San Girolamo, Dottore della Chiesa Latina, a 1600 anni dalla morte 30 settembre 420

Sepoltura di san Girolamo a Betlemme, accanto alla Grotta della Natività

Il santo padre Francesco con la Lettera apostolica in forma di Motu proprioAperuit illis”, ha stabilito che “la III Domenica del Tempo Ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio”. Il documento è stato pubblicato lunedì 30 settembre 2019, nella memoria liturgica di San Girolamo, all’inizio del 1600° anniversario della morte (420) del grande Dottore della Chiesa, che ha tradotto la Bibbia in latino, che l’ha commentata nelle sue opere e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il suo carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura. San Girolamo affermava che: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (Girolamo, Prologo al commento del Profeta Isaia, 1. 2; CCL 73, 1-3). Questa celebre sentenza di Girolamo è citata anche dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Dei Verbum(n. 25).

San Girolamo Penitente, Cosmè Tura – 1470 circa – National Gallery di Londra

Sofronio Eusebio Girolamo nacque nel 347 a Stridone, (Ferdinand Cavallera, La patrie de st. Jerome, in Bulletin de lettérature ecclésiastique, 47 (1946), pag. 60-64), piazzaforte distrutta dai Goti probabilmente nel 378. Oggi Stridone Zrenj  è  un piccolo paese dell’Istria croata, a circa 50 Km da Trieste. 

La data di nascita di Girolamo è fissata dalla Cronaca dell’anno 374 di Prospero d’Aquitania (390 – 455), ma essa non concorda con i numerosissimi particolari che Girolamo stesso dà sui suoi primi anni. Sembra piuttosto che la data si debba fissare al 347 ca., con la quale concordano tutte le sue notizie sulla prima educazione e sulla vita a Roma.

Egli, che si presenta a noi con l’autobiografia riportata al cap. CXXXV del De viris illustribus, nel 392 scrive: <<Io, Girolamo, figlio di Eusebio, nacqui nella città di Stridone, città distrutta dai Goti che segnava un tempo la linea di confine tra la Dalmazia e la Pannonia, fino al corrente anno, quattordicesimo dell’imperatore Teodosio (379-395)>>. I suoi genitori erano cristiani e lui ricevette un’educazione cristiana. Purtroppo si ignora il nome di sua madre, ma conosciamo il nome di una zia materna, Castorina, con la quale ebbe delle difficoltà relazionali. La famiglia di Girolamo godeva di una certa agiatezza, e, nonostante le distruzioni dei Goti, la proprietà familiare era ancora in condizioni sufficientemente buona perché, nel 398, Girolamo potesse sperare di trarre qualche profitto dalla vendita.

Girolamo aveva una sorella che per qualche tempo gli fu causa di preoccupazioni e che egli raccomandò al clero di Aquileia, e un fratello più giovane, Paoliniano, che poi lo raggiunse a Betlemme per condividere con lui la vita monastica. All’età di circa 20 anni Girolamo fu mandato a Roma per compiere gli studi e qui ebbe tra i suoi maestri due illustri personalità della cultura: Gaio Mario Vittorino (290 –  364) ed  Elio Donato (+380),  che lo avviarono ad   una solida conoscenza degli autori classici, specialmente di Marco Tullio Cicerone (106 a.C.- 43 a.C)  e di Publio Virgilio Marone (70 a. C. – 19 a. C.), oltre che del diritto e della filosofia. Con lui studiavano alcuni giovani venuti dalle sue stesse contrade, come Bonoso e Rufino, o di origine romana come Pommachio (340 – 409), il futuro senatore e genero di Paola. Secondo alcune testimonianze sembra che Girolamo in quel tempo conducesse con i giovani romani una vita abbastanza frivola (cfr. Ep. 22,7), però anche lui subì il fascino che il cristianesimo esercitava sulla città, che aveva visto il martirio dei santi Pietro e Paolo.

