Affaire Froome, la sentenza UCI non convince mostrando un effetto variabile all’asticella delle regole

Chris Froome

La controversa vicenda “salbutamolo” che ha coinvolto Chris Froome improvvisamente , più o meno come aveva squarciato la tranquillità invernale, sembra essersi conclusa.

Alla vigilia di un Tour de France nel quale l’ASO, società organizzatrice dell’evento, aveva espressamente dichiarato di non voler Froome ai nastri di partenza perché la presenza dell’inglese avrebbe leso la credibilità della corsa, ecco che salta fuori improvvisa una sentenza a dir poco creativa che assolve l’asso inglese e gli consente di potersi schierare al via della ormai imminente Grande Boucle. Ovviamente la gran cassa dei social-media non ha perso tempo, men che meno gli schieramenti, ogni parte a gridare più forte che può la propria verità inconfutabile. Chi rabbiosamente convinto delle capacità convincenti del Dio denaro, chi raggiante per la giustizia raggiunta in quanto certo dell’inefficacia dopante del farmaco incriminato. Tutti di parte. A nessuno sembra interessare il rispetto delle regole, come se un il principio base di ogni competizione sportiva non conti più nulla. Su questa pagina, sin dall’esplosione del caso, si è invocato soprattutto il rispetto di tale principio, ed oggi, inutile ammetterlo, si ha difficoltà ad accettare tale decisione decisamente fuori da un solco che idealmente si pensa ingenuamente essere rigoroso.

Mi limiterò a dire la mia su ciò che è emerso dalla sentenza di assoluzione, alla luce di quanto più verosimile è stato possibile reperire sul web. L’armata difensiva schierata in campo da Froome, o da chi per lui, sembrerebbe abbia puntato, alla fine spuntandola, a dimostrare che la quantità residuale della sostanza riscontrata nelle urine di Froome, al netto dell’idratazione a cui era soggetto l’atleta nel momento del prelievo, fosse ben al di sotto del valore effettivamente riscontrato nel campione prelevato. Non so con quale diavoleria, pare abbiano dimostrato che tale valore fosse pari a 1190 ng/ml. Sottolineo che non si è contestata la quantità riscontrata di 2000 ng/ml, si è perseguita invece la strada che tale quantità andasse ricondotta al residuo nelle urine dell’atleta non disidratato. Non si sta qui a discutere sulla scelta difensiva, non ho alcun titolo, nè in campo giuridico, né in quello biologico, nè una conoscenza precisa dei fatti, né la voglia di lanciarmi in storie fantastiche. Non posso però far a meno di notare che il risultato residuale, che pare si sia sottoposto all’organo giudicante, è comunque superiore del 19% al limite massimo consentito, e sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) che l’UCI abbia ritenuto tale sforamento regolamentare. E’ proprio quest’ultima decisione interpretativa e per nulla oggettiva che chiude la vicenda con l’assoluzione. E’ proprio questa la decisione che faccio fatica a comprendere, per l’UCI lo sforamento non costituisce infrazione. Tutto chiaro e, quindi, dopo ben nove mesi nel cielo di Froome e dei suoi la luce del sole è tornata a splendere.

Non mi interessa essere tacciato di faziosità per le mie simpatie conosciute e che mai mi sognerei di negare. Ancor di meno che tale sentenza confermi la vittoria dell’inglese alla Vuelta nella quale Nibali è finito secondo. Io mi sono sempre cibato di emozioni sportive che “pretendo” di vivere nel momento in cui si compie l’impresa, non mi interessa ciò che accade dopo, al massimo ne prendo atto come un fatto di cronaca. Inoltre, non ho mai pensato, neanche per un momento, che la grandezza sportiva dell’inglese fosse legata ad un puff di Ventolin in più o in meno per il semplice motivo che non ho alcuna competenza per dirlo. Come del resto suppongo migliaia di altri appassionati dell’una e dell’altra fazione. Da sempre, invece, tengo d’occhio l’asticella imposta dalle regole come unico parametro di riferimento convalidante. Un’asticella che oggi è stata bypassata in modo a dir poco anomalo, come se assegnare un gol dipenda dall’opinabilità dell’arbitro e non da dove sta posizionata la linea di porta. L’arbitro, un tempo, oggi non più, nell’incertezza di non aver visto bene poteva non convalidare una rete, mai si sarebbe sognato di dichiarare di non aver convalidato perché il pallone aveva oltrepassato la linea di porta solo di poco.

Ecco, a mio personale parere, ciò che non va in una sentenza che definirei maldestramente innovativa. Una sentenza che traccia un nuovo passaggio che ha permesso di infrangere una regola che in passato è sempre stata applicata in modo chiaro. Un particolare su cui pochi hanno puntato il dito, lasciandosi trasportare per lo più da comprensibili considerazioni dettate più dalla pancia che dalla testa.
Immancabilmente il pensiero corre ai fior di campioni del passato che hanno dovuto chinare chi la testa, chi tutto ciò che aveva, davanti a casi mai del tutto chiariti. L’hanno dovuto fare perché, truffati o meno, in quel preciso momento l’asticella indicava una regola infranta.

Oggi un nugolo di esperti, consulenti e giuristi, con in tasca ben sette milioni di euro, mi hanno spiegato che le mie belle regole, che credevo rigide, sono invece come la pelle dello scroto.

Superfluo dire che sono sì sconcertato, ma non del tutto sorpreso, mentre nel mio cielo non splende lo stesso sole di Froome.

Turi Barbagallo (Il salotto del Ciclismo)

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