L’Annunciazione di Maria in alcuni inni di Efrem Siro, una delle feste cristiane più antiche

L’Annunciazione – Particolare dei mosaici dell’arco di trionfo di S. Maria Maggiore del 435 – Roma

La festa dell’Annunciazione della Santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria, la Chiesa la celebra il 25 marzo anche se rientra nel tempo di Quaresima. Si tratta di una delle feste cristiane più antiche e ne abbiamo testimonianza nei testi patristici. Allo sviluppo di questo avvenimento contribuirono le omelie patristiche di tendenza antiariana che cercavano di sottolineare, accanto all’umanità di Cristo, anche la sua divinità eternamente sussistente in Dio.

Il diacono Efrem Siro, nato a Nisibi in Turchia nel 306, che è stato fra i più antichi scrittori di lingua siriaca e il più importante fra essi, commenta l’Annunciazione dell’incarnazione del Verbo di Dio raccontata dal Vangelo di Luca (1,26-38) sia nel Commento al Diatessaron di Taziano Siro, composto tra il 160 e il 175, sia nella raccolta di inni sulla Natività del Signore. Nel secondo di questi inni, un testo di ventitré strofe, Efrem canta il mistero dell’incarnazione del Signore e l’annuncio fatto dall’arcangelo Gabriele a Maria. Nella prima strofa dell’inno, che è già una lode, scrive: <<Della schiera inviata per la lode, del tempo illustre segnato per la redenzione … me ne rendo anch’io partecipe nell’amore e mi allieto. Voglio lodarlo con canti puri … rendere gloria a quel bimbo che ci ha redenti>>.

Le profezie veterotestamentarie Efrem le vede applicate a Cristo che nella sua incarnazione si manifesta come re, sacerdote e agnello; inoltre troviamo anche dei riferimenti molto evidenti di carattere sacramentale al battesimo, al perdono dei peccati e all’eucaristia: «La cetra dei profeti che l’annunciarono… l’issopo dei sacerdoti che lo amarono … il diadema dei re… sono di quel Signore dei vergini, la cui madre è anch’essa vergine. Poiché è re, ha dato a tutti la regalità; poiché è sacerdote, ha dato a tutti il perdono; poiché è l’agnello, distribuisce a tutti il cibo». In  questa strofa il diacono di Nisibi collega la forma maschile e femminile del termine siriaco “vergine” in riferimento a Maria e agli uomini e alle donne che nella verginità si erano consacrati al Signore.

Diverse volte Efrem nell’inno fa riferimento alla vera divinità e alla vera umanità di Cristo con l’immagine della paternità divina e la maternità umana: <<Degna di memoria la madre che lo ha generato, degno di benedizioni il seno che lo ha portato, come pure Giuseppe, per grazia chiamato padre del Figlio vero – il cui Padre è glorificato …>>. Egli, in due strofe mette la parola sulle labbra di Maria per cantare  il mistero dell’incarnazione del Verbo. Nella prima scrive: <<Mi ha fatto gioire perché io l’ho concepito; mi ha magnificato poiché io l’ho generato. Nel suo paradiso vivente io sto per entrare e dargli lode nel luogo dove Eva fallì … Di me si è compiaciuto, al punto di essergli madre, poiché l’ha voluto, e da essermi figlio, poiché gli è piaciuto>>. Nell’altra strofa invece Maria eleva la lode della madre che è anche la lode della Chiesa: <<Con la bocca dei miei martiri io rendo grazie per aver accolto il bimbo, figlio dell’Invisibile uscito alla visibilità. Su una cima eccelsa mi sollevi con i miei santi, per rendere gloria … a colui che si chinò e si fece piccolo nella mangiatoia>>.

