L’Ascensione del Signore in un discorso di Sant’Agostino d’Ippona

L’Ascensione Chiesa di Santa Sofia di Salonicco Mosaico dell’885 al centro della cupola

Agostino Aurelio nacque a Tagaste, nella provincia della Numidia, nell’Africa romana, il 13 novembre 354 da Patrizio, un pagano diventato poi catecumeno, e da Monica, fervente cristiana. Questa donna appassionata, venerata come santa, esercitò sul figlio una grandissima influenza e lo educò nella fede cristiana. Agostino aveva anche ricevuto il sale, come segno dell’accoglienza nel catecumenato, e rimase sempre affascinato dalla figura di Gesù Cristo.

Egli anzi dice di aver sempre amato Gesù, ma di essersi allontanato sempre più dalla fede e dalla pratica ecclesiale, come succede anche oggi per molti giovani. Agostino aveva anche un fratello, Navigio, e una sorella, della quale ignoriamo il nome e che, rimasta vedova, fu poi a capo di un monastero femminile. Il ragazzo, che era di vivissima intelligenza, ricevette una buona educazione.

Pur non essendo sempre uno studente esemplare, tuttavia studiò bene la grammatica, prima nella sua città natale, poi a Madaura, e dal 370 la retorica a Cartagine, capitale dell’Africa romana. Divenne un perfetto dominatore della lingua latina. Non arrivò però a maneggiare con altrettanto dominio il greco e non imparò il punico, pur parlato dai suoi conterranei. Proprio a Cartagine Agostino lesse per la prima volta l’Hortensius di Cicerone, opera andata poi perduta, che segnò l’inizio del suo cammino verso la conversione. Il testo ciceroniano, infatti, svegliò in lui l’amore per la sapienza, come scriverà, ormai Vescovo, nelle Confessioni: «Quel libro cambiò davvero il mio modo di sentire», tanto che «all’improvviso perse valore ogni speranza vana e desideravo con un incredibile ardore del cuore l’immortalità della sapienza» (III,4,7).

Ma poiché era convinto che senza Gesù la verità non può dirsi effettivamente trovata e perché in questo libro appassionante quel nome gli mancava, subito dopo averlo letto cominciò a leggere la Sacra Scrittura, rimanendone però deluso, non solo perché lo stile latino della traduzione era insufficiente, ma anche perché lo stesso contenuto gli apparve non soddisfacente. Nelle narrazioni della Sacra Scrittura su guerre e altre vicende umane non trovava l’altezza della filosofia, lo splendore di ricerca della verità che ad essa è proprio. Tuttavia non volendo vivere senza Dio, cercava però una religione corrispondente al suo desiderio di verità e anche al suo desiderio di avvicinarsi a Gesù. Cadde così nella rete dei manichei, che si presentavano come cristiani e promettevano una religione totalmente razionale. Affermavano che il mondo è diviso in due principi: il bene e il male, onde si spiegherebbe tutta la complessità della storia umana.

Primo ritratto di Agostino d’Ippona,
affresco del 600 circa su una parete della Biblioteca istituita da Gregorio Magno nel vecchio Palazzo del Laterano, dove oggi si trova la Scala Santa. 

Anche la morale dualistica piaceva ad Agostino, perché comportava una morale molto alta per gli eletti: e a chi, come lui, vi aderiva era possibile una vita molto più adeguata alla situazione del tempo, specie per un uomo giovane. Si fece pertanto manicheo, convinto in quel momento di aver trovato la sintesi tra razionalità, ricerca della verità e amore di Gesù Cristo. Ne trasse un vantaggio concreto per la sua vita: l’adesione ai manichei infatti apriva facili prospettive di carriera: aderire a quella religione, che contava tante personalità influenti, gli permetteva di andare avanti nella sua carriera. Inoltre poteva continuare la relazione intrecciata con una donna, dalla quale ebbe un figlio, Adeodato, a lui carissimo.

Questo bambino molto intelligente, sarà poi presente nella preparazione al Battesimo presso il lago di Como, partecipando a quei Dialoghi che l’Ipponate ci ha trasmesso. Il ragazzo, purtroppo, morì prematuramente ad appena sedici anni (+388).  Agostino, a circa vent’anni già insegnante di grammatica nella sua città natale, tornò presto a Cartagine, dove divenne un brillante e celebrato maestro di retorica. Con il tempo, tuttavia, egli iniziò ad allontanarsi dalla fede dei manichei, che lo delusero proprio dal punto di vista intellettuale in quanto incapaci di risolvere i suoi dubbi, e si trasferì a Roma e poi a Milano, dove allora risiedeva la corte imperiale e dove aveva ottenuto un posto di prestigio grazie all’interessamento e alle raccomandazioni del prefetto di Roma, il pagano Quinto Aurelio Simmaco, ostile ad Ambrogio, vescovo di Milano.

