Alla Sala Di Martino di Catania, il 18 e 19 Gennaio, ultime due repliche per “Capitan Seniu” di Nino Martoglio, regia Elio Gimbo

I protagonisti di "Capitan Seniu"

Ultime due repliche, domani sabato 18 Gennaio alle ore 21.00 e domenica 19 alle ore 18.00, alla Sala Giuseppe Di Martino di Catania, in via Caronda 82, per la commedia di Nino Martoglio “Capitan Seniu”, nell’adattamento di Daniele Scalia, regia di Elio Gimbo, produzione del Centro Teatrale Fabbricateatro.

In scena, nei vari ruoli, Cinzia Caminiti, Franco Colajemma, Pietro Lo Certo, Gianni Nicotra, Daniele Scalia, William Signorelli, Marilena Spartà. Aiuto regia Nicoletta Nicotra, scena di Bernardo Perrone, coreografie di Sabrina Tellico, costumi di Mario Alfino, luci di Simone Raimondo. Ingresso spettacoli: € 10,00 Ridotto € 8,00 – Info e prenotazioni: 347.3637379.

In “Capitan Seniu”, testo del 1912 tra i meno rappresentati di Nino Martoglio, nell’adattamento di Daniele Scalia, il protagonista è un lupo di mare, un “self made man”, un anziano capitano di golette benestante (Seniu), circondato da una sorella (Rachela) e da due nipoti (Tina e Mario), alle prese con costanti dissapori familiari. I quattro hanno tutto per essere felici (benessere, prosperità, un futuro assicurato) ma loro convivenza è turbata da tensioni, liti, che producono partiti trasversali alle generazioni rappresentate, zio e nipotina contro zia e nipote. Ma, come accade nella vita e nelle famiglie benestanti, l’odio o l’antipatia nascondono l’amore e l’affetto. In condizioni simili la famiglia o esplode e si disgrega, oppure si stipula un nuovo patto, si trova un compromesso, ripristinando, almeno temporaneamente, l’armonia reciproca tra singoli e tra generazioni. E’ quello che accade nel finale di “Capitan Seniu”, dove i personaggi si vogliono un gran bene e la doppia vicenda si conclude nel migliore dei modi e con una pacifica convivenza.

Locandina

Se si leggono con più attenzione i testi martogliani, – spiegano Elio Gimbo e Daniele Scalia – si può evidenziare come per Martoglio il comico fosse un mezzo e non un fine, non divisibile dal contesto sociale dei personaggi che ne erano portatori. Martoglio estrae il comico dalla stessa miniera da cui Verga estrae il tragico: la meccanica delle classi sociali, con tutte le annesse manifestazioni di sofferenza, di ingiustizia, di rassegnazione o di malvagità che questo motore immobile della Storia comporta. La stessa scelta di molteplici registri linguistici, dai gerghi ai vernacoli locali, all’italiano un po’ storpiato di alcuni personaggi non è canzonatura da parte dello spettatore borghese ai danni del popolano sulla scena, ma rappresentazione di una società in continua evoluzione. Come Verga, in un certo senso, Martoglio passa in rassegna le differenze di comportamento delle varie classi sociali alla ricerca del benessere, dai diseredati affamati della Civita alla piccola borghesia che ha accumulato il capitale”.

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