L’attore, regista ed autore calabrese Saverio La Ruina si racconta: “Scrivere testi e rappresentarli vuol dire per me esprimere qualcosa di personale”

Saverio La Ruina

Lo abbiamo incontrato con la sua compagnia “Scena Verticale” lo scorso Dicembre al “Piccolo Teatro della Città” di Catania come protagonista della pièce “Mario e Saleh” e gli avevamo dato appuntamento, sempre nella città etnea, il prossimo 21 Marzo per la rappresentazione del suo acclamato lavoro “Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria” che nel 2007 ha conquistato due Premi Ubu. Stiamo parlando dell’attore, drammaturgo e regista teatrale Saverio La Ruina, calabrese, co-fondatore nel ’92, con Dario De Luca, della Compagnia Scena Verticale che ogni anno a Castrovillari (Cosenza) organizza il Festival Primavera dei Teatri, riferimento nazionale per la scena teatrale contemporanea.

“Dissonorata”

Saverio La Ruina si è diplomato come attore alla Scuola di Teatro di Bologna, diretta da Alessandra Galante Garrone ed ha lavorato, tra gli altri, con Leo de Berardinis e Claudio Remondi & Riccardo Caporossi. E’ tra i giovani registi selezionati agli atelier di regia curati da Eimuntas Nekrosius per La Biennale di Venezia nelle edizioni 1999 e 2000. Con la sua compagnia Scena Verticale è stato presente nei più importanti festival e teatri italiani e all’estero. Dal 1996 al 2004 ha scritto e messo in scena: “La stanza della memoria” (con Dario De Luca), “De-viados”, “Hardore di Otello”, “Amleto ovvero Cara mammina” e “Kitsch Hamlet”.
Ha vinto con Scena Verticale il Premio della Critica Teatrale 2002 assegnato dall’Associazione Nazionale dei Critici Teatrali e nel 2006 ha debuttato con “Dissonorata” per il quale ha ricevuto, come detto, nel 2007 due Premi Ubu (“miglior attore ” e “miglior testo italiano”). Sempre nel 2007 ha ottenuto la nomination al Premio ETI – Gli Olimpici del Teatro come “migliore interprete di monologo” e nel 2009 con “La Borto” ha vinto il Premio Ubu 2010 per il “miglior testo italiano”. Ha inoltre ricevuto sempre nel 2010 il Premio Hystrio alla drammaturgia per “Dissonorata” e “La Borto”.

L’attore, regista e autore Saverio La Ruina

In un momento di generale sosta forzata , per l’emergenza Coronavirus, ho raggiunto telefonicamente Saverio La Ruina e in una amichevole discussione teatrale, e non solo, si è parlato di progetti, di linguaggio teatrale, di nuova drammaturgia, di maestri, di passatempi e di riconoscimenti, tracciando così un interessante profilo dell’artista calabrese.

Cosa ha significato per Saverio La Ruina fare teatro o scrivere testi e rappresentarli?

“Sicuramente esprimere qualcosa di personale. Certo, anche solo interpretando un testo si esprime qualcosa di personale, ma scriverlo e rappresentarlo anche è qualcosa di miracoloso. Scrivendolo esprimi un’idea di mondo, uno stile, una poetica e rappresenti un pezzo di mondo che altrimenti non esisterebbe. Se non l’avessi fatto io non avrebbe avuto voce. E ciò che non ha voce è spesso minoritario. Io provengo da un mondo minoritario, periferico, e dargli voce è dare voce a chi lo abita e a volte anche a me stesso. Quindi oltre che personale il lavoro diventa anche necessario. Ho scritto anche testi come Polvere dove i protagonisti appartengono a un contesto borghese, ma pure quello è un processo naturale appartenendo io stesso al mondo borghese, dopo essermi emancipato, con gli studi e il mio lavoro, dal mio passato minoritario. Anche se questa ‘emancipazione’ porta con sé lacerazioni che richiedono altre sedi in cui essere approfonditi”.

