L’ingresso di Gesù a Gerusalemme in un Discorso di Andrea di Creta

Mosaico del Duomo di Monreale XII sec.

Andrea di Creta è stato uno tra i più rappresentativi omileti e poeti ecclesiastici bizantini del suo tempo. Nato in una potente famiglia cristiana di Damasco nel 660 ca, da ragazzo fu portato a Gerusalemme dove diventò monaco nel monastero dell’Anastasis, per questo dagli orientali è chiamato anche Andrea di Gerusalemme. Egli rimase nella capitale dove svolse il ministero di diacono essendo stato incaricato della direzione degli asili per orfani e anziani. Nel 685 venne inviato presso l’imperatore per portare l’adesione del patriarca di Gerusalemme Teodoro alle decisioni del VI Concilio ecumenico di Costantinopoli. Andrea di Creta nel 700 fu nominato dall’imperatore metropolita di Gortina, nell’isola di Creta. Ma in seguito ebbe la debolezza di cedere alle ingiunzioni dell’imperatore bizantino Filippico Bardane (711-713), e di sottoscrivere una confessione monotelita del conciliabolo di Costantinopoli del 712 insieme alla condanna del VI Concilio di Gerusalemme che fino ad allora aveva sostenuto e difeso.

Ma l’anno seguente (713), dopo la morte di Filippico, tornò all’ortodossia e aderì alla definizione dogmatica del VI Concilio di Costantinopoli. Egli stesso racconta la vicenda in una composizione di 128 giambi rivolti al diacono Agatone. Nella sua sede episcopale fondò istituzioni di carità e un santuario mariano e appoggiò la resistenza all’invasione islamica. Il vescovo Andrea si oppose energicamente anche al decreto dell’imperatore d’Oriente Leone III Isaurico (675-741) contro le sacre immagini (PG 19,1301-1304). Andrea di Creta, come innografo è stato l’iniziatore della poesia e dei canoni e il principale rappresentante di questo genere soprattutto a Bisanzio e nella sua sfera di influenza (von J. Irmscher in DPAC 192-193). Ha lasciato anche numerosi tropari, detti idiomeli, specie di antifone ritmiche aventi ciascuna una propria melodia.

La mariologia occupa un posto speciale nella riflessione di Andrea, per lui Maria è l’eletta di Dio, la dimora della Sapienza divina che il mondo non può comprendere ed è la collaboratrice dell’opera di salvezza di Cristo Gesù.  Sappiamo che i Vangeli non parlano dell’Assunzione della Maria, ma Andrea esclude l’incorruttibilità del corpo e insiste molto sulla sua santità. Ci sono giunti vari canoni tra cui quelli sull’Annunciazione, sulla nascita di Maria ed altri, ma il suo capolavoro è il Mègas kanòn, il Grande canone, noto anche come il Canone del Pentimento o il Grande Canone del Pentimento, che è il più lungo mai composto da 250 tropari.

È scritto principalmente in prima persona, ed attraversa cronologicamente l’Antico e il Nuovo Testamento mediante esempi sia negativi che positivi. Esso è diviso in quattro parti, chiamati metimonie, che sono cantati nella loro interezza dalla Chiesa greca al Mattutino il Giovedì della quinta settimana di Quaresima. Altri ventiquattro canoni sono stati scritti dal santo vescovo di Creta, tra i quali: i canoni per la Resurrezione di Lazzaro, che viene cantato a Compieta il Sabato precedente la Domenica delle Palme, per la Concezione di sant’Anna (9 dicembre), per i martiri Maccabei (1 agosto) e per sant’Ignazio di Antiochia (2 dicembre).

L’Ingresso a GerusalemmeGiotto 1303-1305 – Cappella degli Scrovegni – Padova

Il metropolita Andrea, nell’omelia per la Domenica delle Palme, invita la sua comunità ad andare incontro a Gesù sul monte degli Ulivi: <<Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.  Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef 1,21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, «Non contenderà», dice, «né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12, 19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.

Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé. Egli salì verso oriente sopra i cieli dei cieli (cfr. Sal 67,34) cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura.

Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con sé la natura umana, innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o meglio, di tutto lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (cfr. Gal 3, 27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese.  Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele» (Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo – Disc. 9 sulle Palme; PG 97, 990-994).

Andrea di Creta morì il 4 luglio 740 nell’isola di Lesbo al ritorno del suo viaggio a Costantinopoli dove era andato per chiedere aiuto per peste e la carestia che minacciavano la sua isola. Dal Martyrologium Romanum apprendiamo che: <<A Eresso nell’isola di Lesbo, transito di sant’Andrea di Creta, vescovo di Górtina, che con preghiere, inni e cantici di raffinata fattura cantò le lodi di Dio ed esaltò la Vergine Madre di Dio immacolata e assunta in cielo>>.

Sant’Andrea di Creta con il Mègas kanòn

La memoria liturgica di sant’Andrea di Creta è celebrata da tutte le chiese che ammettono il culto dei santi il 4 luglio. Le reliquie del santo metropolita, che furono trasferite da Mitilene a Costantinopoli nel monastero di sant’Andrea di Creta, nel 1350 furono venerate dal pio pellegrino russo Stefan di Novgorod.

Diac. Sebastiano Mangano

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