Incontro con l’attrice catanese Manuela Ventura: “Mi piacciono le pause e cerco il silenzio, amo il lavoro di un gruppo solidale che costruisce un percorso”

L'attrice catanese Manuela Ventura

E’ un noto volto cinematografico e televisivo, carattere espansivo, sorriso comunicativo e che ha scelto a 12 anni la carriera di attrice, debuttando nel ’90 con la compagnia Gruppo Teatro Maria Campagna, tra teatro civile e ricerca nel mondo della lingua siciliana. Parlo dell’attrice catanese Manuela Ventura, diplomata presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, laureata in Lettere moderne, sognatrice ed innamorata di Catania, della vita e del teatro. Fa parte del cast, nel ruolo di Tuccia, la zia del giovane protagonista, del film “Sulla stessa onda”, diretto dal regista Massimiliano Camaiti, dal 25 marzo 2021 su Netflix.

Manuela Ventura

Ha recentemente collaborato con il Teatro Stabile di Catania e con i registi Carullo-Minasi, Enzo Vetrano e Stefano Randisi ed ha fatto parte del progetto “La mia esistenza d’acquario” di P. Rosso di San Secondo, regia Lydia Giordano e delle produzioni “Baccanti”, regia di Laura Sicignano e “Pinocchio” di Franco Scaldati, regia di Livia Gionfrida. Tantissime le sue collaborazioni in teatro con registe e attori quali Chiara Guidi, Luca Ronconi, Marisa Fabbri, Leo De Berardinis, Nikolaj Karpov, Armando Pugliese, Lamberto Puggelli, Mario Ferrero, Andrea Camilleri, Pino Passalacqua, Micha von Hoeche, Lorenzo Salveti ecc.. Per il cinema e la tv ha incontrato Ridley Scott, Michele Soavi, Sergio Castellitto, Luca Ribuoli, Isabella Leoni, Francesco Miccichè, Checco Zalone, Massimiliano Camaiti, Giulio Manfredonia. Tra i tanti riconoscimenti che ha ricevuto ricordiamo il premio Ciak Sicilia.

Per meglio conoscere la sua attività, il suo percorso di donna e di attrice, in un periodo ancora di isolamento da Covid e di forzata sosta, ho voluto porle – attraverso la rete – dei quesiti e le sue istintive e profonde riflessioni, dopo una “virtuale” discussione, ragionando di passione per il palcoscenico, di percorso artistico, di ricordi e di progetti, mi hanno consentito di poter offrire ai lettori di “Cronaca Oggi Quotidiano” un interessante profilo dell’artista catanese.

Come ha cominciato ad avvicinarsi al teatro, alla ricerca e attraverso quale formazione?

“Ho cominciato guardando e ascoltando. Poche parole. Ho cominciato andando da piccola a teatro, luogo che mi sembrava immenso, alto, largo. Ho cominciato mettendomi sullo schienale delle poltrone e stirando il collo per vedere meglio le attrici e gli attori in scena oppure stando sulle ginocchia di mia mamma o tirata in punta di piedi da mio papà per osservare meglio. Tra i banchi di scuola, le recite scolastiche furono una rivelazione per me tanto più perché ero una bambina introversa. Insomma, non era la voglia di esibirmi ma quasi un timido atto di coraggio di oltrepassare una soglia, su un altro piano, usare un altro linguaggio, giocare a “fare finta” con le mie compagne e i miei compagni. Poi ho continuato chiedendo “posso andare a vedere una scuola di teatro?” – ero l’unica in tutta la famiglia ad aver mostrato certi interessi, il che non deponeva a mio favore, ma ho avuto sempre un grande sostegno dai miei genitori- e così mi sono ritrovata a passare i pomeriggi in bottega, dapprima in un laboratorio artigianale dove costruivamo storie manipolando il pongo e la cartapesta e poi frequentando “La bottega di Padre Ubu”, sempre a Catania e sempre tra il mare e la lava. Quello fu, per me, un momento particolare. Inizialmente di disagio perché ero la più piccola in un contesto dove tutti avevano all’incirca 20 anni (io più o meno 14), ancora un po’ impacciata, ma tale era la voglia che, anche in disparte e silenziosa, mi godevo lo “spettacolo” guardando gli altri. Per me era appagante starci anche se qualcosa non la capivo, ho cominciato a conoscere Goldoni oppure Beckett. Man mano mi sembrava sempre più vera quella sensazione di risonanza con quel mondo, sentivo che lì c’era qualcosa da cercare, da scoprire. Magari ero confusa, intimorita, ma felice”.

