La crocifissione e la risurrezione del Signore in alcuni inni pasquali del diacono Efrem di Nisibi

Resurrezione di Cristo Raffaellino Del Garbo - 1466 - 1500- Galleria dell'Accademia – Firenze

Il diacono Efrem, considerato il più grande padre della Chiesa siriana del IV sec., nella sua abbondante innografia sulla Crocifissione e sulla Risurrezione di Cristo, canta il mistero della nostra salvezza con tutta la bellezza della sua poesia, insieme alla profondità della sua teologia. Di Efrem abbiamo una collezione di inni pasquali che trattano tre aspetti particolari: 21 sugli azzimi, 9 sulla crocifissione e 5 sulla risurrezione.

Nell’Inno VIII sulla Crocifissione, Efrem contempla i luoghi e gli strumenti legati alla passione di Cristo e, come in altri dei suoi inni, inizia ogni strofa con l’acclamazione “beato”, indirizzata a ognuno di questi luoghi e strumenti. Il giardino del Getsemani è messo in parallelo con il giardino dell’Eden, il luogo che vide la lotta ed il sudore di Adamo accoglie, come profumo il sudore di Cristo: <<Beato sei tu, luogo, che fosti degno di quel sudore del Figlio che su di te cadde. Alla terra mescolò il suo sudore per allontanare il sudore di Adamo… Beata la terra, che egli profumò con il suo sudore e che malata fu guarita>>.

“Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia…” (Inno I sulla Risurrezione)

L’Eden è anche presentato da Efrem come il luogo della volontà divisa di Adamo tra il precetto di Dio e l’astuzia del serpente, e che nel Getsemani diventa, per mezzo dello stesso Cristo, il luogo dell’accoglienza e dell’unità nella volontà del Padre: <<Beato sei tu, luogo, perché hai fatto gioire il giardino delle delizie con le tue preghiere. In esso era divisa la volontà di Adamo verso il suo creatore… Nel giardino Gesù entrò, pregò e ricompose la volontà che si era divisa nel giardino e disse: «Non la mia ma la tua volontà!». Efrem dichiara pure beato il luogo del Golgota perché nella sua piccolezza accoglie il mistero della passione di Cristo: la riconciliazione con Dio, il saldo del debito ed il luogo da dove il buon ladrone parte per aprire ai redenti l’Eden. Efrem, come è abituale in lui, si serve del contrasto tra i due luoghi: il cielo, luogo grande del Dio nascosto, ed il Golgota, piccolo luogo del Dio manifesto: <<Beato sei anche tu, o Golgota! Il cielo ha invidiato la tua piccolezza. Non quando il Signore se ne stava lassù nel cielo avvenne la riconciliazione. È su di te che fu saldato il nostro debito. È partendo da te che il ladrone aprì l’Eden… Colui che fu ucciso su di te mi ha salvato>>.

Anche il buon ladrone è dichiarato beato da Efrem perché è condotto nel paradiso dal Signore stesso; la sua morte è incontro con Colui che è la Vita. Inoltre è molto bella l’immagine, sempre presentata per via di contrasto, che il diacono propone tra coloro che tradirono, che negarono e che fuggirono, e colui che dall’alto della croce lo annunzia, come se Efrem volesse sottolineare che lì, nella croce, il ladrone diventa apostolo: <<Beato anche tu, ladrone, perché a causa della tua morte la Vita ti ha incontrato… Il nostro Signore ti ha preso e adagiato nell’Eden… Giuda tradì con inganno, anche Simone rinnegò e i discepoli fuggendo si nascosero: tu però lo hai annunziato>>. Nello stesso inno Efrem accosta per omonimia i diversi personaggi: nel nostro testo Giuseppe di Arimatea viene messo in parallelo a Giuseppe sposo di Maria. Il ruolo di costui nell’accogliere il Bambino neonato, nel fasciarlo e nel vederlo schiudere gli occhi, diventa in qualche modo il ruolo dell’altro Giuseppe verso Cristo calato dalla croce: <<Beato sei tu, che hai lo stesso nome di Giuseppe il giusto, perché avvolgesti e seppellisti il Vivente defunto; chiudesti gli occhi al Vigilante addormentato che si addormentò e spogliò lo sheol>>.