In scena

I tuoi inizi in una terra come la Calabria e soprattutto a Castrovillari….

“Fare teatro in certi luoghi è senz’altro più complicato che in altri, credo però che il vero impedimento sia soprattutto mentale. Certo, voler vivere di teatro in un povero paese africano è un’altra cosa”.

Chi sono stati i tuoi maestri e a chi ti sei ispirato per iniziare il tuo percorso lavorativo?

“Non c’è un maestro in particolare, ma esperienze che mi hanno influenzato più o meno consapevolmente. Il mio debutto a teatro è avvenuto con Leo de Berardinis in un suo Amleto. Interpretavo alcuni piccoli ruoli e forse perché ero al mio primo lavoro o perché tra i più giovani o perché ero affascinato dalla personalità di Leo, assistevo ogni sera allo spettacolo da dietro le quinte per quattro ore e mezzo! A un certo punto conoscevo lo spettacolo a memoria (ancora adesso posso recitarne all’impronta dei brani). Ho proseguito la mia formazione con Jerzy Stuhr. Con lui ho capito per la prima volta concretamente qualcosa del metodo Stanislavskij che noi giovani attori imparavamo sui suoi libri fraintendendolo molto. Poi con Ludwik Flaszen, stretto collaboratore di Grotowski e grande pedagogo teatrale. Non ho mai più fatto un lavoro così certosino sulla ‘battuta’ come con Renato De Carmine, uno degli attori storici di Strehler. Ma è con Claudio Remondi e Riccardo Caporossi che ho avuto un cambio di pelle. Mentre prima pensavo unicamente all’attore, con loro ho avuto l’illuminazione dell’autorialità. Folgorante è stato poi l’incontro con Eimuntas Nekrosius agli atelier di regia della Biennale di Venezia: come mettere in azione un testo all’insegna della concretezza e della fisicità, evitando intellettualismi e astrazioni.

Nella mia formazione c’è anche la fascinazione dei lavori di Eduardo visti e rivisti in televisione, come gli scritti e l’opera di Peter Brook, a partire dal Mahabharata visto a Prato. Cito per ultimi, ma per me fondamentali, gli incontri con i rappresentanti della tradizione orale, soprattutto in Calabria e Basilicata. Quei mirabili narratori di storie, maestri inconsapevoli del racconto orale, che nulla hanno da invidiare ai migliori attori italiani, si sono rivelati seminali per tanti miei lavori. Per finire con mio padre e mia madre, i primi giudici cui sottoponevo e sottopongo i miei copioni: nessun artificio ‘visibile’, nessuna costruzione intellettuale avrebbe mai conquistato la loro attenzione così semplice e diretta”.

Ancora La Ruina

Quali segmenti di realtà preferisci raccontare nel tuo modo di fare teatro? Come nasce un tuo testo?

“Preferisco raccontare la realtà degli ultimi. La parte più sofferente della società. Individuato il ‘soggetto’ che voglio trattare, quasi sempre faccio una lunga ricerca sul tema, leggendo molto sull’argomento, ma soprattutto incontrando persone ‘simili’ a quelle dei personaggi che vado a rappresentare. Voglio precisare però che il mio tentativo è di creare persone che vivono sulla scena anziché personaggi che si rappresentano. È il motivo per cui con Dissonorata ho utilizzato esattamente il linguaggio che potrebbe usare una pastorella dell’entroterra calabro-lucano, quindi azzerando convenzioni teatrali e ogni forma di mediazione, rischiando di non oltrepassare le montagne del Pollino calabrese, rivelatasi poi la carta vincente. L’autenticità vince sempre. Infatti, il quesito ogni volta è: Come essere autentici? Quanto pesa l’artificio in quello che sto facendo? Perché nella mia scrittura l’artificio c’è sempre, ma come non renderlo visibile? Io faccio addirittura dei test per verificarne l’invisibilità, leggendo ciò che scrivo ai depositari di quel linguaggio. In letteratura non avrei questa necessità, non a caso la parola letteraria non funziona a teatro, ma quando una parola viene pronunciata da un essere umano, sia pure sulla scena, e ascoltata in tempo reale da altri esseri umani nello stesso luogo, allora quella parola deve dare l’impressione di uscire per davvero dalla laringe di quel personaggio”. 