L’innografo siriano presenta ancora l’annuncio evangelico fatto dagli angeli agli uomini con l’immagine dell’unica sorgente che è Cristo stesso e delle dodici sorgenti che da essa attingono e che sono gli apostoli annunciatori del Vangelo: <<Voci celesti ti hanno annunciato ai terrestri; orecchie celesti ti hanno bevuto nel buon annuncio. Sorgente nuova che i celesti hanno aperto per i terrestri assetati di vita … O fonte non gustata da Adamo! Dodici sorgenti parlanti essa ha aperto, che hanno riempito di vita il mondo>>. Efrem accosta l’immagini di Cristo nuovo Adamo nato dalla Vergine ed il primo Adamo fatto dalla terra vergine. L’esegeta ritorna al tema della doppia consustanzialità del Verbo di Dio incarnato: <<Tu, mio Signore, spiegami come e perché ti sia piaciuto levarti per noi da un grembo vergine. E’ stato forse come il tipo del puro Adamo, che da una terra vergine, non ancora lavorata, … fu formato?   Egli (Cristo) fu così figlio per Giuseppe senza seme, come fu figlio per sua madre, senza uomo>>.

L’Annunciazione – La Vergine in trono – Fine III. sec. –  Catacomba dei SS. Marcellino e Pietro – Roma

Nella seconda parte dell’inno, Efrem introduce il tema dell’Annunciazione soffermandosi sull’atteggiamento di preghiera con cui Maria accolse l’annuncio di Gabriele mettendo in risalto il legame tra la preghiera e la gioia dell’accoglienza della “Buona Novella”: <<Cosa faceva colei che era casta nel momento in cui Gabriele, il messaggero, volando discese presso di lei? Lo vide nel momento della preghiera, perché anche Daniele aveva visto Gabriele durante la preghiera. Preghiera e buona novella, sua parente, è giusto che esultino vicendevolmente come Maria ed Elisabetta sua parente>>.

A questo punto il diacono Efrem presenta alcuni esempi biblici di questo rapporto tra preghiera e annuncio di salvezza: la fine del diluvio, la preghiera di Abramo, la preghiera del centurione. Quindi anche quella che è la più grande delle notizie trova Maria orante: «Tutte le buone notizie giungono al porto della preghiera. La notizia delle notizie, causa di tutte le gioie, trovò Maria in preghiera». E quasi per pudore presenta l’arcangelo come un vegliardo il cui aspetto non doveva turbare Maria: «Gabriele, come un vecchio nobile e grave entrò e la salutò, affinché lei non tremasse, affinché la giovane modesta, alla vista di un volto giovane, non si rabbuiasse». Infine Efrem, con immagini molto belle, presenta i tre personaggi a cui Gabriele viene mandato: Daniele, Elisabetta e Maria: «A due casti vegliardi e alla vergine, solo ad essi fu mandato Gabriele con le buone notizie…  Uno generò la rivelazione della parola di Dio, l’altra la voce del deserto e la vergine il Verbo dell’Altissimo».

Maria Santissima Annunziata 
 Antichissimo simulacro nel Santuario omonimo – Pedara 

L’inno si conclude con il tema della kènosi del Verbo di Dio nella sua incarnazione: colui che riempie l’universo si fa piccolo fino ad essere contenuto nel grembo di Maria: <<… restrinse se stesso fino a riempire il piccolo grembo di Maria. Poi come un seme nel nostro giardino ed un piccolo raggio per la nostra pupilla, sorse, si diffuse e riempì il mondo».

Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di «cetra dello Spirito Santo», restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione. Morì a Edessa il 9 giugno 373, vittima del contagio contratto mentre curava gli ammalati di peste. Il diacono Efrem è venerato come santo dai cristiani del mondo intero, ma in particolare dalla Chiesa ortodossa siriaca e dalla Chiesa cattolica sira. La sua memoria liturgica si celebra il 9 giugno.

Il sommo pontefice Benedetto XV  elogiò la figura del santo diacono di Nisibi e  il 5 ottobre 1920, con l’enciclica Principi Apostolorum Petro, lo dichiarò Dottore della Chiesa.                                                                    

Diac. Sebastiano Mangano

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*