La trasformazione del lavoro d’ufficio in lavoro remoto, riflessioni sulla telematica, sui diritti dei lavoratori del futuro e sulla loro solitudine

Telelavoro

Ricorre il cinquantesimo anniversario dell’emanazione del c. d. “Statuto dei lavoratori” (legge 20 maggio 1970, n. 300) e la giovane cuneese Fabiana Dadone, ministra per la Pubblica amministrazione, lancia un’idea che potrebbe trasformarsi in fendente mortifero verso il mondo del lavoro nel suo complesso: ha annunciato, infatti, di voler trasformare una consistente parte del “lavoro d’ufficio” in “lavoro da remoto”, definito “smart working” con l’ennesimo orrendo barbarismo.  

In realtà, vari contratti collettivi anche nel pubblico impiego prevedono qualcosa del genere chiamandolo “telelavoro”, fattispecie rigorosamente regolamentata. Così all’acceso dibattito che attraversa il mondo della scuola, si aggiunge questo che riguarda complessivamente tutta la P. A.

La ministra ha rilasciato un’intervista a SkyTg24, ripresa dal quotidiano “La Stampa”, notoriamente dalla parte del popolo e dei lavoratori (cfr.:  https://finanza.lastampa.it/News/2020/05/21/-rivoluzione-pa-dadone-lancia-lo-smart-working-tempi-maturi-/MTA1XzIwMjAtMDUtMjFfVExC).

Nell’intervento si dà atto che la «fase di lockdown (altro barbarismo inascoltabile! N. d. a.) dovuta all’emergenza sanitaria ha dimostrato che è possibile lavorare da remoto» senza creare «alcun impatto negativo sulla produttività» e che, dunque, «…fare smart working non significa stare a casa in panciolle», come altri hanno sostenuto; in proiezione futura, aggiunge che, dovunque possa essere svolto, dovrebbe privilegiare la «produttività, il risultato e gli obiettivi…».

Risulta che queste finalità siano da parecchi decenni inscritte nei programmi delle amministrazioni e dei suoi lavoratori. Lo sconcerto che ha destato, ad esempio, l’accordo tra la Regione siciliana e i suoi dipendenti per la definizione delle pratiche di “Cassa integrazione in deroga”, andrebbe raccontato e collocato in un contesto del genere. Fermo restando che eventuali anomalie verificatesi, andrebbero adeguatamente perseguite. L’esempio serve a sottolineare come non si possa invocare il cottimo e poi scandalizzarsene!

Nell’autorevole intervento non è detto che i lavoratori “a domicilio” in questo frangente hanno dovuto reperire (per proprio conto e spese) la strumentazione necessaria, dall’elaboratore al collegamento alla rete.

L’auspicio di fare divenire regola questa eccezione non tiene conto di alcune cose. Rileva niente, ad esempio, l’ulteriore “allontanamento” dall’ufficio di chi certa pubblica amministrazione diceva doversi coccolare alla stregua di un “cliente”. Ovviamente può apparire opinabile qualificare la telematica come “allontanante” o “ravvicinante”! C’è, infatti, chi non si cura dell’anziana o dell’anziano (in questo caso, meno o per niente abile nell’uso delle diavolerie elettroniche) che rimane escluso/a oppure è costretta/o a sottomettersi ad altri (giovani “congiunti”, professionisti, patronati o CAF). Senza scordarsi che l’empatia è una ricchezza utile e possibile solo in un rapporto frontale (anche se col distanziamento attualmente richiesto); è tramite di essa che si stabilisce il contatto tra interlocutori; è tramite l’ascolto reciproco che scaturisce la fiducia dell’utente verso l’istituzione! Un tema legato all’“ascolto” – frontale o remoto – riguarda il proliferare, anche nel pubblico, del “call center”. A parte le intromissioni asfissianti delle proposte commerciali, quante persone sono davvero soddisfatte – malgrado la propaganda del “sistema” – dell’interlocuzione “mediata” con istituzioni e strutture di servizio?

E pongo subito la domanda discriminante: è umana, è solidale questa incuranza? Dobbiamo esaltare chi se ne “sbatte” di questi valori o c’è ancora spazio per barlumi valoriali? Anche su questo è ovvio che possano divergere, purtroppo, le opinioni; in questa sede è chiaro quale si sceglie.

I “padroni”, privati e non solo, sono prontissimi a occupare qualsiasi spazio appaia loro favorevole e non può sfuggire a un’analisi, per quanto frettolosa, quali stiano intravedendo in questo caso.

Lavoro a distanza

Guardando, stavolta, dal versante dei lavoratori, non si può non rilevare subito come il lavoro, svolto “a distanza” e isolatamente, sia il contrario del lavoro di “gruppo” (per gli amanti della barbarie: di “team”); è, cioè, parente prossimo (se non proprio vi si identifichi) del lavoro autonomo, da partita IVA, svolto con propri strumenti e a proprie spese; nel frattempo, rappresenta non l’anticamera bensì la “camera” dello “storicamente” vituperato e pericolosissimo “cottimo”. Con la scomparsa o con la contrazione del lavoro di gruppo scomparirebbero anche gli “annessi e connessi”, a cominciare dal “confronto” fra colleghi e dall’accrescimento professionale conseguente, per continuare con quella cosa che si chiama “solidarietà”, insita (dovrebbe esserlo ma il “sistema” fa di tutto per nasconderla) in ogni realtà collettiva. Tornando all’empatia… È già stato provato come la gestione della comunicazione interpersonale, l’empatia – appunto – che si sviluppa all’interno di un gruppo di lavoro, risulti molto positiva per l’incremento della stessa (invocata!) produttività; inoltre, solidarizzare con i colleghi, “fare squadra” fortifica e accresce l’autostima, con beneficio personale e aziendale; la distanza fisica, l’isolamento – per converso – annullano questi valori riconosciuti a tutti i livelli.