Come è cambiato in questi anni il tuo modo di fare teatro, di scrivere un testo, di costruire o dirigere uno spettacolo?

“Non credo sia cambiato granché. Forse in una maggiore consapevolezza, che a volte significa una maggiore sottigliezza, altre un eccesso di autocontrollo. Da qui la necessità che sento a volte di ritrovare quel senso di irresponsabilità degli inizi”.

“La Borto” (Foto Tommaso Le Pera)

Hai un ricordo particolare, un incontro speciale in questi anni di attività ed a quale dei tuoi testi o lavori sei più legato?

“Cito solo un incontro con un uomo che non c’è più, così non faccio torto a nessuno, essendo tanti quelli che mi hanno regalato confronti preziosi, ma anche solo una frase, un commento, un incoraggiamento che poi si sono rivelati maieutici. Quest’uomo è Franco Quadri, critico teatrale e uomo di teatro a trecentosessanta gradi. So che è banale dirlo, ma per ragioni diverse sono legato a tutti i miei lavori. E quello che tra loro ha incontrato meno favori, ha anche più da insegnarmi”.

Saverio La Ruina in “Dissonorata”

Cosa si prova a vincere il Premio Ubu come ti è capitato nel 2007 come Migliore attore italiano e per il Migliore testo italiano con “Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria”?

“Una vertigine. Poi passa, direi fortunatamente. Ma a volte anche troppo: io tendo a dare molta più importanza alle difficoltà del presente e molta meno ai risultati del passato”.

Parlaci del Festival Primavera dei Teatri a Castrovillari e della tua compagnia Scena Verticale…

“Primavera dei Teatri è uno degli esempi sul fare teatro in luoghi difficili. Quando con Dario De Luca ci presentammo nel lontano 1992 da un notaio di Castrovillari per costituirci in associazione (la compagnia Scena erticale), il notaio, che stava visionando dei fogli sulla scrivania, ha alzato la testa esclamando: ‘una compagnia teatrale qui?’. Quando cominciammo con Primavera di Teatri, nel 1999, alla prima edizione c’era poco pubblico, qualcuno dei pochi se ne andò anche via da qualche spettacolo gridando allo scandalo, mentre adesso presentiamo tre spettacoli al giorno per una settimana in luoghi diversi in una cittadina di 20.000 abitanti spesso col problema di tenere parte del pubblico fuori. Come in tutte le cose, di qualità devo sottolineare, quindi non maggioritarie, per farle riuscire hai bisogno di competenza, lungimiranza e tanta pazienza. Insomma, devi studiare, e continuamente. Non puoi stare ad aspettare che le cose accadano da sé o che vadano avanti in automatico, come potrebbe capitare in un luogo dalla radicata tradizione teatrale. E poi, la qualità, col tempo, paga, perché è proprio con quella che instilli un senso di necessità alla visione nei partecipanti al rito”. 

Il regista, l’autore, l’attore: chi sta meglio oggi?

“Fra i tre, penso che l’autore sia quello che sta peggio, ma da sempre, specialmente in Italia. Lo dico anche per esperienza diretta avendo visto come all’estero ci sia molta più attenzione. Fortuna che nella tradizione italiana l’autore è spesso capocomico, quindi può rappresentarsi da solo, come succede a me e a tanti altri. Certo non puoi competere con i grandi classici che riempiono i programmi dei teatri più che altrove. È da sottolineare, però, che in Italia ci sono autori teatrali molto apprezzati all’estero. E qualcuno, come Stefano Massini, rappresentato nei maggiori teatri del mondo”.

