“Adottiamo l’arco di via Crociferi: restituiamo alla città la tela restaurata”

Da qualche anno chi attraversa in via Crociferi l’arco del monastero e dell’acclusa chiesa “San Benedetto” delle claustrali benedettine dell’Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, forse si sarà accorto che sul lato destro, scendendo verso piazza San Francesco da Assisi, si nota una nicchia vuota, priva dell’immagine dell’Immacolata Concezione che appare al serafico frate santo Patrono d’Italia.

La tela si trova in un laboratorio che sta procedendo al suo restauro su progetto approvato dalla Soprintendenza per i Beni Culturali per iniziativa del preside Giuseppe Adernò che ha proposto all’attenzione della cittadinanza l'<adozione> dell’arco di via Crociferi con l’attivare una raccolta di fondi per il restauro della tela e la pulitura dell’arco. Il promotore, cavaliere dell’Ordine Equestre Pontificio di San Gregorio Magno, ha coinvolto gli Ordini cavallereschi, L’Associazione degli insigniti dell’Ordine al merito della Repubblica, l’Associazione FUTURLAB, l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, i Clubs services e quanti hanno a cuore il decoro della città di Catania. Un primo significativo contributo è stato offerto da un confratello dell’Ordine San Gregorio Magno. Le spese si aggirano intorno a 3 mila euro per il restauro e a 2 mila euro per la collocazione nella nicchia, per la necessaria copertura di protezione e illuminazione della raffigurazione pittorica.

Dalle ricerche storiche finora effettuate si evince che quando fu costruito l’arco di via Crociferi nel Settecento degli <anonimi?> pittori locali hanno dipinto un affresco raffigurante San Benedetto Abate, in seguito sostituito dalla tela che raffigura l’Immacolata e San Francesco; dal restauro ancora non completato è emersa la sigla <MG 1955> che riporta a 64 anni fa e al nome di Mario Ragusa, Il contributo potrà essere versato con indicazione della causale “restauro tela arco via Crociferi” tramite bonifico intestato a:

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ARCO DEL MONASTERO SAN BENEDETTO IN VIA CROCIFERI

L’Arco di San Benedetto in via Crociferi fu costruito, come collegamento fra la parte nuova (badia piccola, autore Giambattista Vaccarini) e la parte antica (badia grande, autore Francesco Battaglia) del fastoso complesso monastico barocco, benedettino femminile di clausura, in occasione della ricostruzione della chiesa e del monastero “San Benedetto” dopo il terremoto dell’11 gennaio 1693, per volere delle poche monache superstiti e del nuovo vescovo di Catania, Andrea Riggio, il cui dinamismo sembrava rasentare la violenza e l’arroganza. L’originaria fondazione del complesso monastico, voluto da Alemanna Lumello e da Rugieri La Matina nel quartiere San Pantaleone (contrada Molino a vento), risaliva al 1334. Quattordici anni dopo le claustrali si trasferirono per pochi anni vicino alla Cattedrale. Nel 1356, ottennero di trasferirsi nei locali di proprietà del conte di Adernò, attigui all’antica chiesa di rito greco “Santo Stefano diacono catanese” (?) poi demolita per ampliare le fabbriche del monastero, nell’area precedentemente occupata dal tempio romano di Esculapio, dio della medicina. Durante l’ultima guerra, si dice che siano andati distrutti i resti archeologici dell’altare e dell’iscrizione greca dalla quale si ricavava che la chiesa Santo Stefano fosse stata eretta da Arcadio il 1 luglio 679. Nell’anno dell’eruzione del 1669, al monastero San Benedetto fu annesso quello di Santa Maria Maddalena, fondato nel 1571 per le donne convertite.

La ricostruzione del monastero San Benedetto, la cui fabbrica era parzialmente sopravvissuta alla catastrofe del 1693, avvenne nello stesso sito e fu causa di un’aspra controversia con il senato catanese per edificare sull’attuale via Crociferi (già <strada sacra> dei Tre Santi) l’arco di collegamento tra le due parti dell’abbazia, ritenuto architettonicamente scorretto e di cattivo gusto. La proposta dell’abbadessa di unire le due parti con un ponte per utilizzare tutto il terreno nella riedificazione del monastero, che mantenne la magnificenza e la grandezza di prima, fu respinta dalle autorità cittadine e soprattutto dal castellano (il comandante del Regio Castello Ursino) per motivi militari. La controversia fu esaminata dal tribunale del Real Patrimonio che accettò la richiesta delle moniali benedettine. All’architetto Alonzo Di Benedetto che, sebbene sposato, aveva ricevuto il <privilegio> della tonsura chiericale dal vescovo Bonadies, fu affidato l’incarico di costruire il ponte.