La domenica visitava le catacombe insieme ad alcuni amici che condividevano le sue idee cristiane e i luoghi che ricordavano i primi martiri cristiani. Girolamo ricevette il Battesimo forse nel 366 e che, secondo il costume di quel tempo, anche lui aveva differito. Terminato il normale corso di studi, lasciò Roma e, insieme al suo amico d’infanzia Bonoso, andò a Treviri presso la corte imperiale. Fu lì che si lasciò conquistare dall’ideale monastico dell’anacoresi egiziana, di cui il grande vescovo Atanasio d’Alessandria (295 ca. – 373) aveva fatto giungere l’eco nel suo esilio gallico. Di questo viaggio ignoriamo le ragioni e la durata del soggiorno. Dalla sua corrispondenza con Rufino sappiamo che era occupato a trascrivere manoscritti di autori cristiani per se stesso e per i suoi amici. Nello stesso tempo cominciò a sentire il primo impulso per la vocazione monastica.

San Gerolamo, Sant’Agostino, San Gregorio Magno
  Dipinti della fine del VII–inizio del VIII secolo.
 Dittico di Boezio – Museo di Santa Giulia, Brescia 

Nel 370, dopo aver rinunciato alla carriera di funzionario, tornò in Italia, dove raggiunse ad Aquileia un gruppo di amici, tra i quali Rufino, Bonosco, Cromazio ed Eliodoro, riuniti attorno al santo vescovo Valeriano (+388), per condurvi, secondo una sua espressione, <<una vita celestiale>> (Prospero d’Aquitania, Cronaca dell’anno 374). Ma alcuni mesi dopo, non sappiamo per quale ragione, il gruppo si disperse e Girolamo ne approfittò per intraprendere un viaggio in Oriente dove visse da eremita nel deserto della Calcide a sud di Aleppo tra il 375-376: <<Quante, quante volte, pur abitando in questo sconfinato deserto bruciato da un sole torrido, in questa squallida dimora offerta ai monaci, credevo davvero d’essere nel mezzo della vita gaudente di Roma! Me ne stavo seduto tutto solo, con l’anima rigonfia d’amarezza. Il mio corpo, sfigurato dal sacco, faceva spavento; la pelle sporca e indurita richiamava l’aspetto squallido dell’epidermide d’un negro. Lacrime e gemiti ogni giorno! Se, nonostante i miei sforzi, il sonno mi assaliva improvviso, ammaccavo le ossa tutte slogate, steso sulla nuda terra. Non ti parlo del cibo e della bevanda: nel deserto anche i malati usano acqua gelida; un piatto caldo è una golosità! Io dunque, sì, proprio io che mi ero da solo inflitto una così dura prigione per timore dell’inferno, senz’altra compagnia che belve e scorpioni, sovente mi pareva di trovarmi tra fanciulle danzanti. Il volto era pallido per il digiuno, eppure, in un corpo ormai avvizzito, il pensiero ardeva di desiderio; dinanzi alla mente d’un uomo già morto nella carne, ribolliva l’incendio della passione. Privo d’aiuto, mi prostravo ai piedi di Gesù, li irroravo di lacrime, li asciugavo con i capelli, domavo la carne ribelle con settimane di digiuni. Non mi vergogno di confessare queste miserie; se mai, piango di non avere più il fervore d’una volta. II fervore dei primi anni di professione monacale. Ricordo: frequentemente i miei gemiti congiungevano il giorno alla notte; non la smettevo di battermi il petto finché, per le minacce del Maestro, non era tornata la bonaccia. Anche la cella mi faceva spavento, quasi fosse complice dei pensieri impuri; irritato contro me stesso e inflessibile, avanzavo solo nel deserto. Se scoprivo una valle profonda o una montagna scoscesa o rocce a precipizio, là mi rifugiavo a pregare, là stabilivo l’ergastolo per la mia carne martoriata. Ma, il Signore mi è testimone: dopo pianti a non finire, dopo aver tenuto a lungo lo sguardo fisso al cielo, mi pareva talvolta di trovarmi fra le schiere degli angeli; allora, esultante di gioia, cantavo: «Ti correremo dietro, attratti dal profumo dei tuoi aromi» (Ep. 22,7 ad Eustochio; cfr. Ep. 14,10).