Maria Campagna

I ricordi e la sua esperienza col Gruppo Teatro Maria Campagna, i suoi inizi, il suo amore per il teatro e per la sua Catania, per la sua terra...

“Intanto vorrei ricordare proprio lei, Maria Campagna, insegnante, drammaturga, attrice, nata a Ramacca e poi trasferitasi a Catania dove lavorò alla fine degli anni Settanta, unendosi al Teatro Gruppo portato avanti dall’attore e regista Nuccio Caudullo, creando una realtà che riuscì a lasciare un’impronta a tutto il teatro catanese, parlando del teatro come un mezzo di crescita sociale e culturale, io non l’ho conosciuta ovviamente,  ma mi è stata raccontata. Ecco per me è stato importante entrare, a soli 16 anni, in quella compagnia teatrale che faceva riferimento a Nuccio Caudullo e Giusy Campione. Sul giornale lessi che facevano dei provini, chiesi a mia mamma di accompagnarmi. Entrai nella stanza e vidi i loro occhi intensi, poi una stretta di mano calorosa, ebbi il coraggio di recitare un pezzo di Giulietta, fui emozionata, mi presero in compagnia. Fu quella la volta che aprì la mia prima posizione Enpals. Fu con loro che scrissi attrice sul mio libretto all’Ufficio di collocamento, anno di registrazione 1990. Facevamo gli “scavalcamontagne”, andavamo in giro con la macchina stracolma di scenografie e costumi portando in giro Verga, Shakespeare, Garcia Lorca. Ci fermavamo lungo la strada a comprare il pane caldo nei paesini, ci cambiavamo in camerini di fortuna, ci scaldavamo sfregandoci in grandi abbracci. Con loro ho anche cominciato a parlare, in scena, la lingua siciliana, dapprima con pudore e poi con grande amore. L’altra cosa indimenticabile, una piccola sala accanto al cinema Ariston. Era la sede della compagnia, atmosfera soffusa, un piccolo palco, sedie apri e chiudi da distribuire a seconda della messa in scena, un pubblico affezionato, la stufa per riscaldare, drappi rossi e muta nera, e poi le serate di poesia, sì quello era anche una sorta di circolo di poeti; insomma, per me rimane un’impronta profonda.  Fu quella la conferma che stavo cercando e scavando in un terreno per me fertile, con la consapevolezza di dover continuare a cercare e studiare. Avere una base, perché non tutto fosse istinto o intuizione o sfogo personale. Per questo il passo successivo è stata l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’amico” di Roma. La mia “spartenza”, il saluto ai compagni di scuola, alla famiglia, agli amici, e il treno notturno in cuccetta a 4 posti per arrivare in continente. Ecco cos’è anche nel mio corpo e nella mia trasformazione, Catania: è la ferrovia prima, la nave a volte, l’aereo dopo, è partire e ritornare, è lontananza di quasi 18 anni, è nuove case, è averla persa e un po’ ritrovata, è una lingua e la sua musica, è l’amarezza e il calore, è desiderio di sentirla libera di essere se stessa senza dover imitare modelli che non le si addicono, è riscoprire le sue doti nascoste, è la sua luce e la sua pietra grigia, è il bisogno di allargare i confini e conoscere oltre il mare, spostare l’orizzonte. Catania, il sud, questo Sud, merita di più. Questo sud ha bisogno di tanto, certo, interventi strutturali, investimenti, certo, ma c’è un passo da affrontare prima, la disaffezione. Questo Sud ha bisogno di essere amato, penso ad una questione più interna, intima, che ci faccia rivalutare l’unicità, il “tempo” più lento magari ma, se compreso, la sua qualità desiderabile, il suo essere luogo rigoglioso e misterioso, il suo essere senza confini netti, le aperture e la sua accoglienza, potrebbe essere modello per nuove dinamiche, potrebbe essere esempio per nuove visioni, per riscoprire valori profondi di umanità”.