E’ avvolta nella leggenda, alla quale attingono tutti senza conoscere le fonti della realtà storica, la costruzione dell’arco (la <passerella>) in una sola notte per mettere le <autorità civili e militari> dinanzi al fatto compiuto. Di questo episodio leggendario non c’è nessuna traccia di documentazione negli archivi. Il vescovo, nonostante le opposizioni, ebbe il regolare nulla osta da parte delle autorità centrali. Lo storico e giornalista Guglielmo Policastro riporta a pagina 260 del volume “Catania nel Settecento” un brano del documento conservato nell’archivio del monastero San Benedetto, che così recita: “Durante il governo della sig.ra suor Maristella Motta, abbadessa (1702-1704), su disegno di Alonzo di Benedetto cominciò a costruirsi il 17 aprile 1702 la nuova fabbrica del monastero a frontespizio di esso per la parte di levante, su terreno di proprietà di Cristofaro e Nicoletta Stella madre e figlio ed acquistato per onze 275. Quando si diede principio a fabbricar l’arco maggiore, appoggiandolo alla cantoniera del monastero da parte di ponente, li deputati della Strada e fabbrica della città si opposero. Intervenne il vescovo Riggio e nacque un litigio avanti il tribunale del Real Patrimonio che finì nel giugno 1703 e costò onze 24. L’arco fu rizzato, dopo di che, nel triennio della abbadessa Ignazia Asmundo (1704-1707), si cominciò a fabbricare la nuova chiesa…”.

Inviso ai governanti per il suo carattere di forte temperamento, deciso nell’azione, irruente, impulsivo, polemico, ostinato, accusato però ingiustamente di incredibili comportamenti, mons. Reggio fu costretto forzatamente a lasciare per sempre Catania nel 1713 e poco prima di fuggire lanciò l’interdetto sulla Cattedrale e su tutta la diocesi. Morì improvvisamente di apoplessia, in <vergognoso esilio> a Roma, dove si era rifugiato, in seguito ad un contrasto sorto con la Monarchia per le immunità ecclesiastiche, il 17 dicembre 1717, dopo aver avuto la prestigiosa nomina onorifica di patriarca di Costantinopoli. La sua salma, 10 anni dopo, fu trasferita a Catania e inumata solennemente, suscitando l’ennesimo contrasto con il senato, nella cappella di Sant’Agata, nel sepolcro da lui voluto nel 1705. e sul quale avrebbe voluto che fosse scritto in latino: “Me felix genuit, pastorem clara recèpit, urbs tenuit vivum, mortuus huc redeo: Mi generò la felice città, Palermo; mi ebbe vescovo la chiara città, Catania; mi mantenne in vita l’Urbe (Roma); morto ritorno qui”.

Dal lato meridionale, il grand’arco è adornato da due stemmi episcopali (quello lato ponente è del vescovo Riggio). Tra i due stemmi si nota in bassorilievo di pietra calcare l’immagine di San Benedetto con due putti che reggono la mitria abbaziale e il baculo pastorale. Dal lato settentrionale, l’arcone ovale del cavalcavia ha nella sua chiave una lapide con epigrafe in latino che celebra la costruzione dello stesso e la riedificazione del monastero. Lo scritto tradotto così recita: “A Dio Ottimo Massimo. La pietà delle monache vinse la crudeltà del terremoto e quelle case che l’11 gennaio 1693 per la immanità di esso furono distrutte, per l’ardore delle vergini furono riedificate. Questo grande arco è segnale della vittoria che sotto il vessillo di tanto grande Duce della Chiesa don Andrea Riggio e Saladino, vescovo di Catania, di suor Maria Stella Motta, abbadessa, le militanti spose di Cristo riportarono nel costruire questo grande edificio tra le ingiurie del fuoco della lava e del terremoto. L’anno 1704”. Con riferimento al pericolo dei terremoti, il senato della città aveva eletto, nel 1701, San Francesco Borgia, al quale erano intitolati gli attigui collegio e chiesa dei Gesuiti, <patrono e difensore di Catania dai terremoti>, come anni prima, esattamente il 7 aprile 1669, aveva eletto la reliquia del Santo Chiodo, che avrebbe trafitto la mano destra di Cristo, <Protettore e Padrone della Città > con la promessa come ex voto d’intervenire togato all’annuale festività del 14 settembre.

Antonino Blandini

di Michele Minnicino 20312 Articles
Condirettore, giornalista professionista, specializzato in Opinione Pubblica e Comunicazione di Massa, ha collezionato esperienze lavorative nei diversi settori dell’informazione, carta stampata, televisione, uffici stampa di associazioni di Consumatori e Consorzi Pubblici, insegnamento del giornalismo agli studenti degli istituti superiori.

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