La dignità del lavoro umano e il rispetto della natura nel pensiero di Sant’Agostino

Sant’Agostino nello studio affresco di Sandro Botticelli (1445-1510) - chiesa di Ognissanti di Firenze

Il 22 aprile 2007 il Santo Padre Benedetto XVI, per ricordare sant’Agostino che – più di diciassette secoli fa, il 24 aprile del 387, fu battezzato a Milano da sant’Ambrogio – si è recato in pellegrinaggio a Pavia per venerare nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro le insigni reliquie del Vescovo di Ippona, che Liutprando, re dei Longobardi, <<dopo parecchia confusione di una storia agitata>>, aveva riscattato magno pretio nell’VIII sec. dai Saraceni, cosicché – ha detto il Papa – ancora oggi,  da Pavia sant’Agostino parla al mondo intero <<in maniera speciale… e irradia una grande luce di sapienza e di umiltà>>.

Secondo Nello Cipriani, egli <<è forse l’unico tra gli antichi Padri della Chiesa che ci abbia lasciato un abbozzo di filosofia, o, se si preferisce, di teologia del lavoro>> (Nello Cipriani, Lo studio della natura e il lavoro umano in S. Agostino, in La cultura scientifico-naturalistica nei Padri della Chiesa, (I-V sec.), Studia Ephemeridis Augustinianum 101, XXXV Incontro di studiosi dell’antichità cristiana, 4-6-maggio 2006, ll’Istitutum Patristicum Augustinianum, pag. 373-384). Sant’Agostino si era interessato, in modo particolare, al lavoro manuale nel De opere monachorum: ai monaci, che si rifiutavano di lavorare per potersi dedicare totalmente allo studio della Parola di Dio e alla preghiera, adduce in cambio la testimonianza di san Paolo, che non si era limitato a dare il precetto <<chi non vuol lavorare neppure mangi>> (2 Ts 3,10), ma aveva offerto l’esempio di se stesso che, pur in mezzo alle tante preoccupazioni apostoliche, aveva preferito lavorare <<con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi>> (2 Ts 3,8).

Sant’Agostino, per convincere i monaci a non trascurare il lavoro, non si era limitato a portare l’autorevole esempio di san Paolo, ma aveva addotto altre ragioni: raccomanda, infatti, il lavoro manuale perché aiuta a superare le tentazioni della vita oziosa, perché giova nei monasteri a compiere il dovere della carità verso i poveri e, infine, perché aiuta alla contemplazione e non impegna eccessivamente il cervello, come altre preoccupazioni, come l’acquisto e la vendita dei beni materiali.

Nel De opere monachorum sant’Agostino rompe con gli schemi culturali dominanti nella società antica che valutavano negativamente l’attività manuale come grossolana e volgare; per lui i lavori <<degli artigiani, dei muratori, dei calzolai, dei contadini e di altri dello stesso genere>>, con i quali si producono cose utili alla società umana, sono <<innocenti e dignitosi>>, perché: <<Non è in contrasto col vero concetto di dignità ciò che disdegna l’alterigia di coloro che amano essere chiamati “i dignitari”, ma non amano acquistarne le doti>> (Op. monach., 13,14).

La rivalutazione del lavoro non è un’affermazione isolata e senza fondamento, essa si fonda sull’idea che Dio ha dotato gli uomini di tali capacità che possono e devono vivere del proprio lavoro. Nel Vangelo viene ricordato che la Provvidenza divina si prende cura degli <<uccelli dell’aria che non seminano, non mietono e non riempiono i granai o dai gigli del campo che non lavorano né filano (Mt 6,26.28>>, ma noi – scrive sant’Agostino – <<finché… siamo in grado di lavorare, non dobbiamo tentare il nostro Dio. L’avere questa capacità, infatti, è dono di Dio, e quando viviamo del nostro lavoro, viviamo del dono che Egli ci largisce, poiché è Dio che ci accorda la possibilità di lavorare. Ed ecco il motivo per noi perché non ci angustiamo del necessario alla vita. Sappiamo infatti che c’è un Dio il quale, quando siamo in grado di lavorare, ci nutre e ci veste come il normale degli uomini, che da lui sono nutriti e vestiti; quando poi non possiamo più lavorare, lo stesso Dio provvede a cibarci e a vestirci come fa con gli uccelli che nutre e con i gigli che ammanta, delle quali creature noi valiamo di più>> (Op. monach., 27,35).