Nel 374 Girolamo giunse ad Antiochia dove fu ospite del presbitero Evagrio, appartenente ad una delle più illustri famiglie della città, che aveva conosciuto in Italia e che, durante una lunga e grave malattia  aveva assistito con grande carità. Fu allora che ebbe quel sogno, forse nel 375, dove era severamente punito per il suo attaccamento alle lettere profane e giurò di non interessarsene più: <<Ne è passato del tempo da allora! Casa, padre e madre, sorella, parenti, e – questo mi era più difficile – l’abitudine a lauti pranzi: tutto avevo tagliato via per il regno dei cicli, e me n’ero andato a Gerusalemme a militare per Cristo. Ma dalla mia biblioteca, messa assieme a Roma con tanto amore e tanta fatica, proprio non avevo saputo staccarmi. Povero me! Digiunavo, e poi andavo a leggere Cicerone. Dopo molte notti trascorse vegliando, dopo aver magari versato fiumi di lacrime che sgorgavano dal profondo del cuore al ricordo dei peccati d’un tempo, prendevo in mano Plauto. Se talvolta, rientrando in me stesso, aprivo i libri dei Profeti, il loro stile disadorno mi dava nausea. Era la mia cecità ad impedirmi di vedere la luce, ed io m’illudevo che la colpa non fosse dei miei occhi, ma del sole! Era un tiro birbone dell’antico serpente. A mezza Quaresima una febbre acutissima mi penetra nelle ossa, m’invade il corpo già stremato di forze senza lasciarmi un minuto di requie, e – al sentirlo raccontare è anche facile non crederlo! – mi consuma a tal punto le povere membra da ridurle a un fascio d’ossa. Già mi si preparano i funerali. Tutto il corpo è agghiacciato. Solo il povero cuore, tiepido appena, da ancora qualche palpito, come se là si sia rifugiato l’ultimo soffio di vita. D’un tratto ho come un rapimento spirituale. Mi sento trascinato davanti al tribunale del Giudice, e mi vengo a trovare tra un tale sfolgorio di luce che irradia da ogni parte, che io, sbattuto a terra, non oso levare in alto lo sguardo. Mi si chiede chi sono. «Un cristiano!» – rispondo. Ma il Giudice dal suo trono esclama: «Bugiardo! sei ciceroniano, tu, non cristiano! Dove è il tuo tesoro, là è il tuo cuore!». Resto di colpo senza parola. Sotto le vergate (il Giudice, infatti, aveva dato ordine di battermi), mi sento lacerare ancor più dal rimorso della coscienza, e dentro di me vado ripetendo: «Nell’inferno, chi canterà le tue lodi?». Da ultimo comincio a gridare, a lamentarmi, a dire: «Pietà di me, Signore! Pietà!».  I gemiti risuonano tra il sibilo delle staffilate, quando finalmente gli astanti si buttano in ginocchio ai piedi del Giudice, lo supplicano di perdonare i trascorsi della mia vita giovanile e di darmi il tempo sufficiente per farne penitenza. Si sarebbe riservato un’ulteriore punizione, nel caso fossi ancora tornato a leggere autori pagani. Io che, posto con le spalle al muro in una posizione così critica, ero disposto a promettere ancora di più, comincio a giurare, a dar la mia parola, invocando lui stesso a testimone: «Signore, se d’ora innanzi avrò ancora fra mani un’opera profana, o la leggerò, vorrà dire che t’ho rinnegato!». Dopo simile giuramento vengo rimesso in libertà, ritorno sulla terra e, fra lo stupore dei presenti, apro gli occhi così inzuppati di lacrime da convincere anche i più scettici della sincerità del mio dolore. Non è stato, quello, un sogno o una vana fantasia, come può succedere spesso. Ne fa fede il tribunale davanti al quale ero prostrato, mi è testimone quel Giudice così terribile. Voglia il cielo che non mi trovi mai più impigliato in un processo del genere! A lungo ho portato le lividure sulle spalle, e appena sveglio ho sentito il bruciore delle piaghe. Da quel giorno mi sono messo a leggere la Scrittura con un ardore che mai ne avevo messo l’eguale nelle letture pagane>> (Ep. 22,30).

