presagisce la fine.

Ancora Milvia Marigliano (Ph. Diego Steccanella)

Spettacolo, ripetiamo, che rapisce e che emoziona per il dramma dei quattro componenti di una famiglia che passa, dall’incontro di sguardi falsamente teneri agli scontri verbali, dalla speranza del mattino alla disperazione ed al buio, alla nebbia della notte – eccellente l’effetto creato in scena con la macchina della nebbia -, sino ad arrivare al momento in cui tutto si adombra ed ognuno vuole chiudere gli occhi per allontanare rimpianti e fallimenti, aspirazioni ed egoismi, sofferenza e condizione degli altri e della società.

“Lunga giornata verso la notte”, a Catania dallo scorso 20 Febbraio, verrà replicato ancora stasera, sabato 24, alle ore 20.45 e domenica 25 alle 17.30.

Lo spettacolo

Di Maurizio Sesto Giordano 449 Articoli
Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, collabora da oltre venti anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggi.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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