Un secolo fa il 3 e 4 novembre 1918 Catania esultava per la fine della guerra

La prima domenica del mese di novembre di cent’anni fa i catanesi, che avevano appena celebrato le feste d’Ognissanti e dei Morti (la commemorazione di tutti fedeli defunti), che aveva dato avvio al triste <ottavario delle anime sante del purgatorio> nella mestizia e nella sofferenza a causa del protrarsi delle interminabili, nefaste e luttuose conseguenze della micidiale <inutile strage>, continuavano a stento a sopravvivere tra privazioni di ogni genere, dolorose realtà che da oltre tre anni erano entrate desolatamente e disperatamente in quasi tutte le case, ad eccezione degli immancabili concittadini disonesti e accaparratori –i cosiddetti <pescecani>- che si erano vergognosamente arricchiti sulle miserie altrui.

Nonostante le <buone> notizie che filtravano nelle stampa, sottoposta a rigida censura militare, e riferivano l’indebolimento dell’esercito nemico e di un sempre più probabile attacco finale dell’Italia per liberare definitivamente i territori occupati l’anno precedente, la popolazione non sperava nella vittoria e ignorava gli sviluppi della strategia offensiva. Ma la situazione al fronte incominciò a mutare a partire dal 24 ottobre 1918, con l’ultima offensiva italiana sul Grappa che 5 giorni dopo sarebbe sfociata nell’epopea di Vittorio Veneto.

Domenica 3 novembre 1918, il malinconico e tiepido autunno cittadino improvvisamente si animò: era giunta anche a Catania, inaspettata ed esaltante, l’esaltante notizia che l’Esercito italiano aveva finalmente liberato le <terre irredente giuliane> con l’entrata vittoriosa a Trento e Trieste! La guerra era veramente finita! La lietissima novella si diffuse rapidamente in tutta la città: la gente gridava, senza ritegno piangeva di gioia ed anche di doloroso rimpianto al ricordo dei tanti nostri caduti, si abbracciava nelle strade e quasi stentava a credere che fosse scoppiata la pace.

  Verso sera i cittadini, ormai riversati nelle strade del centro, si commossero profondamente a sentire il <campanone di Sant’Agata> della Cattedrale iniziare a suonare a gloria, seguìto dopo breve tempo dai rintocchi festosi e sciolti dei campanili delle tante chiese vicine al Duomo, la cui dolce eco si dilatò fino alle periferie e al contado circostante. Erano in tal modo iniziate le festose, popolari e spettacolari manifestazioni patriottiche per la vittoria italiana.

Lunedì 4 novembre 1918, come riporta Lucio Sciacca nel volume “Catania anni venti” (Tringale editore, 1990) il cronista di un quotidiano locale ebbe a descrivere con commossi accenti poetici e un po’ retorici la liberatoria ed emozionante euforia di tutti: “Per la città delirante è un susseguirsi di scene indescrivibili. La bronzea voce delle campane di spande maestosamente, accresce il delirio, diviene eco possente fra mille multisonanti echi. E suonano, suonano! Sembra che dicano. Sorelle di San Giusto, di San Marco, di Brescia, argentina del Carroccio, siamo con voi in questa sublime leggenda italiana. Le anime dei nostri eroi sono qui vibrano nell’etere come vibra la vostra voce. Suonate campane! Suona, campana di Sant’Agata, suona!”.

Un telegramma indirizzato al Ministero dell’Interno così descriveva il clima patriottico di Catania: “Ieri sera giunta notizia occupazione Trieste e stamani allo annunzio occupazione Trento imponenti dimostrazioni con intervento ogni classe cittadini percorsero in segno di giubilo vie questa città con bandiere e musica”. In un’altra nota venivano citati i festeggiamenti catanesi per la vittoria delle armi italiane: “Ieri sera grandiosa dimostrazione patriottica organizzata in corteo di esultanza per firma armistizio tra alleati e paesi nemici percorreva principali vie cittadine inneggiando al Re e allo esercito. Nessun incidente verificatosi”.

Ancora un telegramma del prefetto Saverio Bonomo: “Durante mattinata questa cittadinanza ha manifestato con corteo promosso da studenti e associazioni cittadine suo entusiasmo per la vittoria armi italiane corteo si è formato sotto prefettura sotto consolato americano acclamando. Stop. Nel pomeriggio ad iniziativa casa popolo si è formato altro corteo parecchie decine di migliaia persone al quale hanno preso parte autorità e cittadini di ogni gradazione e di ogni partito. Stop. Fermatosi prefettura fu arringata da Generale Comandante presidio. Stop, Anche dagli altri comuni della provincia mi pervengono continuamente notizie di dimostrazioni patriottiche. Stop. Ordine pubblico è ovunque perfetto”.

