Al “Brancati” di Catania il rapporto con la morte, con la vita e con il perdono in “Chi vive giace” di Roberto Alajmo, regia di Armando Pugliese

Nella foto David Coco e Roberta Caronia (Ph. © Rosellina Garbo 2019)

Ha debuttato lo scorso giovedì 14 Novembre al Teatro Brancati di Catania, nell’ambito dell’odierna stagione di prosa, la pièce “Chi vive giace” dello scrittore, giornalista e drammaturgo palermitano Roberto Alajmo, scritta nell’estate del 2018 e in scena fino al 24 Novembre (per poi ritornare dal 2 al 5 Aprile 2020), produzione del Teatro Biondo di Palermo.

L’atto unico, in tre quadri, di circa novanta minuti, ribaltando il famoso detto “Chi muore giace, chi vive si da pace”, parte da un diffuso, quasi normale, fatto di cronaca quotidiana che, all’improvviso, per un incidente stradale, getta nella disperazione una o più famiglie per la morte sull’asfalto di uno dei congiunti. In “Chi vive giace” si racconta, quindi, partendo da un fatto di cronaca, il rapporto dei personaggi con la morte, ma anche con la vita e con il perdono, in un ambiente tipicamente siciliano. Si sottolinea, soprattutto alla fine, che il perdono conta, ma non riporta indietro i nostri cari, ma la vendetta, un atto violento non fa che aggravare le vite di chi rimane.

David Coco (Ph © Rosellina Garbo 2019)

Sulla scena un marito affranto ed indeciso che perde la moglie investita per fatalità da un giovane guidatore distratto. Il marito non riesce a farsene una ragione e inizia a colloquiare con la moglie defunta, in una dimensione totalmente surreale e comica in cui entrambi parlano di ciò che è stato interrotto. L’uomo, indeciso per carattere, non sa se vendicarsi o perdonare, mentre gli amici, i colleghi, in un quartiere popolare, vorrebbero invece la sua vendetta. Il padre del giovane investitore, un macellaio, a sua volta, non sa se giustificare l’incidente commesso dal figlio per la casualità della disgrazia oppure obbligarlo a chiedere scusa al vedovo. Nella macelleria, ormai poco frequentata dalla gente del quartiere, appare poi la moglie emadre dei due, in sedia a rotelle, defunta anche lei, una che da viva diceva sempre la sua e non si tira indietro anche da morta. Insomma si instaura un vero e proprio dialogo: i morti con i vivi, i vivi con i vivi e i morti tra loro. Sulla scena in pratica si svolge una divertente e surreale conversazione dove emergono le ragioni dell’uno e dell’altro, i pregiudizi della gente, l’onore e la disgrazia.

Nell’intenso atto unico di Roberto Alajmo, con l’accurata regia di Armando Pugliese, ora metafisica ora spassosa, troviamo diverse dimensioni che si intrecciano, scambiandosi dei messaggi: si viene a contatto con la morte, si parla, ci si confronta, si pranza, ci si scambia il posto, nella comodità della propria casa. Tutto, inizialmente, si svolge nella casa del giovane vedovo che parla con la defunta moglie (morta col suo motorino nonostante il casco), la “mischina”, seduta su una sedia, vestita di bianco e con una garza che le copre gli occhi. I due coniugi non hanno un nome, ma si chiamano “sangù” (sanguzzo – piccolo sangue). Si passa poi al secondo interno, una “carnezzeria” (macelleria) dove vive col padre macellaio (con tanto di grembiule insanguinato) il giovane investitore, definito “fango”. Infine si arriva all’incontro chiarificatore tra i protagonisti (i due coniugi ed il gruppo della macelleria), in una atmosfera rarefatta, ambigua, dove i due precedenti ambienti si unificano. Tutti in scena appaiono confusi, non sanno più chi è vivo e chi è morto, non sanno dove sono e si affrontano il marito indeciso ed il padre del giovane investitore, in una scena metafisica, per via di fumogeni bianchi che si diffondono sul palco.

Alla fine, però, nessuno si farà male e risolveranno la questione, con saggezza, le due donne morte che apparecchieranno la tavola, invitando i loro congiunti a mangiare insieme un piatto di pasta, a dimostrazione che anche stavolta alla vendetta si è preferito il perdono. In realtà nello spettacolo si assiste ad una serie di avvenimenti, si ascoltano delle voci, dei commenti, che sono invece dentro di noi.

Gli applausi finali (Foto Dino Stornello)

L’autore Roberto Alajmo, grazie alla intrigante scenografia curata da Andrea Taddei, ai costumi di Dora Argento, al sottile gioco luci di Gaetano La Mela, con un cast davvero all’altezza, propone una black comedy incentrata sul dialogo con i nostri defunti, affrontando l’argomento in modo leggero, grottesco, tanto che dopo le prime battute il pubblico ride delle situazioni e delle parole dei protagonisti, soprattutto di quelle dei morti. Tutto sulla scena si svolge in modo ironico, con i cinque attori che si disimpegnano in modo magistrale nei loro ruoli: Roberta Caronia è la giovane moglie defunta, David Coco è l’affranto ed indeciso marito, Claudio Zappalà è il distratto ventenne, Agostino Zumbo è il padre del ragazzo e Stefania Blandeburgo è la madre che deve sempre dire la sua, anche da morta.

Gli interpreti si esprimono in italiano, con una tipica cadenza dialettale palermitana che rende alcune battute ancora più vive e reali e che suscitano l’ilarità dello spettatore. Una commedia davvero divertente e profonda che suscita i consensi del pubblico per la sua capacità di smontare la paura della morte, prendendola in giro, con ironia e leggerezza, tirandola fuori dall’aspetto quasi macabro e trasformandola, semplicemente, nell’altra faccia della vita. Si replica al “Brancati” sino al 24 Novembre.

di Maurizio Sesto Giordano 666 Articles
Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, ha collaborato per oltre venticinque anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggiquotidiano.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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