La nuova stagione alla Sala Di Martino di Fabbricateatro, Elio Gimbo: “Partiamo il 16 Novembre alla ricerca di una qualità teatrale civile e popolare”

I protagonisti di "Il Dottor Di Martino è desiderato al telefono" (prova)

Partirà il prossimo 16 Novembre nella Sala Giuseppe Di Martino, via Caronda 82, a Catania, la nuova stagione del Centro Teatrale Fabbricateatro del regista Elio Gimbo e del presidente Daniele Scalia. Quest’anno il gruppo di Elio Gimbo per la stagione 2018-2019  presenta un cartellone con ben cinque lavori. A parlare dell’attività del gruppo, che dal 2017 opera nella Sala Di Martino e nel Giardino Pippo Fava, è il regista Elio Gimbo.

Il regista Elio Gimbo

“La natura spuria di Fabbricateatro  -spiega il regista e anima del Centro, Elio Gimbo – il nostro modo di intendere il lavoro teatrale, è sempre quello di cercare nuovo sangue per il corpo di un emofiliaco. Questo ragionamento ci ha portato talvolta ad occuparci di aspetti della vita della gente, della storia della nostra città e dei suoi spazi urbani, della nostra cultura e dei suoi personaggi, che non hanno nulla a che fare con la pratica pura e semplice del teatro, almeno apparentemente. L’idea di quest’anno, di presentare in blocco i nostri spettacoli, legandoli alla possibilità che gli  spettatori possano sostenerli sottoscrivendo un abbonamento nasce da un lato da un nostro processo di maturazione interno, volto a stabilizzare il ritmo del lavoro e la vita della sala Di Martino, da un altro dal tentativo di chiedere analoga maturazione anche agli spettatori. Il ragionamento che abiamo fatto è questo: se desideri partecipare alla vita di un gruppo teatrale come il nostro, è il caso di sostenerlo e dimostrare la tua fiducia in ciò che questo gruppo ha sempre portato avanti, ovvero la ricerca appassionata di una qualità teatrale civile e popolare”.

Locandina “Il dott. Di Martino è desiderato al telefono”

Con quale lavoro aprirete la stagione 2018-2019?

“Il primo spettacolo di questo nostro cartellone (16, 17, 18 e 23, 24 e 25 Novembre – ore 21.00 e 18.00) sarà anche un omaggio al regista a cui abbiamo intitolato la nostra sala al chiuso: Giuseppe Di Martino, storico direttore della scuola per attori “Umberto Spadaro” di Catania. Il titolo sarà “Il dottor Di Martino è desiderato al telefono”. L’idea dello spettacolo ruota attorno al secondo de “I dialoghi mancati” di Antonio Tabucchi, infatti un anno fa con “Alla fine del tempo” avevamo lavorato al primo dei dialoghi e quest’anno avevamo voglia di chiudere anche questo cerchio. La pièce – con Sabrina Tellico, Cinzia Caminiti, Daniele Scalia e Salvatore Pappalardo – vede sulla scena, con le musiche originali cantate da Cinzia Caminiti, tre artisti di strada, una cantante, un’attrice ed un anziano mandolinista cieco impegnati a trovare le parole teatrali adatte ad intrattenere, in una clinica psichiatrica, un unico paziente che è tutto il loro pubblico. Lo “spettacolo dello spettacolo” si tramuta in una confessione giocata sul filo della poesia e del “teatro per il teatro”.

Come chiuderete il 2018 e quali saranno gli altri lavori della stagione?

“Chiuderemo il 2018 proponendo, a metà Dicembre, “Frammenti (figure per un discorso amoroso)” a cura di Manomagia di Francesco Fazio, Teatro di figura. Lo spettacolo prende spunto da “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, cogliendo quelle situazioni-azioni riconoscibili in ogni relazione che l’innamorato ha con l’oggetto amoroso e con se stesso. In questo sentiero affascinante, perché letterario e universale, entrano in gioco le figure che in simbiosi con la parola la spogliano di enfasi rivelando quell’umorismo che non coglie l’innamorato, ma solo colui che lo ascolta, che ascolta le sue pene d’amore.

Progetto Albert Camus

La stagione proseguirà nei primi mesi del 2019 (metà Febbraio-Aprile) con l’ambizioso Progetto Albert Camus:  presenteremo infatti, contemporaneamente, due spettacoli rispettivamente ispirati a due famosi romanzi del grande scrittore francese: “La Peste” e “Lo Straniero”. Il primo sarà affidato alla regia di Gianni Scuto per il Teatro Gamma (con Barbara Cracchiolo, Alessandro Gambino, Domenico Maugeri, Gianni Scuto), il secondo lo monterò io con il mio gruppo. Sia per me che per Gianni Scuto sarà un modo implicito per riflettere sulle rispettive generazioni teatrali e su due visioni contigue del lavoro in sala, ma l’obiettivo principale resta quello di cogliere e restituire la profondità sconvolgente delle intuizioni di Camus. La stagione la concluderemo a Maggio con un testo poco rappresentato di Nino Martoglio, “Capitan Seniu”, regia del sottoscritto. La nostra attività proporrà poi anche incontri sugli spettacoli, presentazioni di libri e stiamo già pensando ad una rassegna estiva nell’accogliente spazio all’aperto del Giardino Pippo Fava”.