Codex Amiatinus
Copia originale custodita dal 1785 nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze.
E’ il più antico testimone completo della Bibbia in lingua latina (Vulgata di San Girolamo).
Il Codex Amiatinus fu scritto nei monasteri di Wearmouth – Jarrow in Northumbria, all’inizio dell’VIII sec

Non appena poté, Girolamo abbandonò l’idea di andare a Gerusalemme e, invece, si spinse nel deserto ad est di Antiochia dove incontrò altri monaci che gli furono di esempio nell’esercizio della penitenza e della preghiera, anche se a volte gli tornavano alla mente i ricordi della sua giovinezza romana. Visse per quasi due anni in quel deserto in serenità, deciso a perseverare in questa esperienza. In questo periodo iniziò anche lo studio dell’ebraico (cfr. Ep. 125,12), per meglio comprendere la Sacra Scrittura, nonostante vi incontrasse delle difficoltà. Ma lo scisma di Antiochia, che dibatteva su questioni cristologiche, lacerava tutta la Chiesa d’Oriente, portando i monaci a prendere posizione, tanto che a ciascuno venne chiesto quale fosse il proprio Credo. Girolamo dapprima rimase perplesso ma poi, stanco della lotta, scrisse a papa Damaso per sapere con chi doveva schierarsi ma, non ricevendo alcuna risposta, decise di lasciare anche il deserto.  Evagrio  lo ospitò nuovamente e poiché egli si era schierato con il vescovo Paolino d’Antiochia (362 – 388)   contro Melenzio, che fu patriarca di Antiochia dal 360 al 381,  e che per la sua fede nicena fu ripetutamente mandato in esilio, convinse Girolamo a schierarsi con Paolino il quale comprese subito l’importanza di questa adesione e, per rafforzarla, persuase Girolamo a ricevere il presbiterato per l’imposizione delle sue stesse mani nel 379. Girolamo pose come condizione che il vescovo gli lasciasse la possibilità di praticare la vita monastica. Nello stesso tempo proseguendo gli studi sulla Sacra Scrittura, ebbe occasione di ascoltare alcune lezioni di Apollinare di Laodicea  e di visitare i Nazirei di Berea, presso i quali poté vedere il loro esemplare del Vangelo (apocrifo) ebraico. In questo contesto cominciò a comporre i suoi primi saggi mentre prima si era applicato a scrivere con molta cura e con qualche ricercatezza alcune lettere ai suoi amici di Oriente e di Occidente. Tentò anche un piccolo commento al profeta Abdia e forse anche una Altercatio Luciferiani et Orthodoxi, composta nel 378 circa, la quale rappresenta un dialogo tra il vescovo antiariano Lucifero di Cagliari (+ 370) e un ortodosso anonimo. Girolamo era attratto da Costantinopoli, la capitale dell’impero Oriente, che Teodosio il Grande (347-395) aveva reso all’ortodossia nicena e in cui Gregorio di Nazianzo (329 – 390 ca.) esercitava un apostolato fecondo e luminoso. Girolamo vi andò nel 379 circa e divenne assiduo discepolo del vescovo Gregorio, vivendo accanto a lui i giorni tempestosi del concilio di Costantinopoli del 381 (maggio-luglio), convocato da Teodosio, e che fu determinante nello stabilire la questione trinitaria e cristologica. Qui ebbe l’occasione di conoscere Gregorio di Nissa (335 – 395 ca.), fratello di Basilio di Cesarea (330 – 379) e Anfilochio di Iconio (340 ca.– 403). Alla loro scuola Girolamo perfezionò la sua conoscenza della lingua greca e cominciò a stimare il presbitero Origene di Alessandria (185-254), del quale iniziò a tradurre alcune sue omelie sui profeti Geremia, Ezechiele e Isaia. Girolamo, che era interessato anche alla storia ecclesiastica, su richiesta dei suoi amici Vincenzo e Gallicano tradusse e continuò l’aggiornamento fino al suo tempo del Chronicon di Eusebio di Cesarea (265 – 340), che arrivava fino al 303. Egli continuò la cronologia di Eusebio fino all’anno 378 d.C. nell’attesa di poter attuare il progetto, cosa che non fece mai, di scrivere una Historia del suo tempo.

