“Opera panica” tra il cabaret surreale ed il disagio esistenziale

Nella foto di Novella Oliana, Flavia Germana de Lipsis in "Opera panica"

Proposta alla Sala Musco di Catania, nell’ambito della stagione dello “Stabile” etneo, la pièce “Opera panica” (Cabaret tragico) di Alejandro Jodorowsky, pioniere dell’avanguardia teatrale cilena, messicana ed europea sin dalla fine degli anni Quaranta. Lo spettacolo, produzione Dovecomequando/Festival Inventaria, con  la regia di Pietro Dattola, in circa 80 minuti, con i costumi di Maria Francesca Palli, si avvale dell’impianto scenografico di Alessandro Marrone, essenzialmente spoglio e con due colori dominanti: il nero ed il rosso.

Sul palco quattro personaggi che, tra comicità circense, ironia tragicomica, danno vita a lunghi dialoghi, spesso deliranti, demenziali, ripetuti e che raccontano l’uomo, le sue relazioni, i suoi tormenti, le insoddisfazioni e le passioni. Il tutto si svolge in quadri e veloci cambi di scena e giochi di luce e buio, alternando l’aspetto lievemente esilarante e comico, a quello tragico e che mira a far riflettere sui temi più significativi della vita umana, nelle sue varie sfaccettature e situazioni.

Si incontrano e scontrano in scena ed a tratti dialogano col pubblico in sala, un simpatico clown, un mago, un lanciatore di coltelli ed una assistente che riassumono la tragedia, la ferocia dell’umanità, mascherata da una lieve comicità: personaggi che si muovono, si esprimono, sul confine del nonsense, dell’assurdo, del cabaret circense e tragico, rappresentando proprio quell’inettitudine umana a raggiungere la felicità, quell’incomunicabilità ed incomprensione irreversibile.

Per lo spettatore  un confronto-scontro tra l’aspetto comico ed ingenuo, rappresentato dal clown ed il cinismo, il voler primeggiare e la prevaricazione sull’elemento più debole degli altri personaggi ed alla fine si assiste proprio alla sconfitta del clown che muore annegato. Una risata amara, una riflessione tragica da situazioni e quadri altamente surreali e demenziali e che vengono ben rappresentate dai quattro protagonisti: l’applauditissima Flavia Germana de Lipsis nei panni del clown, Letizia Barone Ricciarelli è l’assistente, Andrea Onori il Mago e Marcello Paesano è il lanciatore di coltelli.

Lo spettacolo comunque, malgrado l’attenta regia di Pietro Dattola e l’impegno dei quattro protagonisti, non convince pienamente per una comicità spesso ripetitiva e per l’estrema frammentarietà della pièce che tocca solamente in superficie il disagio esistenziale, l’incomunicabilità, che voleva porre in evidenza l’autore.

di Maurizio Sesto Giordano 690 articoli
Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, ha collaborato per oltre venticinque anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggiquotidiano.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

1 commento

  1. Caro Maurizio, non posso che concordare pienamente con te ed anzi aggiungerei anche il livello non molto alto di frequentazione del palcoscenico di alcuni interpreti ed il testo del comunque Grande Jodorowoski datatissimo e a tratti noioso e retorico.Con sincero affetto Gianni

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