Qui Agostino prese l’abitudine di ascoltare, inizialmente allo scopo di arricchire il suo bagaglio retorico, le bellissime omelie del vescovo Ambrogio (+397), che era stato rappresentante dell’imperatore nell’Italia settentrionale. Dalla parola del grande vescovo, Agostino rimase affascinato, non soltanto dalla sua retorica ma anche per i contenuti che toccarono sempre più il suo cuore. Alla lettura degli scritti dei filosofi, Agostino aggiunse quella rinnovata della Sacra Scrittura e soprattutto delle lettere di san Paolo.

La conversione al cristianesimo, il 15 agosto 386, si collocò quindi al culmine di un lungo e tormentato itinerario interiore. Egli allora si trasferì nella campagna a nord di Milano, verso il lago di Como, con la madre Monica, il figlio Adeodato e un piccolo gruppo di amici, per prepararsi al Battesimo. Così, a trentadue anni, Agostino Aurelio fu battezzato dal vescovo Ambrogio il 24 aprile 387 nella Cattedrale di Milano, durante la Veglia Pasquale.

Dopo il Battesimo, Agostino decise di tornare in Africa con gli amici, con l’idea di praticare una vita comune, di tipo monastico, al servizio di Dio. Ma era ad Ostia in attesa di partire, la madre improvvisamente si ammalò e poco più tardi morì (+387), straziando il cuore del figlio. Rientrato in patria, “il grande convertito” si stabilì a Ippona per fondarvi appunto un monastero. In questa città, nonostante le sue resistenze, fu ordinato presbitero nel 391 e iniziò con alcuni compagni la vita monastica a cui da tempo pensava, dividendo il suo tempo tra la preghiera, lo studio e la predicazione. Egli voleva essere solo al servizio della verità, ma poi capì che la chiamata di Dio era quella di essere Pastore tra gli altri, e così offrire il dono della verità agli altri. A Ippona, quattro anni più tardi, nel 395, venne ordinato vescovo dall’anziano Valerio, vescovo di Ippona (+396).

Continuando ad approfondire lo studio delle Sacre Scritture e dei testi della tradizione cristiana, Agostino fu un vescovo esemplare nel suo instancabile impegno pastorale, soprattutto nel sostegno ai poveri e agli orfani, non trascurando la formazione del clero e l’organizzazione di monasteri femminili e maschili. Negli oltre trentacinque anni di episcopato, Agostino esercitò una vasta influenza nella guida della Chiesa cattolica dell’Africa romana e più in generale nel cristianesimo del suo tempo, fronteggiando tendenze religiose ed eresie tenaci e disgregatrici come il manicheismo, il donatismo e il pelagianesimo, che mettevano in pericolo la fede cristiana nel Dio unico e ricco di misericordia. Agostino ogni giorno, fino all’estremo della sua vita, si affidò sempre a Dio.

Egli, in uno dei Discorsi sull’Ascensione del Signore alla sua Comunità, dice: <<La glorificazione dei Signore nostro Gesù Cristo è divenuta completa con la risurrezione e l’ascensione al cielo. Abbiamo celebrato la sua risurrezione nella domenica di Pasqua, oggi celebriamo la sua ascensione. Ambedue sono per noi giorni di festa. Infatti Cristo risuscitò per darci la prova della nostra risurrezione, e ascese al cielo per proteggerci dall’alto. Il Signore e salvatore nostro Gesù Cristo dunque prima fu appeso alla croce, ora siede nei cieli. Pagò il nostro riscatto quando fu appeso alla croce; ora che siede nei cieli raduna intorno a sé coloro che ha comperato. Quando avrà radunato tutti quelli che dovrà radunare attraverso i vari secoli, alla fine dei tempi verrà e, come sta scritto, Dio verrà apertamente (Sal 49,3); non come venne la prima volta, nel nascondimento ma, come è detto, apertamente. Per poter essere giudicato era necessario infatti che venisse nel nascondimento; per giudicare invece verrà apertamente. 

Se la prima volta fosse venuto apertamente chi avrebbe osato giudicarlo mentre manifestava la sua identità? Dice infatti l’apostolo Paolo: Se lo avessero conosciuto, mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8). Ma se lui non fosse stato ucciso, la morte non sarebbe morta. Il diavolo è stato vinto per mezzo del suo stesso trofeo. Esultò infatti il diavolo quando, seducendolo, fece cadere nella morte il primo uomo. Seducendolo uccise il primo uomo: uccidendo invece l’ultimo (Cristo), gli scappò dai lacci il primo. La vittoria del Signore nostro Gesù Cristo fu completa dunque quando risuscitò e salì al cielo; e si compì ciò che avete ascoltato quando vi è stato letto il libro dell’Apocalisse: Ha vinto il leone della tribù di Giuda (Ap 5,5). È stato chiamato leone ed è stato chiamato agnello: leone per la sua potenza, agnello per la sua innocenza; leone perché invincibile, agnello perché mansueto. Questo agnello ucciso con la sua morte vinse il leone che si aggira in cerca della preda da divorare. Il diavolo infatti è stato chiamato leone per la ferocia, non per la fortezza.