Non sappiamo in quale occasione Girolamo conobbe il vescovo Epifanio di Salamina. Nel 382 Paolino d’Antiochia ed Epifanio di Salamina (310 – 403), desiderosi di recarsi a Roma, lo portarono con loro. Girolamo, arrivato a Roma si sentì riattratto dal fascino della grande città e, nella primavera del 383, lasciò ripartire da soli i due vescovi. Egli aveva anche ottenuto la piena fiducia di papa Damaso, che spesso ricorreva a lui per la corrispondenza ufficiale ed anche per lo studio della Sacra Scrittura, in cui Girolamo era già incontestato maestro.

San Girolamo nel deserto
Andrea Mantegna – 1449-1450
Museu de Arte, San Paolo del Brasile

Durante il suo soggiorno romano, Girolamo si applicò ad un doppio compito, che instancabilmente perseguì: la propagazione della vita monastica, specialmente negli ambienti femminili dell’aristocrazia romana, e lo studio della Sacra Scrittura nel testo originale ebraico. Papa Damaso gli chiese pure di dedicarsi alla revisione del testo latino dei Vangeli: Girolamo stesso collazionò il testo ebraico della Bibbia con quello che gli era stato fornito da alcuni manoscritti che servivano agli Ebrei di Roma. Soprattutto egli aveva organizzato nella casa della nobile Marcella sull’Aventino degli incontri dove insegnava a lei e alle sue figlie a conoscere il testo originale dei Salmi, che esse in tal modo potevano cantare con maggiore comprensione e pietà. Girolamo, alle difficoltà che esse incontravano nella lettura del testo sacro, sempre rispondeva o a voce o per iscritto.

Questo duplice apostolato, soprattutto quello in favore della vita monastica, non tardò a suscitare gelosia ed una viva opposizione a cui Girolamo replicava con risposte sferzanti per la vita rilassata di troppi cristiani, soprattutto per quella dei chierici, dei monaci e delle vergini troppo poco fedeli allo spirito del loro carisma. Ne sono testimone le sue lettere, particolarmente la famosa epistola XXII sulla verginità, scritta tra il 383/384 alla vergine Eustochio, figlia di Paola, una delle sue più illustri e fedeli partecipanti ai suoi incontri, avvertendola così di non lasciarsi lusingare dal mondo e di continuare nel cammino del santo ideale scelto.

Altre lettere di Girolamo, sotto forma di elogi funebri, furono da lui scritte su Bresilla, altra figlia di Paola, e sulla vedova Lea, la cui sorte beata egli opponeva a quella di Pretestato, al quale la vedova aveva tributato dopo la sua morte vani onori nel paganesimo. Queste gli permettevano di rinnovare con le sue critiche e le risposte ai continui attacchi di cui era oggetto. Finché visse papa Damaso la sua amicizia e il suo favore bastavano a difendere Girolamo, tanto che alcuni pensavano che potesse succedergli sul soglio pontificio. Ma, morto Damaso l’11 dicembre 384, fu eletto papa Siricio e, poiché non sembrava che dimostrasse una stima particolare per Girolamo, le inimicizie contro di lui ebbero libero sfogo: gli furono lanciate accuse infamanti alle quali egli rispose sempre vittoriosamente ma che gli avevano suscitato un disgusto tale che nell’agosto 385, sfogando tutto il suo dispiacere in una lettera d’addio ad Asella, Girolamo s’imbarcò per l’Oriente e intraprese un pellegrinaggio dapprima in Terra Santa, silenziosa testimone della vita terrena di Cristo, e poi in Egitto, terra di elezione di molti monaci (cfr. Contro Rufino, 3,22; Ep. 108,6).