Una donna in “Gente di fine secolo” di G. Mazzone – Sala De Curtis – Compagnia Magma – 2002

Cosa prova davanti al pubblico e cosa vuole oggi, secondo lei, lo spettatore dall’attore in scena?

“È difficile rispondere perché è sempre diverso. Non so se la sensazione iniziale sia quella di “sentirsi” davanti ad un pubblico, forse c’è all’inizio il sentirsi in una sorta di vuoto, poi si comincia a respirare un po’ alla volta. Ascoltare. Essere sensibile a ciò che accade. Bisogna certo avere grande consapevolezza di sé stessi in scena, ma quella è una parte di un tutto che si completa con il pubblico, che a sua volta ha una propria qualità e consapevolezza, che è fatto di tante singole persone, che ha un proprio modo di sentire e respirare. Alcune volte arriva la paura, altre volte lo stupore. Mi piace il lavoro di compagnia, essere dentro un gruppo solidale e che ha costruito insieme un percorso. Cosa vuole oggi il pubblico non lo so, è un momento complesso, spero che il pubblico più che volere, desideri e partecipi. Le persone che andranno a teatro spero che vadano per condividere”.

In scena con Francesco Natoli (Foto Antonio Parrinello)

Nuova drammaturgia, teatro, cinema e tv: quale di questi preferisce?

“Scegliere, in generale, non è il mio forte. Preferenze non ne ho in questo senso, se fosse “cosa preferisci tra verde e azzurro” direi forse celeste, in questo caso sono declinazioni di linguaggi affini e tutte le preferisco e tutte le vorrei alternare e continuare a imparare”.

Cosa consiglierebbe ai giovani che si vogliono accostare al mondo del teatro?

“Intuire una vocazione, una passione, secondo me è una cosa commovente. Lo dico sempre a chi manifesta il desiderio di avvicinarsi a questo mondo. È un germoglio che nasce in uno spirito giovane ed è bello poter immaginare che arrivino nuovi frutti. Bisogna farsi tante domande, perché è un percorso che ha a che fare col dubbio, col mistero, con la precarietà, occorre avere costanza, corpo disponibile, anima sensibile, mente aperta, ma anche pensare che non c’è una strada, anzi è bene percorrere strettoie, vie senza uscita, stare in mezzo al traffico e poi isolarsi, conoscere il più possibile, stare nelle cose, stare tra le donne e gli uomini, dedicarsi anche ad altro, studiare, andare in fondo, avere una base che poi va personalizzata, dedicarsi alla propria visione, credere nella propria originale creatività, farsi autori. Non è facile dire faccio l’attore, perché alcuni non ti credono, non sanno cosa vuoi dire, perché a volte non lo fai, cioè lo fai ma non lo si vede e allora gli altri pensano che tu non lo faccia. Non è detto che si riesca a farlo, non è una posizione che si conquista una volta per tutte. Essere disponibili alla vita è importante. Avere la valigia sotto il letto pure. Cercare esempi e confronti e maestre e maestri anche. Avere un piano B/Z”.

In “Marionette che passione” – Compagnia Carullo-Minasi (Foto Dino Stornello)

Quanto conta la bravura, il merito, la professionalità, soprattutto per le donne, nel settore dello spettacolo?