Il sindaco Antonio Sapuppo Asmundo fece affiggere un manifesto patriotico: “Cittadini sul colle di S. Giusto e sul Castello di Trento, dove il capestro del boia strappò la vita a Guglielmo Oberdan e Cesare Battisti, che vissero e morirono per la più nobile idea, sventola da ieri circonfusa di gloria purissima, il vessillo d’Italia. Virtù di popoli e sapienza di governanti, eroismi di soldati e forti propositi di condottieri realizzarono la secolare aspirazione vaticinata da Dante ed auspicata dai grandi sacrifici del nostro Paese. In quest’ora in cui la Patria esulta per la conquista dei suoi sacri confini, in cui per il mondo si diffonde la gioia del patto di suprema fratellanza, che si stringerà trai popoli ubbidienti soltanto ad una legge suprema fatta di doveri e di amore, intrecciamo corone di lauro per gli Eroi caduti, e inviamo fiori ai combattenti vittoriosi. I loro figli, le loro spose, saranno i figli e le spose della patria. In alto, o fratelli, i cuori, in alto le insegne e le memorie. Avanti, o Italia nuova e antica. Viva Trento e Trieste. Viva l’Esercito”.

In mattinata anche il prefetto, uscito da palazzo Minoriti, pronunciò nobili parole inneggianti alla Patria. Ecco qualche breve stralcio: “Il sogno dei nostri padri e della nostra giovane nazione è stato finalmente realizzato mediante il valore del nostro esercito, il quale deve rimanere in eterno scolpito nel cure di tutti gli italiani. Ma, per quanto sacro e legittimo sia il nostro entusiasmo, noi dobbiamo dominarci e comprendere che la grandezza della nostra Italia sta, oltre che nei nostri soldati, anche nel governo d’Italia e in quello degli Alleati. Viva l’Esercito, Viva Trieste italiana”.

Il vescovo ausiliare di Catania, il veronese mons. Emilio Ferrais, espresse tanta gioia per la vittoria del nostro esercito nella battaglia di Vittorio Veneto, l’ultima della <grande guerra> e festeggiò lo storico evento all’ospedale Santa Marta assieme a molti profughi e agli invalidi di guerra. Il presule, che era stato nominato nuovo rettore del Seminario arcivescovile, così si espresse: “Cari soldati, avete ragione di far festa perché questo è il frutto del vostro coraggio, del compiuto dovere, del vostro sangue. Il cuore di tante mamme, di tante spose di tante piccole creature oggi esulta, perché presto vedranno ritornare al loro abbraccio, belli di gloria i cari soldati che hanno difeso, che hanno salvato la Patri. Brindate al bene della nostra Patria fatta ora più grande, alla gloria dell’Esercito che l’ha fatta più grande, alla salute di Chi si è mostrato coll’opera il primo soldato, che oggi potete chiamare il Re della più grande Italia”,

Il fausto evento fu festeggiato solennemente anche dall’Arcidiocesi di Catania nel capoluogo e in tutti i comuni che ne facevano parte con affollati riti sacri di ringraziamento. La Cattedrale “Sant’Agata Vergine e Martire” straripava di folla festante. Durante la celebrazione della s. messa, alla consacrazione, al momento dell’Elevazione uno squillo di tromba ordinò l’attenti e il presentarmi davanti al cardinale arcivescovo Giuseppe Francica Nava. Il sacerdote Carmelo Scalia ringraziò i valorosi soldati e i comandi militari precisando che solo grazie al valido aiuto del Dio degli eserciti fu possibile ottenere una vittoria così rapida e gloriosa. Terminata la funzione i fedeli si spostarono all’Arcivescovado dove il vescovo Ferrais tenne un accorato discorso celebrativo e patriottico della vittoria. A conclusione, accolto da scroscianti applausi apparve il cardinale che teneva in mano un fazzoletto tricolore. Il porporato benedisse la gioia del popolo catanese, i sacrifici che l’Italia e gli Stati alleati avevano fatto, benedisse alla vittoria delle nostre armi e alla pace che l’arcivescovo augurò uratura e bnefica. Invitò, infine, tutti presenti a ringraziare l’Onnipotente e la Patrona Sant’Agata.

Nel pomeriggio, la grande dimostrazione indetta dal sindaco in piazza dei Martiri depose una corona di fiori ai piedi della lapide murata sul lato levante del palazzo Reburdone in onore dei Caduti della libertà ed indipendenza della Sicilia nel 1837.

Successivamente la folla, nella stessa piazza della <Statua>, si recò davanti a palazzo Ferrarotti, sede del consolato USA, acclamando agli alleati dell’Italia. Dopo che il console Fernold rivolse al popolo un breve saluto di ringraziamento, l’imponente corteo si diresse a palazzo Minoriti sede della Prefettura, dove il maggiore generale Mattarelli tra l’altro disse: “Il mio cuore di italiano e di soldato esulta per il patriottico entusiasmo di questa eletta cittadinanza, che sento di dovere ringraziare per le manifestazioni che ieri ed oggi si proponevano di fare alla mia modesta persona, quale rappresentante dell’Esercito che oggi si onora. Esercito che, se ha potuo oggi con fulminea mossa issare il tricolore su Trento e Trieste, seppe però anche altre volte giungrevi alle porte con superba tenacia e con generoso gettito di vite in olocausto della Patria. Ai valorosi che per forza d’armi varcarono il Piave, a quelli che fecero crollare con sanguinosi, eroici combattimenti il massiccio del Grappa, a noi strenuamente conteso, ai Prodi che fecero retrocedere l’avversario sull’altopiano di Asiago, ai meravigliosi fanti che con rapida marcia tagliarono la via al nemico, vada oggi il pensiero riconoscente per avere con ardui sforzi e con sublimi sacrifici messo in rotta il secolare nemico In questa ora in cui la vittoria ci arride, stringiamoci con rinnovata fede intorno a nostro prode Sovrano, ammirandone le eccelse virtù di soldato e di cittadino”.