Cos’è per te la drammaturgia e chi la fa realmente oggi?

Proprio perché avviene dal vivo, il teatro è uno dei mezzi più potenti per entrare in relazione col pubblico. Ne ho avuto riprova durante il debutto di Mario e Saleh, quando la vita personale ha fatto irruzione sulla scena. La drammaturgia può ‘sfruttare’ o meno questa potenzialità del mezzo teatrale. Ma laddove ci riesce, ed è una questione di qualità del linguaggio, del come è scritto un testo per intenderci, lì incidi più fortemente che non con la lettura di svariati saggi sull’argomento”.

“Mario e Saleh” (Foto Tommaso Le Pera)

I tuoi rapporti con gli attori, gli autori, i registi e la stampa…..

“In genere io tendo ad avere un rapporto sereno e collaborativo con chiunque. Lavoro meglio così. Oltretutto è nel mio carattere. Ma il futuro non lo conosciamo…”.

Cosa vuol dire oggi fare teatro?

“Avendo un ruolo pubblico, il teatro ha una funzione sociale. Contribuisce alla crescita morale e civile di una comunità. Non a caso è sovvenzionato. Quindi siamo tenuti a chiederci sempre se quello che facciamo ha senso per chi vi assiste, considerando anche che paga per farlo”.

La situazione italiana e calabrese del teatro di ricerca e la paura del Coronavirus…

“In Italia la situazione del teatro di ricerca è buona, con delle grandi eccellenze. In Calabria, una teatralità decisamente più diffusa che in passato, ma dobbiamo crescere molto per essere al passo con altre regioni. D’altronde è una delle regioni più ‘periferiche’ d’Italia, se non la più, e non parlo solo di distanza dal centro. Anche tra le più povere di tradizione teatrale e questo non aiuta, ma da dove se non da qui deve partire lo scatto d’orgoglio? In Italia, il teatro di ricerca è senz’altro più fragile di altri settori teatrali. E questa fragilità la sentiamo in particolare oggi, in tempi di Coronavirus. Ma supereremo anche questa difficoltà. Anzi, spero che riusciremo a uscirne più forti. E come sempre, è tutto nelle nostre mani”.

Quali sono i tuoi passatempi, cosa preferisci leggere o fare nel tempo libero?

“Mi piace viaggiare, ma anche curiosare nel vicolo accanto come in un bar o ad un incrocio, vedere film (ultimo: “Dolor y gloria” di Almodòvar), leggere romanzi (ultimo: “Le nostre anime di notte” di Kent Haru), ovviamente anche testi teatrali (ultimo: “Tebas Land” di Sergio Blanco), peccato che il tempo che ti lascia scrivere e fare teatro, ma anche curare un festival, sia sempre troppo poco. Ma in compenso ti dà tanto”.

In “Masculu e fìammina”

Il futuro della drammaturgia in questa particolare situazione economico – sociale – politica...

“La drammaturgia si evolve sempre. Oggi non ha più necessariamente al suo centro la storia o uno svolgimento in senso più o meno classico come in passato. Ci sono sempre più esempi di quella che viene oggi chiamata drammaturgia post-drammatica, dove appunto non c’è più trama, non ci sono più personaggi oppure personaggi dall’identità meno afferrabile, come se l’opera frammentata e l’incompiutezza possano restituire più efficacemente l’attualità. Ci sono esiti molto interessanti, e affascinanti anche, come nei lavori di Sergio Blanco, ad esempio”.

I tuoi progetti teatrali…

“Mario e Saleh ha debuttato da poco. Per ora sono quindi in ascolto. Confido che arriverà presto quella suggestione che porterà a una nuova avventura teatrale”.

di Maurizio Sesto Giordano 569 Articles
Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, ha collaborato per oltre venticinque anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggiquotidiano.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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