“Contano certo, eccome. E hanno molta importanza. Tante attrici e attori di talento, bravi, impegnati, che creano, progettano, vanno avanti. Dietro un lavoro del genere c’è davvero abnegazione e sacrificio e studio. Che poi il “sistema” li riconosca o meno, beh il problema è capire se il “sistema” è altrettanto accurato e capace. Sulle donne. Sempre più cresce la sensibilità, la consapevolezza, tante le associazioni di categoria che sono nate e hanno deciso di denunciare e difendere. Le donne fanno ancora fatica, lottano per i ruoli che sono a volte pochi o poco interessanti, lottando per le paghe, lottano per abusi e discriminazioni, lottano più degli uomini. Questo è un fatto. Ed è trasversale a tutti i settori”.

Come vede il futuro del dialetto siciliano e il continuo nascere di Scuole di teatro? Esistono ancora i veri maestri oggi nelle Scuole di teatro?

“In alcune regioni il dialetto non è mai scomparso, in altre, dicono, che sia a rischio di estinzione. Il dialetto catanese, la lingua siciliana esistono e resistono. Alcuni vocaboli sono entrati, a volte un po’ storpiati, a volte un po’ folclorici, nel parlato dell’intera penisola, complice anche l’utilizzo nel linguaggio televisivo. Leggevo in un articolo tempo fa che anche tra le/i giovani il dialetto è considerato una lingua autonoma e l’uso del dialetto non viene più percepito negativamente, infatti si definivano dialettofoni, sebbene in maggioranza preferiscano l’italiano. Il dialetto considerato anche come mezzo di identificazione sociale e espressione della cultura popolare, una modalità divertente di parlare, così dicevano. Se ne fa un uso più disinvolto. Ma dovrebbe diventare ancora più consapevole la conoscenza del dialetto. Ad esempio, quando mi sono occupata di corsi di formazione per attrici e attori, nel piano di studi avevo voluto inserire proprio lo studio della lingua siciliana. Abbiamo la fortuna di avere uno strumento linguistico caratteristico che merita di essere preservato anche nella sua forma scritta. Molti sono gli autori che scelgono come forma espressiva il dialetto. La ricerca del dialetto, come lingua primigenia, incontaminata ed evocativa, da salvaguardare. Io il dialetto l’ho cominciato a sentire in famiglia, anche se lo si parlava poco. Sono un’ascoltatrice appassionata di lingua siciliana. L’ho ritrovato in teatro, sia all’inizio delle mie esperienze che successivamente, andando a sentire l’opera dei pupi, oppure lavorando a Catania alla Sala Harpago con il Gatto Blu o con la compagnia di Gilberto Idonea, leggendo gli autori siciliani, cantando e imparando i testi di canzoni, ad esempio tempo fa ai provini ho portato un testo di una canzone di Cesare Basile oppure Rosa Balistreri. Mi sono avvicinata al mondo e alla lingua di Franco Scaldati insieme alla regista Livia Gionfrida. Ultimamente bellissima per me è stata l’esperienza con Enzo Vetrano e Stefano Randisi, registi dello spettacolo “Lu cori nun ‘nvecchia”, con i testi di Martoglio.

Le scuole di teatro? E perché non anche il teatro nelle scuole? Comunque, che ben vengano se a ciò corrisponde il senso di una pratica collettiva e di un riconoscimento dell’arte teatrale come valore da insegnare e praticare, come la musica. Luoghi di gioco, allenamento creativo, scoperta di sé e degli altri, tecniche e improvvisazioni, spazi dove coltivare umanità e sensibilità, dove aprire lo sguardo. Che poi da questo si passi alla formazione professionale lo si capisce nel tempo, nella resistenza, nella capacità di nutrire la passione con lo studio costante. Formarsi andando a cercare le maestre e i maestri che ancora ci sono, gli esempi che sono anche tra le giovani generazioni, che stanno solcando nuovi tragitti e sperimentano commistioni, producendo nuova drammaturgia e nuove pratiche della scena.”

