“San Filippo di Agira, il migrante santo” di Salvatore Longo Minnolo, le “novità” affiorate dagli studi filologici

Il volume “San Filippo di Agira, il migrante santo” -opera di largo respiro di Salvatore Longo Minnolo già docente di Italiano e Storia nel Liceo di Scienze Sociali di Agira, Editoriale Agorà, 2018, pp.135, con illustrazioni a colori e corredato dalla presentazione del frate minore cappuccino Salvatore Vacca, professore nella Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo “Antonianum” di Roma e direttore del Centro Studi della storia e della cultura in Sicilia- si propone lo scopo di liberare, dopo certosine ricerche sulle fonti bio-bibliografiche reperibili, la figura <oleografica>, retaggio di agiografia legata a tradizioni leggendarie, del santo tanto venerato in Sicilia.

San Filippo noto alla maggior parte dei devoti come “di Agira”, non sarebbe vissuto nel I secolo dopo Cristo né sarebbe stato mandato da san Pietro da Antiochia di Siria in Sicilia per evangelizzare le popolazioni pagane, né sarebbe nato da padre siriano e madre romana né sarebbe stato nero di carnagione com’è raffigurato anche nell’arte sacra più accreditata.

Ecco le <novità> che sono affiorate dagli studi <filologici> dell’autore agirino, condotti con silenzioso sacrificio accompagnato dalla fede più illuminata, che confermerebbero indirettamente -nonostante l’assenza di documenti originari- come san Filippo sarebbe morto in un anno sconosciuto, il 12 maggio (data di tutti i calendari liturgici), nel 7° secolo ad Agira, dove il santo avrebbe operato da taumaturgo per circa 40 anni. Gran parte degli errori biografici, derivati da corruttele della tradizione manoscritta, sarebbero da attribuire ad un monaco condiscepolo di Filippo, di nome Eusebio, che fissa al V secolo, la sua migrazione in Sicilia come evangelizzatore itinerante, al tempo di Arcadio imperatore romano d’Oriente.

Longo Minnolo confuta la tradizione che attribuisce al vescovo di Alessandria, Atanasio, la nascita di Filippo nel I secolo ed è convinto che Filippo non sia uno di quei santi dei quali la tradizione ha conservato solo il <nudum nomen>. Le prime informazioni di indizi fondati per formulare un giudizio storico, se non sicuro, almeno attendibile, risalirebbe solo al 9° secolo. Il lavoro dello storico agirino è rivolto al pubblico dei devoti e ha liberato il campo d’indagine da inutile erudizione.

E’ stato riconosciuto a quest’agirino doc, legato da grande amore verso il santo protettore e la città di Agira, d’aver condotto ricerche con raro acume critico e informate al più severo rigore storico, d’aver adempiuto ai doveri della precisione informativa, della ricchezza bibliografica, della chiarezza espressiva e, soprattutto, del rispetto più assoluto dell’ortodossia cattolica e della fedeltà al magistero della Chiesa. Non bisogna, però, ragionare col senno del poi, al momento che anche gli agiografici, spesso dotti ed esemplari uomini di Chiesa, sono figli del loro tempo. Il bios di un santo, specie se celebre, è soggetto a emendamenti, correzioni, revisioni storiche non di poco conto. Le ricerche avanzano e cambiano le opinioni degli storici-agiografi.

La stessa “Bibliotheca sanctorum” (Enciclopedia dei santi) di Città Nuova Editrice iniziata nel 1961, cioè prima del Vaticano II, è in parte superata e con le appendici è stata revisionata. I progressi fatti dagli studi agiografici sono stati enormi; soprattutto nella prima metà del Novecento l’agiografia, uno degli ultimi rampolli delle scienze storiche, ha assunto le proporzioni di vera scienza storica ausiliare, preceduta da imponenti studi storici curati da più di tre secoli con serietà d’intenti e ricchezza di dottrina dai Bollandisti, dai calendari e martirologi degli Ordini religiosi, dagli ottimi studi di autori eccellenti. Eppure il progredire degli studi ha<corretto> prospettive <certe e definitive>.

Longo Minnolo si può considerare un agiografo <filippino> molto informato e preparato sul solco della scienza agiografica che, in virtù di una tradizione tanto lodevole per la nobiltà degli intenti, quanto difettosa nella scelta dei criteri, sembrava irreparabilmente confinata nell’ambito ristretto di narrativa puramente devozionale, destinata unicamente al conforto delle anime pie.

Oggi l’agiografia è riuscita ad imporsi anche al rispetto degli uomini di formazione laica e di più profonda cultura, spezzando l’incomprensione, se non, talora, il disprezzo di molti. Sono trascorsi quasi 60 anni da quando il cardinale Pietro Ciriaci, allora prefetto della Congregazione del Concilio e presidente d’onore del comitato direttivo dell’Enciclopedia dei santi, scriveva: “a tutti coloro che in passato si dichiaravano scettici o disincantati oggi, infatti, non rimane altra scelta: o accettare quanto la storia ha irrefutabilmente accertato intorno agli eroi del Cristianesimo, o persistere in una ignoranza non meno sterile che colpevole. La scienza storica si perfeziona, è alimentata da ricerche sempre più attente ed inattese”.

Il volume in esame è una pubblicazione agiografica-biografica di carattere scientifico, aggiornata, apprezzabile frutto di studi di un autore intelligenze, operoso, paziente e valoroso autore di saggi <agirini>  tanto preziosi ed unici. L’esposizione è chiara, con severo e sereno rigore del giudizio critico, imposto e dettato dalle esigenze più moderne e fondate della disciplina storica, con l’anelito soprannaturale della fede in un cristiano laico, cioè non chierico, che non teme mai, ma si giova sempre della prudente imparzialità scientifica, illuminandola di quell’amore di carità, senza il quale la biografia, quindi la storia, rimane un’arida e meccanica addizione di fredde notizie erudite. l’autore attinge, pur nella brevità della sua pubblicazione <divulgativa> ma dal metodo rigorosamente scientifico, la dinamica ideale che sostanziò miracolosamente l’eroismo e la fede dei santi, non rinunziando, tuttavia, a coglierne la personalità nella sua interezza.