Pensare e ripetersi «Un pezzo, un culo…», era l’atroce espediente cui ricorreva il personaggio interpretato da Gian Maria Volontè ne “La classe operaia va in paradiso” (Elio Petri – 1971, l’anno successivo alla promulgazione dello “Statuto”) per alienarsi e battere i suoi compagni nella conquista del salario “accessorio”, il c. d. salario di produttività, il cottimo, appunto! In questo caso si paventa anche la morte del senso sociale del lavorare.

Luciana Castellina, in questi giorni  ha pubblicato una riflessione (cfr.: https://ilmanifesto.it/ignorammo-levento-eravamo-proprio-extraparlamentari/), una vera e propria autocritica sulle riserve che tanta parte della sinistra ebbe, a suo tempo, per il lavoro di Giugni, Brodolini, Donat Cattin…

Nel Settanta, a ventidue anni, avevo appena cominciato la mia esperienza lavorativa; la mia formazione, nonostante una forte simpatia per il gruppo del “Manifesto” di cui la Castellina faceva parte, mi orientava verso forme di prudenza e ponderazione. Accolsi positivamente il nuovo “corpus” normativo e, negli anni ho potuto esprimere l’orgoglio di schierarmi a sua difesa, proprio al fianco anche di quella sinistra che allora “non aveva capito”.

La consapevolezza che l’attacco ai diritti del lavoro e dei lavoratori non sarà “delicato”, per come fa presagire il nuovo corso di Confindustria, induce a sperare che tutte le forze “di parte”, in primis, appunto i sindacati e chi è nel Governo o in Parlamento e che dal sindacato provengono ma anche chi non proviene dal sindacato ma ha sensibilità per questi temi, facciano quadrato per tentare di riprendere qualche porzione dello spazio perduto (art. 18 e norme che hanno legalizzato la diffusione a dismisura del precariato…) piuttosto che rischiare di arretrare ancora. Sarebbe una catastrofe. La stessa Dadone sapientemente riconosce che ogni novità in questa materia «…va disciplinata in parte in legge, in parte con una discussione sindacale…». Naturalmente, sarebbe interessante conoscere il pensiero della sua collega di partito Nunzia Catalfo, catanese e ministra del lavoro e delle politiche sociali; e, soprattutto, auspicando una convergente determinazione dei sindacati.

Fermo rimanendo che, trattandosi di ministre, cioè donne, si auspicherebbe un’attenzione finalmente più attenta al quotidiano delle lavoratrici, puntualmente fregate da uno sciancato principio di parità che non tiene conto delle diverse incombenze che – nell’attuale “sistema” – sono comunque chiamate ad assolvere, rimanendo, tra gli altri, irrisolto anche l’annoso – gravissimo e oneroso! – problema delle compatibilità tra orari scolastici e lavorativi. Sono evidenti i rischi che correrebbero maggiormente le “lavoratrici a distanza”, stritolate tra impegni domestici e quelli del lavoro!

Senza evocare complottismi o simili, non si può fingere di non percepire nell’aria (non solo in quella italiana) la presenza del subdolo disegno di peggiorare le condizioni degli uomini, persino rispetto a quelle esemplificate in film come “Metropolis” o “Tempi moderni”. L’informatica, per sua natura, è “piramidale” come la tendenza umana che – nonostante la presenza delle religioni e, in esse, di talune pulsioni egualitarie – ha sempre dimostrato una propensione per la sopraffazione che – nell’epoca in cui viviamo – potrebbe servirsi proprio dell’informatica. Le piramidi, però, hanno bisogno di solide basi cui non si possono negare i sacrosanti diritti, primo di tutti quello all’esistenza! Non si intende negare la benefica funzione del progresso tecnologico; ma soltanto mettere in guardia dall’ambiguo e disumano uso che se ne può fare e che già se ne fa. Il progresso deve appartenere all’umanità non costruire profitti per singoli o per parti di essa. Se una macchina è in grado di fare il lavoro di più persone, non può essere il pretesto per gettare (dove?) queste persone; il beneficio dev’essere distribuito tra tutti. Il discorso sull’orario di lavoro (che agli imprenditori non è mai piaciuto) deve tornare prepotentemente all’ordine del giorno senza intaccare il salario e il suo potere d’acquisto. Ah, parlare di “orario”, sia chiaro, confligge con il cottimo! E, siccome, per difendere efficacemente i diritti, occorre essere uniti come, malgrado i “distinguo” si era negli anni dello “Statuto”, ecco perché il lavoro fatto a distanza, in solitudine, non è funzionale agli interessi dei lavoratori, ma serve a chi vuole servirsene marginalizzandoli sempre di più o cacciandoli fuori.

Salvo Nicotra

Salvo Nicotra si è occupato di così tante cose da sentirsi – talora – come uno che non ha concluso niente (lo diceva anche Luigi Tenco ma lui era un grande!)… Laurea in Lettere all’Università di Torino con tesi in Storia del Teatro (più precisamente, sull’attualità dell’Opera dei Pupi; Antonio Attisani, relatore; Alfonso Cipolla, correlatore), regista teatrale, uomo di cultura e di sport, ha collaborato sin dalla (lontana) giovinezza e collabora – nella “maggiore età” – con varie testate giornalistiche; nella “precedente vita” è stato lavoratore pubblico e dirigente sindacale.

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