Conferenza della SCAM, al Katane Palace Hotel, sul tema “Norma: un attraente percorso da Alexandre Soumet a Vincenzo Bellini” tenuta da Anna Rita Fontana

Anna Rita Fontana durante l'incontro

Si è svolta al Katane Palace Hotel  una conferenza sul tema “Norma: un attraente percorso da Alexandre Soumet a Vincenzo Bellini”. L’incontro, promosso dalla Società Catanese Amici della Musica per la stagione concertistica 2017-2018 sotto la direzione artistica di Daniele Petralia, è stato tenuto da Anna Rita Fontana, giornalista e critico musicale, nonché docente di musica e attualmente vicepresidente della SCAM.  La relatrice ha avviato la sua analisi a partire dalla genesi dell’opera, che si riconduce  alla figura della sacerdotessa che trasgredisce i voti, ( già in voga allora da trent’anni sulla scena), il cui emblema è la figura di Vellèda dall’opera Les martyrs di Chateaubriand, basata anche sulla tentazione fra due amanti di culture diverse, oltre che sulla follia della protagonista, la sacerdotessa germanica che si taglia la gola dopo il rifiuto di Eudore, ufficiale romano convertitosi al cristianesimo. Altre fonti a cui attinse il librettista Felice Romani sono la Medea  di Cherubini, per la tematica dell’infanticidio di Soumet (che ripropone il mito della Medea di Euripide, dall’omonima tragedia greca a cui si ispirò Seneca) e la Vestale  di Spontini, alle quali si affiancano due libretti scritti dallo stesso Romani, ovvero Medea in Corinto  e La sacerdotessa d’Irminsul, rispettivamente per i musicisti Johann Symon Mayr e per Giovanni Pacini.

Il presidente Maugeri ed Anna Rita Fontana

Sensibile alle ascendenze classiche di Vincenzo Monti e di Pietro Metastasio, Felice Romani riduce i cinque atti e gli oltre 1500 versi di Norma ou l’infanticide di Soumet, a due atti sostanziali e poco più di settecento versi, che snelliscono il testo nel passaggio dal verso alessandrino, aulico e prolisso, all’alternanza di versi lunghi e brevi con un procedere più agile e serrato,  che cala il lettore nell’immediatezza della vicenda. L’opera, su musica di Vincenzo Bellini , inaugurò la stagione scaligera di Milano il 26 dicembre 1831 con un terzetto vocale in auge, composto dal tenore Domenico Donzelli (nel ruolo di Pollione) i soprani Giuditta Pasta e Giulia Grisi ( rispettivamente nei ruoli di Norma e Adalgisa). Ma per varie ragioni, tra le quali le arditezze vocali della scrittura belliniana, oltre a una concentrazione del lavoro in un arco di tempo ristretto per i cantanti, e una claque avversa (tra i cui fomentatori pare ci fosse anche Giovanni Pacini, anche lui musicista catanese, ostile a Bellini) la prima assoluta registrò un fiasco assoluto, come lo stesso autore scrisse all’amico Francesco Florimo  (uno dei maggiori biografi belliniani). Fiasco poi smentito dalle successive rappresentazioni,  numerose al Teatro alla Scala e da lì in Europa.

La relatrice ha posto in evidenza le analogie e le differenze tra il libretto di Romani e quello di Soumet: entrambi presentano inizialmente la vicenda nella foresta barbarica dedicata al dio Irminsul, con uno sfrondamento da presenze sovrannaturali e schianti di fulmini che nel libretto francese incutono paura ai due figli di Norma, Clodomiro e Agenore, costretti dalla madre a vivere nascosti in quella selva orrenda, in quanto definiti figli del sacrilegio, frutti di un delittuoso amore,  con l’unica macchia di  appartenere a Pollione. In entrambe le versioni Norma appare circondata da un’aura ieratica e solenne, consona al suo ruolo profetico, alternando alla sua veste sacrale ossequiosa agli dei, il ruolo di amante, madre e guida del suo popolo. Una donna dibattuta tra i suoi doveri verso la patria, che ha violato legandosi al proconsole romano, e l’amore verso quest’ultimo: in Soumet essa appare in una veste possessiva  e sprezzante, ossessionata dalla gelosia, pronta a colpire Pollione col suo “geloso pugnale” profetizzando che prima o poi le sarà infedele, e persino disposta a diventarne schiava, pur di seguirlo a Roma con entrambi i figli.

Vincenzo Bellini

In entrambe le versioni emerge il contrasto con Adalgisa, antagonista della sacerdotessa, della quale Pollione si è invaghito, incantato dalla sua bellezza, dal fior d’innocenza e riso di candore e d’amor, fin dal primo atto, come il profumo celeste dell’aria ch’ella attraversa, in Soumet.  Quello che rende attraente il percorso- come afferma la relatrice- scaturisce sia dal lavoro perspicace di Romani, che da qualificato uomo di lettere semplifica e rende fruibile lo scorrere della vicenda, veicolando il bagaglio dei sentimenti dell’animo umano, messi in campo da Soumet; sia dalla musica di Vincenzo Bellini, che completa magistralmente tale opera col  primeggiare dell’amore, reso in tutti i suoi mutamenti d’atmosfera e  nelle sue infinite screziature da sezioni vocali e orchestrali contrastanti,  quale forza dirompente  che ha il dominio assoluto sui personaggi, in generale.

La versione di Romani e Bellini umanizza la protagonista,  la quale desiste da un primo impulso omicida di sopprimere i figli, col trionfo del suo affetto filiale, mettendo in campo le ragioni del cuore e della magnanimità, a dispetto di tutte le controversie. In Soumet invece prevale in Norma uno spirito vendicativo e sanguinario devastante che la induce ad uccidersi  tragicamente insieme alle sue creature, in preda al delirio (come nella Medea di Euripide),gettandosi da una rupe con Agenore, dopo aver trafitto Clodomiro. La pregnanza della musica belliniana, posta in luce dalla relatrice, ha trovato pieno riscontro nei graditi esempi di ascolto con video proiezione, che hanno inframezzato la relazione, ovvero le arie  Casta Diva ( direttore Evelino Pidò) Va’ crudele; al Dio spietato, Oh! di qual sei tu vittima dal primo atto, con Vincenzo La Scola, Fiorenza Cedolins e Sonia Ganassi; Qual cor tradisti-Deh non volerli vittime,dal secondo atto, con Fabio Armiliato, Daniela Dessì e Kate Aldrich.

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