Efrem canta beato anche il sepolcro, paragonandolo a un grembo che rinchiude per sempre la morte, e l’Eden, diventato sepolcro di Adamo, il luogo da dove egli stesso verrà redento da Cristo: <<Beato sei anche tu, sepolcro unico, poiché la luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa, che in te il Vivente morto ha cacciato via… Il sepolcro e il giardino sono simbolo dell’Eden nel quale Adamo morì di una morte invisibile… Il Vivente sepolto che risuscitò nel giardino risollevò colui che era caduto nel giardino>>. Infine tre città, che furono testimoni di tutto il mistero della redenzione, sono dichiarate beate da Efrem: <<Beate voi tre, senza invidia: del Terzo del Padre voi foste degne. La sua nascita a Betlemme, la sua abitazione a Nazaret, e a Betania poi la sua ascensione>>. Nel primo inno sulla Risurrezione, Efrem canta il mistero della salvezza realizzato da Cristo, dalla sua Incarnazione nel grembo di Maria alla sua passione, morte e risurrezione. Per il diacono di Nisibi, il Figlio di Dio, incarnandosi, diventa a pieno titolo il buon pastore che esce alla ricerca della pecora smarrita: <<Volò e discese quel Pastore di tutti: cercò Adamo pecora smarrita, sulle proprie spalle la portò e salì…>>.

Efrem si serve dell’immagine del grembo e accosta quello del Padre e quello di Maria e come conseguenza anche quello dei credenti, ripieni della presenza in loro del Verbo di Dio: <<Il Verbo del Padre venne dal suo grembo e rivestì il corpo in un altro grembo. Da grembo a grembo egli procedette e i grembi casti furono ripieni di lui. Benedetto colui che prese dimora in noi!>>. Il santo diacono sottolinea fortemente in tutto l’inno il rapporto stretto del mistero della salvezza che si realizza in Cristo, dalla sua esistenza eterna nel seno del Padre alla sua Risurrezione e Ascensione in cielo: <<Dall’alto fluì come fiume e da Maria come una radice. Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia… Dall’alto discese come Signore e dal ventre uscì come servo. Si inginocchiò la morte davanti a lui nello sheol e alla sua Risurrezione la vita lo adorò…>>. Ancora con altre immagini molto semplici e allo stesso tempo belle e profonde, Efrem canta tutto il mistero della redenzione: <<Maria lo portò come neonato. Il sacerdote lo portò come offerta. La croce lo portò come ucciso. Il cielo lo portò come Dio. Gloria al Padre suo!>>.

L’Incarnazione di Cristo, sempre in questo stesso inno, Efrem la contempla ancora come il farsi prossimo di Gesù verso l’umanità debole e malata: <<Gli impuri non aborrì e i peccatori non schivò. Degli innocenti gioì molto e molto desiderò i semplici… Dai malati non vennero meno i suoi piedi né le sue parole dagli ignoranti. Si protese la sua discesa verso i terrestri e la sua ascesa verso i celesti…>>. Tutta la redenzione adoperata da Cristo, Efrem la vede nella chiave del suo farsi vicino, del suo svuotarsi per sollevare e portare tutti gli uomini alla sua gloria divina: <<Nel fiume lo annoverarono tra i battezzandi, e nel mare lo contarono tra i dormienti. Sul legno come ucciso e nel sepolcro come un cadavere… Chi per noi, Signore, come te? Il Grande che si fece piccolo, il Vigilante che si addormentò, il Puro che fu battezzato, il Vivente che perì, il Re disprezzato per dare a tutti onore…>>. Il diacono Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di <<cetra dello Spirito Santo>>, morì ad Edessa il 9 giugno 373, vittima del contagio contratto mentre curava i malati di peste.

Diac. Sebastiano Mangano

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