Raggiunto a Salamina di Cipro, dove era vescovo Epifanio, da Paola, che insieme alla figlia Eustochio avevano lasciato Roma per la Palestina, Girolamo, attraverso le laure d’Egitto e le città bibliche della Palestina, nel 386 raggiunse Betlemme, dove, per la generosità della nobile Paola, si formarono monasteri femminili ed un monastero maschile che Girolamo stesso dirigerà. Oltre i monasteri maschili e femminili, Girolamo fece costruire anche un ospizio per dare larga ospitalità ai pellegrini che si recavano in Terra Santa, <<sapendo che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare>> (Ep. 108,14).  

Girolamo lascerà Betlemme solo per qualche breve viaggio nella stessa Palestina, come ad es. per consultare a Cesarea l’unico esemplare della  Exapla, che  è un’opera  esegetica del’Antico Testamento compilata prima del 245 da Origene di Alessandria o per sfuggire nella persecuzione pelagiana del 406. Ma se Girolamo aveva lasciato materialmente l’Occidente, tuttavia nessuno era più al corrente di lui di quanto vi accadeva. Numerosi erano i pellegrini che nel loro viaggio verso i Luoghi Santi, facevano una sosta più o meno lunga a Betlemme. Più numerose sono invece le lettere che Girolamo riceveva da tutte le regioni dell’Occidente, spesso accompagnate da offerte in denaro che gli permettevano di far fronte alle notevoli spese necessarie per i suoi lavori e per la sua continua corrispondenza.

La vita di Girolamo in apparenza sembrava monotona, ma nella realtà era abbondantemente colmata dalla preghiera, dal lavoro e dall’esercizio della carità. Gli anni passavano inesorabilmente sempre uguali, distinguendosi solo per la diversità degli oggetti ai quali egli applicava la sua attività, dei nemici della Fede che doveva combattere e dei lutti che successivamente lo colpirono. Girolamo è instancabile nel suo lavoro combattendo e incitando gli altri, in particolare Agostino d’Ippona, a resistere ai nemici di Dio, quando egli stesso non ha più la forza necessaria per lottare ancora. Nel pieno della lotta contro il pelagianesimo, il 30 settembre del 420, il Signore della vita lo porta con se per dargli la ricompensa eterna.

Venerato da tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi, il presbitero Sofronio Eusebio Girolamo nel 1298  è stato proclamato Dottore della Chiesa insieme ad  Ambrogio di Milano, ad Agostino di Ippona e a papa Gregorio Magno, da papa Bonifacio VIII. La sua memoria è celebrata il 30 settembre.

Sepoltura di  san Girolamo a Betlemme, accanto alla Grotta della Natività

San Girolamo volle essere sepolto a Betlemme, accanto alla Grotta della Natività. Nell XII sec. il corpo di san Girolamo fu traslato a Roma e portato nella  Basilica Papale di Santa Maria Maggiore. In seguito il card. Domenico Pinelli, Arciprete della Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore (1587-1611), riesumò l’argentea urna contenente le reliquie di san Girolamo e la  pose  sotto la confessione. Rinvenuta nel 1747, l’urna venne collocata definitivamente all’altare papale.

San Girolamo ci lascia come insegnamento <<l’amore per la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. E’ importante, quindi, che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, deve essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura ed ha un messaggio per ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come una parola del passato, ma come Parola di Dio, che si rivolge anche a noi, e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo una Parola, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la Liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento del Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna>> (Benedetto XVI, Udienza Generale del 7 novembre 2007).

Mi pare giusto concludere questo semplice profilo di san Girolamo con quanto il grande Esegeta di Stridone ha scritto a san Paolino di Nola (355–431): <<Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità, la cui consistenza persisterà anche nel cielo>> (Ep. 53,10).

Diac. Dott. Sebastiano Mangano

già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nell’Università di Catania

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