Lo studioso non denigra le <leggende> formatesi intorno alla memoria del santo, sia perché molte si esse sopravvivono ancora ai nostri giorni in tipiche manifestazioni di folklore e nella poesia popolare. La <vita> di S. Filippo ha ispirato l’arte, il culto, la devozione, prodotti di cultura e di costume che hanno suscitato non poche rappresentazioni iconografiche e che hanno esaltato sempre la vitalità della figura del santo che non è stato <spogliato> dei sue prerogative ed attributi, ma splende di più nel firmamento della santità soprattutto siciliana.

Il volume è ricco di illustrazioni che non sono un orpello tanto ingannevole quanto facile alla moda editoriale dei tempi, si può  considerare un documento teso a riprodurre le sembianze terrene di un santo o l’immagine delle sue reliquie o le testimonianze più vive del suo culto. Il libro è un’opera nata dalla fede e dalla tenacia di un laico cattolico militante, scrittore, affermato; è un lavoro di indagine attenta di critica serena e severa e di oculata pietà.

Alla luce di quanto esaminato, possiamo affermare superata in parte la <voce> dell’autorevole Enciclopedia dei Santi, scritta dal sacerdote Paolo Collura, libero docente di paleografia e diplomatica nell’Università di Palermo, dove viene affermato che “secondo una biografia del sec. VIII, scritta da un certo Eusebio che si dice compagno del santo, ma che probabilmente era un monaco del monastero di Agira, Filippo nacque in Tracia ai tempi di Arcadio (395-408). Istruito nelle discipline ecclesiastiche ed anche nella lingua siriaca, dopo aver ricevuto a 21 anni il diaconato, approdò in Italia insieme con un monaco di nome Eusebio, che a Roma gli fece da interprete. Ordinato sacerdote, dopo aver ricevuto l’incarico di evangelizzare la Sicilia centro-settentrionale, i cui abitanti atterriti dall’attività dell’Etna, continuavano a vedere nel vulcano una manifestazione demoniaca, venne nell’isola e prese la sua dimora ad Agira (prov. Enna), sempre accompagnato dal fedele monaco Eusebio. Quivi si rese celebre tra le popolazioni per i moti miracoli con cui liberava gli ossessi dai demoni. Morì all’età di 63 anni, il 12 maggio. Sul luogo del suo sepolcro fu eretta una chiesa e più tardi anche un monastero, attorno ai quali l’antica Agyrium risorse con il nome di San Filippo d’Argirò o di Agira, conservato fino al 1939. La ricognizione delle sue reliquie, conservate in Agira,  fu fatta il 21 luglio 1625 dal regio visitatore Filippo Giordi. Nel culto locale di Filippo è degna di nota l’offerta dei ceri, fatta durante la processione del 12 maggio dai fedeli che ritengono di avere ricevuto grazie e miracoli per intercessione del santo. Talvolta, quando la siccità minaccia il raccolto, un statua di Filippo viene trasportata processionalmente dalla chiesa omonima nella chiesetta di San Pietro in Vincoli, che la tradizione vuole fabbricata da Filippo sulla vetta  del monte (m.812) tra i ruderi del castello e che in quell’occasione diventa meta di pellegrinaggi. Inoltre nei tardi pomeriggi del mese di aprile i fedeli vanno a vistare il piccolo oratorio di <S. F. delle tre puzelle> in ricordo della miracolosa liberazione di tre fanciulle, che, recatesi sulla riva del lago, poi prosciugato dai Saraceni, furono sorprese e minacciate di violenza da malfattori. Nell’iconografia Filippo è spesso rappresentato con paramenti sacerdotali ora di rito latino, ora di rito bizantino, talvolta nell’atto di liberare un ossesso (Agira, pala d’altare della chiesa di S. Margherita), tal altra nell’atto di tenere un piede sulla testa del demonio (Agira, statua della chiesa di San Filippo) o di tenerlo incatenato (Agira, abside della chiesa del Salvatore). Degni di nota, per il particolare pregio artistico, un dipinto di scuola bizantina (Agira, chiesa del Salvatore) ed una tela della chiesa del Gesù o Casa Professa di Palermo, terzo altare della navata destra, dovuta a Pietro Novelli (1603-1647), detto il Monrealese”.

Sono degne di particolare attenzione la ricca iconografia e l’esauriente bibliografia che rendono prezioso il volume dotato di un indice che da solo basterebbe ad evidenziare  l’ampio arco di indagini e ricerche effettuate: Filippo figura storica, particolarità delle fonti, due vitae-due tradizioni -<agirina> e <messinese>, <narrazione di Eusebio>, coro ligneo, controversia tra gli scrittori siciliani, <Officium et Missa>.  Assai significativa la post prefazione del sacerdote Giuseppe La Giusa, attuale parroco-priore della chiesa di San Filippo che afferma: “E’ condivisibile l’esortazione ad uniformare la identificazione di san Filippo eliminando i diversi appellativi sinora utilizzati (Siriaco, Siriano, trace, Costantinopolitano, ‘U Niuru, il Grande) e a riconoscerlo da tutti semplicemente e unitariamente come <San Filippo di Agira> dal luogo, riconosciuto da tutti, nel quale ha svolto la sua missione canonica, che non lascia equivoco sulla sua storicità bizantina di santo italogreco, riferimento principale per tutti i suoi devoti”.

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