VIII Catania Film Fest.it

Un aneddoto, una persona, uno spettacolo che le è rimasto impresso nella mente e che ha condizionato la sua vita.

“Rimango nell’ambito teatrale, ho avuto la fortuna di conoscere Leo De Berardinis, ho trascorso qualche giorno a Bologna, seguendolo a teatro e guardandolo lavorare con la sua compagnia. Gli recitai un pezzo de “U cummattimentu di Orlandu e Rinardu” di Martoglio e fu un modo per parlare di teatro, di evento poetico, epico, irriverente, fatto di ritmo, di musicalità, di accadimento, di stupore, di irripetibilità. Quel teatro, quel mondo, mi hanno incantato per sempre”.

Cosa pensa della crisi della cultura in Italia, in Sicilia e quali dovrebbero essere – soprattutto dopo il blocco del settore spettacolo per il Covid – gli interventi per rilanciare l’intero comparto e per dare nuova linfa ai teatranti?

“È tutto correlato, dalla scuola alla disoccupazione, dal comparto pubblico agli interessi privati, dagli orari di lavoro alla produttività, dagli sprechi agli abusi. La cultura non è una categoria a parte, è nell’insieme, è durante, non è un evento, non è dentro un libro. È una visione complessiva e collettiva. Dovrebbe essere un modo dello stare insieme e del guardare il mondo. Lo spettacolo dal vivo, l’arte, in Italia avrebbero bisogno appunto di essere considerati parte dell’insieme, del quotidiano, dovrebbero essere maggiormente frequentati e resi visibili, una bottega d’arte in ogni quartiere, bisognerebbe riconoscerlo, il nostro, come un lavoro, con le sue specificità ed esigenze, ha bisogno di riforme profonde che diano voce e valore alle lavoratrici e lavoratori, alle realtà indipendenti, riconoscimento alla formazione, ristabilire regole contrattuali, minimi salariali, avrebbe bisogno di un maggiore inserimento nel tessuto sociale, e proprio il tessuto sociale ha bisogno di attenzione, di spazi di partecipazione, di solidarietà, di nuove visioni. Bisognerebbe pensare all’arte come momento di vita, di tempo sospeso, di dubbio doloroso, di gioia arcana, come spazio rischioso e di libertà.  Bisognerebbe altresì contrastare qualunquismo, indifferenza, individualismi, fugaci consensi, abuso di potere, propagandisti”.

Il lockdown di Manuela Ventura. Come lo ha vissuto e come vive ancora questo lungo periodo di pandemia? Come vede il futuro del settore dello spettacolo?

“Ancora ci siamo dentro, il mondo è dentro un cambiamento incredibile, spiazzante. Eppure, la frase è “tornare alla normalità”. Quale? Da quale punto ripartirebbe questa normalità? Non so. Cercarne una nuova, forse. Per cui che dire, io e tutti, ci siamo trovati e ci troviamo ad affrontare difficoltà e incertezze. Quanta lontananza. I conti che non tornano. I sacrifici. Alcune cose mi hanno sorpreso, cose inventate, sperimentate, tante telefonate, le criticità del lavoro, confronto con colleghe e colleghi. E poi la famiglia, guardare i figli e la loro crescita in questo periodo. Pensare ai miei genitori. Stare con loro. Pensare a mio fratello, cognata e nipotine che vivono lontano. Alcune notti insonni. Alcune giornate inquiete. Lo scambio di ricette con gli amici. Il lavoro che per fortuna in alcuni momenti c’è stato. Le collaborazioni con il Teatro Stabile di Catania, il teatro di Noto, il Teatro Massimo Bellini di Catania, il Centro Sperimentale di cinematografia, gli incontri di Rec: All I need is love progetto per la comunità, Diventare Poesia con Salvo Piro, una docufiction e un film in uscita. Il lavoro che non c’è più stato. I tamponi, Zoom, i selfe-tape. Il calendario che scorre. Le zone rosse. I conti in rosso. Aria da respirare. Saluti a distanza. Le autocertificazioni. Le notizie dolorose. I Dpcm. Le attese. Guardare le serietv. La DAD, ce l’hai il computer? Uno. E l’altro? L’Isee? La voglia di viaggiare, i confini chiusi. Il Natale così e il Capodanno così. E Pasqua? Sul futuro del Teatro invece userei parole di qualche tempo fa, dette proprio da Leo de Berardinis, che hanno una risonanza: “Il Teatro è veramente lo specchio profondo del Tempo, dove l’uomo riflette sé stesso…  Aprire un teatro oggi, significa, o dovrebbe significare, rifondarlo: cosa appunto delicatissima. Rifondare un Teatro è come rifondare una società democratica, basata sull’essere e non sull’apparenza, sulla giustizia e non sulla rapina, sulla lealtà dei propositi e non sulla mistificazione, sull’uso corretto ed egualitario dei mezzi e non sullo squilibrio… E allora bisogna ricominciare con semplicità e realismo, piccoli passi, ma determinati..”.