L’enorme folla, subito dopo, si spostò in piazza Duomo per sentire parlare il sindaco che così si espresse: “La nostra fede non vacilla mai. Ecco il giorno sacro alla festa d’Italia. Questo momento solenne non è soltanto giustizia agli animi nostri combattuti da quattro anni di lotta, non soltanto gaudio supremo di vittoria sui secolari nostri nemici, ma la rivendicazione dei nostri diritti ottenuti per il travolgente slancio dei nostri eroi; sintesi dell’epopea nazionale che erompe alla leonina acclamazione del popolo in delirio. I nostri filosofi predicarono la grande crociata, i nostri martiri arrossarono del loro sangue gentile terree città. Temevamo, per le lunghe sofferenze, di essere stati abbandonati dal destino, di avere disperso l’energia di un popolo che, con sacre gesta, ha saputo dare tutto, le ricchezze, i godimenti, la vita preziosa dei propri figli in olocausto d una idealità. Ma la storia sorse giustiziera del mondo, e impose la sua inesorabile necessità. Siano benedetti i nostri Eroi, che non caddero invendicati; siano benedette e consacrate le lacrime delle madri e delle spose; benedetto lo strazio del passato, nel giorno in cui eleviamo il gonfalone dl trionfo. Viva l’Italia grande e forte”.

L’on. De Felice parlò con foga tribunizia per ultimo e commosse tutti: “Cittadini, abbiamo penato lungamente, ora dobbiamo gioire. Madri, sorelle, spose, i vostri cari caduti sul Calvario della Patria si levano dalle tenebre, e risorgono in questa grande ora di Vittoria e di Pace. Non piangete la loro scomparsa, benedite i loro sacrifici. Essi hanno avuto il meritato onore di baciare per primi il sacro suolo di Trento e Trieste. E di là ci annunciano che l’Italia, per loto opera, è stata compiuta. E’ stata una guerra sanguinosa e spietata. Il compimento è stato più rapido che non si pensasse, la vittoria è stata più completa che non si sperasse. Non solo è stato attuato il sogno dell’Unità della Patria con la conquista di Trento e Trieste, ma si è anche compiuta una grande rivoluzione politica. Le nazioni non hanno più tiranni, la civiltà è senza paura. Il disarmo è dovere di tutti, il diritto bisogno di ciascuno.

   La rivoluzione francese proclamò i diritti dell’Uomo e del Cittadino; la guerra democratica attuò i diritti delle Nazioni oppresse e dell’Umanità libera. La rivoluzione uccise Luigi XVI e sulle sue rovine fondò una civiltà nuova; la guerra redentrice uccise lo Zar, abbatté il Kaiser, distrusse gli Asburgo, e sui loro troni infranti eresse la libertà per tutti, una società più moderna e più civile, la forza del diritto contro il diritto della forza. Ieri tutti nemici al servizio dei tiranni, arbitri della pace della guerra, della vita e della morte dei popoli; domani tutti liberi, tutti eguali, tutti fratelli, vincitori e vinti, sulle rovine della tirannide abbattuta. Nel 1870 il Cittadino, fatto soldato, salvò la Francia repubblicana. Oggi il soldato rimasto cittadino ha liberato l’Umanità. Questa non è stata una guerra, ma una rivoluzione. Per essa inviamo il saluto della riconoscenza e della fede ai morti e ai combattenti che l’hanno compiuta; un saluto agli Alleati, strumento di vittoria civile; un saluto a Wilson, presidente degli Stati Uniti, magnifico assertore del diritto dei Popoli. Viva l’Italia, viva l’Esercito”.

Martedì 5 novembre 1918, il <Giornale dell’Isola> da un altro saggio dell’incontenibile tripudio generale: “Spiegate al vento mille bandiere, la città ha un aspetto di magica bellezza. Le vetture tranviarie, pavesate con guidoncini tricolori, alle ore nove sospendono il servizio. Alle dieci, la Banda dell’Ospizio, suonando inni patriottici, passa e ripassa per via Etnea. In attesa del Bollettino della Vittoria (l’ultimo bollettino di guerra del generale Armando Diaz, dopo il successo a Vittorio Veneto), che deve giungere da un momento all’altro, si formano imponenti cortei…”.

Nel pomeriggio la popolazione affollò all’inverosimile via Etna, dai Quattro Canti al Rinazzo (incrocio tra le vie Etnea, Umberto e Caronda) impedendo la quotidiana ed immancabile <cassariata>, la sfilata delle carrozze dei nobili trainate da alteri cavalli di razza. L’improvvisata festa patriottica durò fino notte inoltrata

Antonino Blandini

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