Arca marmorea dei Maestri Campionesi (1360-1380) che conserva le reliquie di sant’Agostino nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia

Sant’Agostino fa una riflessione più approfondita sul lavoro nel De Genesi ad litteram. Egli, facendo riferimento alle parole <<Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse>> (Gen 2,15), richiama anzitutto l’attenzione sul fatto che l’ordine di coltivare e custodire la terra fu dato da Dio all’uomo prima del peccato originale, perché nessuno potesse pensare che il lavoro debba essere considerato come una punizione. Il Vescovo di Ippona osserva che il lavoro non è un castigo per il peccato commesso perché <<l’uomo fu posto nel paradiso per esercitare l’agricoltura non già costretto da un lavoro servile, ma spinto da un godimento spirituale adatto alla sua nobiltà>> (Gen. ad litt., 8,9,18) <<Noi potremmo certamente pensare così, se non vedessimo alcuni coltivare la terra con tanto godimento spirituale che per essi sarebbe un gran castigo esserne distolti per qualche altro lavoro>> (Gen. ad litt., 8,8,15). Conseguenza del peccato non è il lavoro, ma la fatica che l’accompagna (Cfr. Gen 3,17-19).

Prima del peccato <<l’agricoltura, infatti, non sarebbe stata un lavoro gravoso, ma un esercizio gioioso della volontà, poiché tutti i prodotti della creazione di Dio, grazie alla collaborazione del lavoro dell’uomo, sarebbero nati più abbondanti e rigogliosi; in tal modo al Creatore sarebbe stata resa una lode maggiore per aver dato all’anima posta in un corpo vivente il metodo razionale e la capacità di lavorare nella misura di quanto desiderava di fare liberamente o nella misura richiesta dai bisogni del corpo che potesse costringere uno a lavorare contro la sua volontà>> (Gen. ad litt., 8,8,15).

L’uomo era stato chiamato ad esercitare il lavoro dei campi senza costrizione servile, ma spinto solamente da una gioia spirituale degna della sua nobiltà perché non c’è occupazione <<più innocente per chi ha tempo libero, e più feconda di nobili pensieri per i sapienti>> (Gen. ad litt., 8,9,18). Il lavoro, pertanto, da un lato è fonte di gioia, perché l’uomo lavorando esplica le sue naturali capacità e si realizza, dall’altro permette di collaborare con il Creatore nella conservazione e nel miglioramento del creato <<in tal modo al Creatore sarebbe stata resa una lode maggiore per aver dato all’anima posta in un corpo vivente il metodo razionale e la capacità di lavorare nella misura di quanto desiderava di fare liberamente>> (Gen. ad litt., 8,8,15). Anche qui appare l’idea della Provvidenza divina: essa opera nel mondo non in modo diretto ma, attraverso la natura e l’azione volontaria delle creature razionali, sia angeli che uomini. In virtù dell’attività della natura sono regolate le creature del cielo, come le stelle, e quelle della terra, come le piante e gli animali che sono generati, nascono, crescono, invecchiano, muoiono. Per mezzo dell’attività volontaria, invece, le creature razionali <<si scambiano segni, insegnano, si istruiscono, coltivano i campi, governano le società, esercitano le arti e ogni altra attività, che si compie tanto nella città celeste quanto in quella terrestre e mortale: in tal modo anche i malvagi, a loro insaputa, concorrono al bene dei buoni>> (Gen. ad litt., 8,9,17).

Arca marmorea dei Maestri Campionesi (1360-1380) che conserva le reliquie di sant’Agostino nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia

Per sant’Agostino, quindi, oltre che un valore religioso, il lavoro ha anche un valore propriamente umano: con esso l’uomo esercita le capacità ricevute dal Creatore e diventa responsabile del proprio destino; se, infatti, è vero che Dio provvede per il bene dell’uomo mediante l’attività della natura, in forza della quale essa nasce, cresce e invecchia, mediante l’attività volontaria dell’uomo stesso deve provvedere a nutrirsi, a vestirsi e a conservarsi (Cfr.  Gen. ad litt., 8,9,17).

