Al Teatro Verga di Catania dal 22 Gennaio al 7 Febbraio in scena “La cagnotte” commedia di Eugène Labiche

In scena Vittorio Viviani, Pippo Pattavina, Gian Paolo Poddighe (Foto Antonio Parrinello)

Un incubo comico: così Walter Pagliaro definisce “La cagnotte”, celebre, esilarante commedia di Eugène Labiche. Tutto comincia in un paese della provincia francese, La Ferté-sous-Jouarre, dove in casa di benestante Champbourcy si consuma il rito della “bouillotte”, la partita a carte: i denari giocati nelle lunghe sere d’inverno, sono custoditi gelosamente in un salvadanaio (la cagnotte, appunto). Sotto la routine del gioco cova però l’interesse di ciascun personaggio. Giunge così la volta fatale in cui il gruppo di amici decide di rompere la terracotta e investire i soldi in un viaggio a Parigi, che si rivelerà più che avventuroso.

È questo l’incipit di un capolavoro ad alto concentrato di comicità, che il Teatro Stabile di Catania propone nella nuova produzione firmata da Pagliaro, regista dal rigoroso e prestigioso percorso artistico ed intellettuale. L’allestimento, che si annuncia di altissimo livello, può vantare le scene e i costumi di Luigi Perego, le musiche di Germano Mazzocchetti, le luci di Franco Buzzanca. L’impianto corale del cast schiera tre fuoriclasse quali Pippo Pattavina, Gian Paolo Poddighe, Vittorio Viviani, affiancati da interpreti rinomati come Giovanni Argante, Valeria Contadino, Fulvio D’Angelo, Margherita Mignemi, Riccardo Maria Tarci, Alessandro Idonea e ancora Michele Arcidiacono, Pietro Casano, Luciano Fioretto; al pianoforte Giuseppe Infarinato. L’appuntamento è al Teatro Verga, dal 22 gennaio al 7 febbraio.

“La cagnotte – osserva Pagliaro – racconta una storia molto aperta che con lo svilupparsi della trama, si svela, toccando molti luoghi deputati e stazioni drammaturgiche. Ricorda, quindi, la struttura del precedente “Un chapeau de paille d’Italie”. Le commedie di Labiche sono infatti perfetti meccanismi comici, in cui l’azione è servita da un dialogo funzionale al vertiginoso avanzare dei colpi di scena, che si susseguono con precisione cronometrica. Giovanni Macchia – sottolinea ancora il regista – ci suggerisce come esista accanto al fato tragico, il fato comico. All’implacabile sequela di sventure che segnano in maniera geometrica le vicende di una famiglia o collettività, si affiancano gli accadimenti dell’improvviso, dell’inaspettato. Basta un nulla, lo scippo di un orologio, la scomparsa di un cappello, a determinare una sequela inarrestabile di avvenimenti. Mentre il destino tragico sancisce l’ordine, il fato comico fa esplodere il caos. Così accade per i nostri vecchi bambini di provincia: la loro vita meticolosa e regolare viene squassata. Il loro inattaccabile conformismo è sconvolto e, da impeccabili borghesi, degenerano ad emarginati inquilini di cantieri e bidonvilles, braccati e perseguitati come terroristi. Anche qui si può naturalmente ipotizzare un percorso “sur place”; tutto il viaggio può quindi essere letto come un itinerario a molteplici livelli: dalla provincia alla città, dal piccolo al grande, dal sicuro all’incerto, dall’ordine al disordine, dal razionale all’irrazionale, e così via”.

La comicità nasce proprio dal comportamento “serio” dei caratteri, così ridicoli e pieni di sé. Labiche non li giudica, il suo non è un teatro moraleggiante, ma descrittivo, in cui i vizi della società del XIX secolo emergono proprio dalla loro esilarante quanto impietosa rappresentazione. “La cagnotte” ci mostra il gruppo a Parigi pronto a sfaldarsi per raggiungere obiettivi individuali più o meno inconfessabili. Lo sa Champbourcy che cerca un bravo dentista, lo sa la figlia che smania per fare spese nei grandi magazzini, lo sa la zia zitella che attende l’esito del suo annuncio matrimoniale, lo sanno gli altri, tesi ognuno al proprio scopo. Ma ignari che la loro ingenuità li trascinerà in una folle giornata di equivoci e paradossi, culminanti nell’inseguimento della polizia.

“La pièce – conclude Pagliaro – è un cauchemar divertente, un incubo comico, ma pur sempre un incubo: la borghesia provinciale scende negli inferi. Certo è bello lasciarsi trascinare dalla teatralità del testo; dalle sequenze intelligenti inventate da Labiche, ma è altrettanto fascinoso non perdere di vista la crudeltà della storia, la suggestione di un linguaggio in alcuni momenti pronto a torcersi e a perdere di senso. Quando la grande illusione svanisce, naufragano pure i sogni di tutti e di ciascuno. Il risveglio è amarissimo. La realtà ricaccia i nostri “eroi” nel gruppo: come barboni di Beckett, si guardano in faccia e si accorgono di essere ormai diventati dei fantocci bianchi di calce, cenciosi burattini degni ormai soltanto di scherno e di insulti. Poi matura l’ansia della fuga, del ritorno, della restaurazione. Alla fine le illusioni perdute e le scommesse mancate non cambieranno certo la loro testa, anzi il mondo di La Ferté-sous-Jouarre sarà da domani ancora più grigio e più pesante di prima”.

di Michele Minnicino 20314 articoli
Condirettore, giornalista professionista, specializzato in Opinione Pubblica e Comunicazione di Massa, ha collezionato esperienze lavorative nei diversi settori dell’informazione, carta stampata, televisione, uffici stampa di associazioni di Consumatori e Consorzi Pubblici, insegnamento del giornalismo agli studenti degli istituti superiori.

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