Eruzione 1669 la lava minaccia il Duomo di Catania ma si riversa nel mare salvando parte della città Medievale

Veduta di Catania durante l’eruzione del 1669 (copia dell’affresco della sacrestia della Cattedrale di Catania), Anonimo, [1687], disegno a penna, Bibliothèque Nationale di Parigi

La cronaca del torrente di lava che minacciò da vicino di distruggere Catania nel tempo di Pasqua del 1669, come è riportato dal <notaio pubblico> Carlo Mancino (nel diario intitolato “Narrativa del fuoco uscito da Mongibello il dì undici di marzo del 1669” e dedicato al priore del suo convento), un religioso testimone della terrificante distruttiva eruzione della primavera di quell’anno di fuoco dell’Etna, ci fa rivivere con quali sentimenti di angoscia i catanesi trascorsero la prima parte dei  <giorni lietissimi> della Cinquantina Pasquale.

Il racconto così recita: “Sabato 27 d’Aprile sopra d’un fume corrente di fuoco, che passava per sopra la Chiesa di nostra Signora delle grazie, che è dinanzi la porta della Consolazione (piazza Machiavelli via Vittorio Emanuele), porta di Città, si fece una strada, sopra la quale miracolosamente passava ogni sorte di gente, e cavalcature cariche, si di farina, come d’ogn’altro vitto, con restare ogn’uno attonito, e stupefatto per si gran miracolo. Quando che poch’ore prima si vedea detto fiume di liquido fuoco correre velocissimo, ed impraticabile, e doppo tramutato in pietra nera, dare la strada (attuale via Fortino Vecchio), e libero il passo ad ogn’uno sopra si se, e cossì ad intercessione delle nostre protettrici Maria sempre Vergine della Sacra Lettera, e della invitta martire Agata su questa Città sua patria consolata, con entrare il vitto per la porta della Consolazione, portato per sopra del fuoco… Nei giorni 28 e 29 di Aprile il fuoco sempre fè camino, stringendo le mura della Città, e precipitandosi nel mare… Così pure il fuoco, che haveva brugiato il luoco, vigna e giardino dei PP: Gesuiti passando, e coprendo la strada, brugiò la Vigna, e giardino di D. Thomaso Paternò e Castello, ed altre vigne e terreni contigui, scendendo per la valle, sotto la chiesa della reale Abbatia di Nostra Signora di Nuovaluce (pare alta del Cimitero comunale di via Acquicella), hoggi habitata dalli Reverendi PP. Agostiani della Riforma”.

La lava colpisce il monastero di S. Nicolò l’Arena dei PP. Benedettini:Il giorno 30 di Aprile, giorno funestissimo, e prodigioso per Catania, che la colpì di colpo mortale. Perché ad hore 16 di detto il fuoco, che per più giorni haveva arietato li muri della Città, e quelli sempre resistendo, alle perfine scosse con urti horrendi, buttò il muro della Città contiguo alla chiesa di S.Barnaba, e del giardino del monastero di S. Nicolò l’arena dei PP. Benedettini. Fù l’apertura, che fece a 25 canne di larghezza, per la quale entrò vittorioso nella sconfitta e perdente Città… “.

In tutti i modi si cercò di salvare dalla lava l’abbazia benedettina di San Nicola l’Arena e a valle tutta la Catania di allora che si estendeva ai margini bassi della collina di Monte Vergine e della Cipriana. La lava si divise in due bracci, uno dei quali bruciò la chiesa di Santa Maria Maggiore e la chiesa di San Geronimo, l’altro le chiese di Barnaba e San Crispino, la contrada del Corso e moltissime case.

Su 20.000 abitanti appena 3000 restarono in città, tutti gli altri cercarono scampo verso Ognina e la costa, mentre da ogni parte Catania veniva fatta oggetto di solidarietà. La colata arrivò a qualche centinaio di metri dal Duomo, ma poi si riversò a mare.

Tracce del suo avanzare sono ancora ben visibili in alcuni vicoli di via Plebiscito bassa (quartiere Angeli Custodi), nelle vie Vela e San Calogero, al cortile Gammazita.

L’abate Francesco Ferrara racconta che la lava “inondò le mura sino alla Porta delli canali (la Pescheria) lasciando appena la Porta della decima ma sommergendo parte dell’acquedotto di Marcello, le rovine della Naumachia e del Circo Massimo, coprì i Bastioni di s. Giorgio e di s. Croce sotto il Castello; riempì i fossati di questo, e circondò le due torri di mezzogiorno”.

Il fiume incandescente raggiunse i 36 canali d’acqua dell’Amenano e sotterrò il fiume, trasformando “le belle riviere della marina in orrende ferrigne pendici” (Tedeschi Paternò).

Il venerdì santo, 19 aprile, le reliquie di S. Agata e le campane, via mare, erano state trasferite nell’abbazia Santa Maria di Lognina; nei pressi furono costruite molte logge per la dimora del vescovo Bonadies, dei canonici e del Senato civico. Nei giorni fra l’Ottava di Pasqua, la lava si riversò e si inoltrò per circa 2 chilometri in mare. Ma le giornate più drammatiche dovevano ancora venire nei primi giorni del mese di maggio.

Antonino Blandini

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