L’interesse di sant’Agostino non riguarda solo il lavoro agricolo, ma si estende a tutte le altre attività che hanno come oggetto il corpo e l’anima dell’uomo. Il Santo Vescovo non manca di farlo notare esplicitamente con un paragone: <<Come l’azione esterna del coltivatore contribuisce a far progredire lo sviluppo interno di un albero, così per quanto riguarda il corpo dell’uomo, l’azione interna della natura è aiutata all’esterno dalla medicina. Ugualmente, per quanto riguarda l’anima, l’insegnamento impartito dall’esterno contribuisce all’interiore felicità della natura>> (Gen. ad litt., 8,9,8). Da qui si deduce che, come si deve evitare la negligenza nel coltivare la terra, così si deve evitare di trascurare la medicina nella cura del corpo e la pigrizia dell’educazione dell’anima. Insomma, l’uomo è tenuto a prendersi cura di se stesso e di tutto il mondo della natura.

Ma la riflessione di sant’Agostino sul lavoro si spinge oltre: egli ha qualcosa da dire anche sul modo in cui l’uomo deve intervenire sulla natura. Uno dei problemi più angosciosi per l’umanità del nostro tempo è quello dell’ecologia. Se, da un lato, lo straordinario sviluppo delle industrie e delle tecniche ha portato benessere a tanti uomini, dall’altro lato esso minaccia di rovinare l’ambiente e inquinare persino l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo. Qualcuno ha fatto risalire lo sfruttamento irrazionale della natura alla cultura che si è formata in Occidente alla luce dell’insegnamento biblico che considera l’uomo padrone del mondo. Ma è la Sacra Scrittura stessa a suggerire a sant’Agostino l’idea forse più moderna sul lavoro umano. A suo avviso, l’uomo prima di intervenire, deve <<conversare in certo qual modo con la natura>> (Gen. ad litt., 8,8,16), deve interrogarla per studiarla e conoscere <<che cosa possa o non possa effettuare l’energia di ogni radice e di ogni germe, per qual motivo lo possa o non lo possa, quale efficacia abbia nella natura la potenza invisibile e interna delle sue energie e quale ne abbia la cura applicata dall’esterno>> (Gen. ad litt., 8,8,16).

Con questa osservazione, tanto attuale oggi, la riflessione agostiniana sul lavoro ha toccato il vertice: l’uomo non può disporre a suo piacimento della natura, perché non ne è il padrone assoluto; il suo compito è quello di custodirla e renderla feconda; cosa che potrà fare se la studia con intelligenza, per conoscerla e rispettarla.

Nell’agosto 2005 il Centro Regionale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, la salvaguardia del creato, ha pubblicato un sussidio pastorale su “Salvaguardia del creato e lavoro in Sicilia”, voluto dai Vescovi, per denunciare che <<in molte zone della Sicilia il problema ecologico, con le pesanti conseguenze sulla popolazione, si presenta nella sua più viva drammaticità… ed estrema gravità>>. Il sussidio raccomanda <<un corretto modo di porsi di fronte alla creazione… per riconoscere nel mondo l’impronta del Dio Uno e Trino>> e, nello stesso tempo, esorta le istituzioni che <<occorre educare ad una nuova visione di fronte al creato, per ridisegnare il nostro rapporto con esso e riscoprire lo stupore per la sua bellezza, il senso del mistero, il volto di Dio>>. La nostra fede, quindi, deve aiutarci <<a riscoprire il senso del lavoro nel rapporto equilibrato con l’ambiente e a salvare il lavoro di tante famiglie e della comunità, insieme alla loro salute, rendendo più bella e rigogliosa quella parte dell’”aiuola di Dio”, che è la nostra terra di Sicilia>>.

Diac. Sebastiano Mangano

Ufficio della Diocesi di Catania per la Pastorale dei Problemi Sociali e Lavoro,

Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato

di Michele Minnicino 20302 Articles
Condirettore, giornalista professionista, specializzato in Opinione Pubblica e Comunicazione di Massa, ha collezionato esperienze lavorative nei diversi settori dell’informazione, carta stampata, televisione, uffici stampa di associazioni di Consumatori e Consorzi Pubblici, insegnamento del giornalismo agli studenti degli istituti superiori.

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