Al “Verga” di Catania, dal 19 al 24 Marzo, in scena “Il Gabbiano” di Anton Cechov, regia di Marco Sciaccaluga

Una scena de "Il Gabbiano"

Dal 19 alle ore 20.45 al 24 Marzo, al Teatro Verga di Catania, va in scena lo spettacolo “Il gabbiano”, di Anton Cechov (versione italiana Danilo Macrì), per la regia di Marco Sciaccaluga, con Elisabetta Pozzi, in cartellone per la Stagione 2018/19 del Teatro Stabile di Catania. Prodotto dal Teatro Stabile di Genova, le scene e i costumi sono di Catherine Rankl, le musiche di Andrea Nicolini, le luci di Marco D’Andrea. Sul palco anche Alice Arcuri, Stefano Santospago, Francesco Sferrazza Papa e Federico Vanni.

È uno dei testi teatrali moderni più noti e rappresentati di sempre; i personaggi della giovane Nina e del tormentato Konstantin, di Irina Arkadina, sua madre celebre attrice e amante dello scrittore Trigorin, sono stati portati sul palcoscenico in tutto il mondo dai maggiori attori di teatro e messi in scena dai più celebri registi.

Il titolo dell’opera viene da un accostamento simbolico: quello fra l’ignara felicità di un gabbiano che, volando sulle acque di un lago, viene stroncata dall’oziosa indifferenza di un cacciatore e la sorte di una fanciulla, Nina, che sulle rive dello stesso lago si innamora di Trigorin, il quale senza cattiveria, anzi cedendo a una sorta di fatalità, approfitta della sua femminile smania di aprire le ali, la porta via con sé a fare l’attrice, la rende madre di un bimbo che però muore e la lascia infine tornare a casa distrutta. Qui c’è un altro uomo che l’ama da molto tempo, il giovane Konstantin, anche lui scrittore, che sogna l’arte e la gloria. Ma la madre di lui, Arkadina, disprezza l’inconsistenza delle liriche fantasie che egli va componendo e l’amata Nina non vuol saperne di lui.

Scritto nel 1895 e rappresentato a Pietroburgo l’anno successivo, “Il gabbiano” fece dapprima registrare un insuccesso clamoroso, ma quando nel 1898 Stanislavskij e Dančenko rimisero in scena questo testo al loro Teatro d’Arte di Mosca fu subito un trionfo che aprì la via all’affermazione di Anton Cechov quale uno dei padri del teatro moderno.

“Guardando il vostro teatro, bisogna essere dei mostri di virtù per amare, compatire, aiutare a vivere queste nullità, questi sacchi di trippa che siamo… Vedete, a me pare che trattiate gli uomini con il gelo del demonio”. Con folgorante sintesi, così scriveva Maksim Gorkij a Cechov, dopo aver assistito ad una rappresentazione di Zio Vanja. A me pare che stia proprio lì l’essenza del genio di Cechov: la feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo. Il palcoscenico di Cechov è la forma più gentile, condivisa, ironica di spietatezza. Il suo “Teatro della Crudeltà” è il più “umano” che io conosca.

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