Il regista Giuseppe Di Martino

Il percorso che ama Fabbricateatro e le motivazioni, le ragioni che ti hanno spinto ad aprire la stagione con “Il Dottor Di Martino è desiderato al telefono”…

A Fabbricateatro – ribadisce Gimbo – amiamo la circolarità. Se iniziamo un percorso tendiamo sempre a portarlo a compimento definitivo. Questo nuovo spettacolo conclude il confronto, aperto esattamente un anno fa con “Alla fine del tempo”, con i due “Dialoghi mancati” di Antonio Tabucchi. La circolarità non risiede soltanto nella scelta drammaturgica ma anche nella scelta visiva compiuta insieme a Bernardo Perrone, il realizzatore dei nostri impianti scenici, che sviluppa ulteriormente quella che chiamiamo “la scatola bianca”. E’ uno spettacolo che fin dal titolo cita il nome di colui che per molti anni fu il dominus della scuola del teatro Stabile di Catania; in questa veste fu il mio primo Maestro e lo fu altrettanto per intere generazioni di attori del teatro cittadino, in questo senso la sua influenza sul teatro catanese è tuttora vivissima. Proprio a lui, più di un anno fa, intitolammo la nostra sala teatrale contribuendo forse a colmare un vuoto di memoria ufficiale ma anche obbedendo ad un impulso intimo.

La stagione di Fabbricateatro

Del testo di Tabucchi abbiamo accolto un analogo processo d’inversione; la drammaturgia non rende omaggio ad un Maestro, piuttosto riflette sull’esigenza di averne uno e sulla nostalgia di non averlo mai incontrato; penso a quanto questa nostalgia sia oggi sentimento diffuso, non soltanto fra i giovani che s’incamminano sulla strada del mestiere teatrale, ma proprio nell’intera società. Ho immaginato uno spettacolo forse “metateatrale”: un attore-attrice, una cantante muta, un musicista cieco sono i componenti di un gruppo alle prese con il loro spettacolo da svolgere all’interno di una clinica psichiatrica per un solo paziente-spettatore. E’ perfino ovvio immaginare le equazioni metaforiche “clinica-sala teatrale” e “paziente-spettatori” e tali metafore sono certamente presenti in questa nostra ultima creazione 2018: la rappresentazione del mestiere del teatro nel nostro tempo. Tuttavia i miei impulsi più intimi si condensano in due semplici parole: origine e tradizione. Per ognuno di noi porsi domande sulle proprie origini significa ritrovare il filo rosso che unisce gli eventi della vita, ristabilire un ordine. Però preferisco nutrire la fantasia e di alterare la cronologia, l’ordine che sembra descrivere la mia esistenza. Credo che l’origine sia innanzitutto uno stato mentale, indica la transizione piuttosto che l’immobilità, l’impulso all’incontro con lo straniero fuori e dentro di me; l’origine è l’istinto a separarsi dalla casa natale, dalle pratiche dei genitori, dai criteri che un tempo riempirono di senso i miei atti e le mie scelte come fare teatro; l’origine è il gusto del rischio che ti fa viaggiare senza lasciare casa, che ti fa sentire a casa soltanto in una sala teatrale; l’origine non è qualcosa o qualcuno da cui ti sei allontanato, è quel groviglio di forze a cui ti sei ostinato a restare vicino.

Fabbricateatro

Analoga riflessione mi si affaccia in testa da qualche tempo sulla parola tradizione. Il concetto di “tradizione” è ambiguo; in apparenza si riferisce al passato, in realtà è sempre una creazione a posteriori, è costituita dalle persone e dalle storie in cui ci riconosciamo pur allontanandocene nel tempo, accettandone e trasformandone l’eredità; il teatro è una forma d’essere e di reagire alla Storia, è tradizione e invenzione di tradizione; da questi nodi infuocati sento provenire oggi i miei pensieri su Giuseppe Di Martino e su questo spettacolo e il mio desiderio silenzioso di reincarnare, grazie agli attori, stili, figure, tecniche, funzioni espressive che mi hanno illuminato nel corso della vita, i lampi nella notte da cui provengo, da Di Martino al Living theatre, da Anita Laurenzi a Julia Varley, dal Saro Coniglione di Martoglio amore mio (1981) al Toni Servillo di Rasoi (1993), da Alfio Maugeri a Turi Pappalardo che ne prende idealmente il posto e che da oggi accogliamo nella famiglia di Fabbricateatro”.

Promo “il Dottor Di Martino è desiderato al telefono”

di Michele Minnicino 20315 articoli
Condirettore, giornalista professionista, specializzato in Opinione Pubblica e Comunicazione di Massa, ha collezionato esperienze lavorative nei diversi settori dell’informazione, carta stampata, televisione, uffici stampa di associazioni di Consumatori e Consorzi Pubblici, insegnamento del giornalismo agli studenti degli istituti superiori.

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