L’apostolo Pietro dice: È necessario che stiamo in guardia contro le tentazioni, perché il vostro avversario, il diavolo, si aggira cercando la preda da divorare (1Pt 5,8)Edice anche come si aggira: come leone ruggente si aggira cercando la preda da divorare. Chi non sarebbe preda dei denti di questo leone, se non lo avesse vinto il leone della tribù di Giuda? Contro un leone il Leone, contro il lupo l’Agnello. Il diavolo esultò quando morì Cristo, ma con la stessa morte di Cristo il diavolo fu sconfitto: ghermì l’esca rimanendovi però intrappolato. Godeva della morte di lui, come principe della morte. Ma proprio con ciò di cui godeva gli fu tesa la trappola. La trappola del diavolo fu la croce del Signore; l’esca per prenderlo fu la morte del Signore. Ed ecco che il Signore nostro Gesù Cristo risuscitò. Dove è più la morte che pendeva dalla croce? Dove son più gli scherni dei Giudei? Dove è più l’arrogante superbia di coloro che scuotevano il capo davanti alla croce e dicevano: Se è Figlio di Dio discenda dalla croce (Cfr.Mt 27,40). E Cristo fece anche di più di quanto essi, insultandolo, pretendevano. È più strepitoso infatti risorgere da un sepolcro che scendere da una croce. Quanta è la gloria nel fatto che Cristo ascese al cielo e che siede alla destra del Padre? Ma tutto ciò non possiamo vederlo con questi nostri occhi, come non abbiamo potuto vederlo pendere dalla croce né risorgere dal sepolcro. Tutto questo lo crediamo per fede, lo vediamo con gli occhi del cuore.

Siamo stati lodati per il fatto che abbiamo creduto anche senza aver veduto. Infatti anche i Giudei videro Cristo. Non è grande cosa vedere Cristo con gli occhi del corpo, ma è grande cosa credere in Cristo con gli occhi del cuore. Se in questo momento Cristo si presentasse a noi e rimanesse fermo davanti a noi, in silenzio, da dove sapremmo chi è veramente? E se stesse in silenzio, a che ci servirebbe [la sua presenza]? Non è meglio che, benché assente, parli attraverso il Vangelo anziché, pur presente, stia in silenzio? E poi non è neanche assente, se lo conserviamo nel cuore. Credi in lui e lo vedrai; non sta davanti ai tuoi occhi e tuttavia il tuo cuore lo possiede. Se infatti fosse assente da noi, sarebbero menzognere le parole che ora abbiamo ascoltato: Ecco, io sono con voi sino alla fine dei tempi (Mt 28,20)>> (Disc. 263).

Agostino d’Ippona fu uomo di passione e di fede, di intelligenza altissima e di premura pastorale instancabile. Questo grande Santo, proclamato Dottore della Chiesa da Bonifacio VIII nel 1298, conosciuto anche come Doctor Gratiae, ha lasciato un’impronta profondissima nella vita culturale dell’Occidente e di tutto il mondo. Agostino era un uomo di così grande rilevanza che e si potrebbe affermare che tutte le strade della letteratura latina cristiana portano a Ippona, città dell’Africa romana (oggi chiamata Annata, sulla costa algerina), da dove si diramarono molte altre strade del cristianesimo successivo e della stessa cultura occidentale.

Il teatro romano di Ippona

Di rado una civiltà ha trovato uno spirito così grande, che sapesse accoglierne i valori ed esaltarne l’intrinseca ricchezza, inventando idee e forme di cui si sarebbero nutriti i posteri, come sottolineò anche Paolo VI nel discorso per l’inaugurazione dell’Istituto Patristico Augustinianun il 4 maggio 1970: «Si può dire che tutto il pensiero dell’antichità confluisca nella sua opera e da essa derivino correnti di pensiero che pervadono tutta la tradizione dottrinale dei secoli successivi» (AAS, 62, 1970, p. 426). Agostino è inoltre il Padre della Chiesa che ha lasciato il maggior numero di opere.

Il suo biografo Possidio (vescovo di Calama in Numidia, + 437 circa) dice che sembrava impossibile che un uomo potesse scrivere tante cose nella propria vita. La vita di Agostino, la troviamo nei suoi scritti, e in particolare nella sua opera più famosa le Confessioni, la straordinaria autobiografia spirituale, scritta a lode di Dio. E giustamente sono proprio le Confessioni agostiniane, con la loro attenzione all’interiorità e alla psicologia, a costituire un modello unico nella letteratura occidentale e non solo occidentale, anche non religiosa, fino alla modernità. Questa attenzione alla vita spirituale, al mistero dell’io, al mistero di Dio che si nasconde nell’io, è una cosa straordinaria, senza precedenti, e rimane per sempre, per così dire, un «vertice» spirituale.

Agostino, colpito da febbre, mentre la sua Ippona era assediata dai Vandali di Genserico, come racconta l’amico Possidio nella Vita di Agostino, chiese di trascrivere a grandi caratteri i Salmi penitenziali  «e fece affiggere i fogli contro la parete, cosìcché stando a letto durante la sua malattia li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime» (31,2). Agostino d’Ippona morì il 28 agosto 430, quando ancora non aveva compiuto 76 anni.

Diac. Sebastiano Mangano

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