Alla Sala Di Martino di Catania, con “Lettera al padre” di Franz Kafka, il profondo conflitto tra genitore e figlio, regia di Gianni Scuto

Nella foto Domenico Maugeri e Alessandro Charamonte

Proseguendo con il progetto “Il Caso K”, incentrato sulla produzione e sul pensiero dello scrittore praghese Franz Kafka, il Centro teatrale Fabbricateatro di Catania, dopo aver messo in scena lo scorso marzo “Il Processo”, ha debuttato (repliche il 10, 11 e 12 Maggio) alla Sala Giuseppe Di Martino di Catania, in via Caronda 82, con l’atto unico “Lettera al padre”, dal romanzo di Franz Kafka , nell’adattamento e regia di Gianni Scuto.

Il rapporto claustrofobico e distruttivo che intercorre tra padre e figlio emerge chiaramente dalla lettera che Kafka scrive al padre nel 1919, quando la sua vita è oramai segnata inesorabilmente da una salute cagionevole, da fallimenti personali e da un senso di colpa perenne che lo spinge a chiudersi nella sua scrittura, isolandosi dal mondo esterno. La lettera di Franz Kafka, confessione accorata al genitore autoritario e arrogante, mai pervasa da rancore e mai consegnata al padre, pubblicata postuma nel 1952, rimane insieme ai Diari e al resto dell’epistolario un accesso privilegiato alle intuizioni narrative e filosofiche di uno degli scrittori più brillanti del XX secolo.

Da sinistra Alessandro Gambino, Alessandro Chiaramonte e Domenico Maugeri

Nel suo adattamento del romanzo di Kafka, l’esperto regista Gianni Scuto propone, in circa 65’, nel claustrofobico impianto scenografico allestito da Bernardo Perrone, un lavoro introspettivo, con cinque attori (due donne e tre uomini), dove protagonisti assoluti sono la parola, i suoni, i ritmi, le musiche in una pièce sempre tesa, appassionante, coinvolgente. Lo spettatore – a ridosso, incollato, agli interpreti – assiste alla confessione accorata dell’autore praghese al genitore autoritario e arrogante, un vero e proprio conflitto nei confronti di una figura che incarna l’autorità assoluta, rappresentante di un mondo utilitaristico e pratico, ben lontano dalle aspirazioni dello scrittore.

Attraverso il percorso tracciato dal regista l’atto unico sottolinea l’invalicabile distanza tra Herman e Franz Kafka, presentando specifici eventi dell’infanzia dello scrittore praghese: la vergogna provata a confrontare il proprio esile e sghembo corpo con quello robusto e potente del padre, il trauma subìto ogni qualvolta il padre lo puniva per i pianti notturni, lasciandolo al freddo sul ballatoio. Tra musiche, suoni e voci, la pièce non si ferma, però, alle vicende tra padre e figlio, al loro rapporto complicato, ma affronta anche tematiche quali l’ebraismo, lo stare a tavola, i successi lavorativi e l’attività letteraria o temi quali l’inadeguatezza del giovane Franz, il senso di colpa, il rapporto con l’altro sesso, l’angoscia e la celebre figura dell’insetto parassita che ritorneranno in romanzi e racconti quali” La metamorfosi, “Il processo”, “La condanna” e “Un incrocio”. Proprio in “Lettera al padre” ci sono chiarissimi riferimenti a “La metamorfosi”, dove Kafka descrive il conflitto con il padre come una “lotta del parassita” ed il parassita in questione è proprio il padre, che punge e succhia il sangue della vittima per poter sopravvivere.

Una scena (in primo piano Alessandro Gambino e Domenico Maugeri)

La lettera è il tentativo di esorcizzare una relazione poco sana, di ripercorrere nel tempo tutti gli avvenimenti, gli sguardi e le parole che lo hanno costretto a restringersi e ad abbassare il capo di fronte alla grandezza tirannica della figura paterna. Con i costumi di Umberto di Baviera ed una scenografia opprimente – una sorta di gabbia in cui si agitano, si muovono, i cinque protagonisti, arricchita da alcuni oggetti evocativi (una vecchia pista con dei trenini, un pallone, delle torce, un cavallo a dondolo, un tavolinetto e due sedie, un vassoio con posate, bicchieri e della frutta) -, la pièce vede in scena nei panni dell’autoritario padre Hermann e del figlio succube Franz Kafka, i convincenti e determinati Domenico Maugeri ed Alessandro Chiaramonte, supportati dalla madre Julie (l’attenta Barbara Cracchiolo), dalla sorella Ella (Elisa Marchese) e dall’amico Sorel, reso con vigore da Alessandro Gambino. Particolarmente interessante la scelta delle musiche da parte del regista Gianni Scuto che privilegia come sottofondo o tappeto sonoro dell’intrigante vicenda, musiche della tradizione yiddish (una è cantata da Barbra Streisand, l’altra – “Gam Gam Gam” -dai bambini ebrei mandati ai forni crematori dai nazisti) ed una mazurka d’epoca che rendono più intenso il pathos, l’intrigo interiore della pièce.

Nella foto, da sinistra, Barbara Cracchiolo ed Elisa Marchese

Spettacolo emblematico ed attuale, esempio di contrasto tra padre e figlio, tra generazioni, che alla fine riscuote gli applausi e l’interesse degli spettatori e soprattutto di chi vuole approfondire i temi degli scritti kafkiani più noti e chi è interessato al conflitto padre-figlio in letteratura e psicoanalisi.

A fine spettacolo sicuramente alcuni genitori o figli si riconosceranno nei protagonisti della pièce o avranno modo di rileggere il proprio personale rapporto, la crescita, le responsabilità, le disapprovazioni, le paure alimentate dal confrontarsi con un genitore autoritario e con il quale non possono interloquire.

“….la vita è più che un gioco di pazienza; ma con la correzione che deriva da questa impostazione, correzione che né posso né voglio sviluppare ancora nei dettagli, si è secondo me raggiunto un qualcosa di così vicino alla verità che un pochettino può tranquillizzarci entrambi e renderci più facile il vivere e il morire”.  Franz.

Lo spettacolo, dopo il debutto dello scorso fine settimana, verrà replicato il 10, 11 e 12 Maggio sempre alla Sala Di Martino, alle ore 21 e la domenica alle 18.30.

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