Ancora Manuela (Ph. Dino Stornello)

Chi è Manuela Ventura nella vita di tutti i giorni? Passatempi, libri preferiti, animali, film ecc….

“Amo camminare, a lungo, allontanarmi. Provo a perdere la strada, arrivo dove non so cosa c’è. Corro con la mia bicicletta un po’ sbilenca. Mi piace stare all’aria aperta, senza orario, calpestare foglie nei boschi, cercare sentieri. Mi piacciono gli animali, vado a cavallo, è bellissimo fare grandi carezze ai cavalli. Incastro libri, letture che si richiamano tra loro. Spargo fogli di appunti, scrivo, realizzo video con materiale di scarto, continuo a fare laboratori online. Vedo le prime luci del mattino, do il bacio della buona notte ai miei figli. Cucino così così. Cerco spunti. Non abbandono. Mi fido. Ci credo. Aspetto. Telefono. Cerco. Spesso non trovo. Mi manca tanto ma di tanto sono piena. Sono incerta, insisto troppo, mi piace il poco ma penso “..e se poi non basta?”. Mi distraggo, a volte. Rido e piango, questo non lo nascondo. A volte mi sento fuori luogo, questo lo nascondo. Mi piacciono le pause. Cerco il silenzio”.

Cos’è per Manuela il teatro, la vita, l’amicizia e l’amore?

“Non ce la faccio a sintetizzare su tutto, mi perderei. Direi che fondamento dell’arte scenica è quello di essere in mezzo agli uomini e alle donne, alimentarsi di vita per trasformare, aprire porte su una vita altra da rivendicare o desiderare poi nel quotidiano. L’amore e l’amicizia sono intimità e nutrimenti che trasformano corpo, cuore, anima”.

Manuela Ventura nel fim “Sulla stessa onda”

Ci parli del film “Sulla stessa onda”, diretto da Massimiliano Camaiti e del suo ruolo…

“Sulla stessa onda” è l’opera prima di Massimiliano Camaiti, su Netflix dal 25 marzo 2021. Da una parte un film sulla forza dell’amore adolescenziale e, dall’altra, un’opera sul destino e la malattia. Protagonisti due giovanissimi attori, Elvira Camarrone che interpreta Sara, una ragazza affetta dalla distrofia muscolare, che, durante un corso di vela, s’innamora di Lorenzo, interpretato da Christian Roberto. La spensieratezza di quell’amore estivo si scontrerà però con un risvolto poco lieto perché la malattia avanza e grava sul loro destino. Dentro questo film c’è una grande forza, un tempo del racconto disteso e delicato ma senza cedere su pietismi, piuttosto puntando sulla voglia di vivere attimo per attimo ciò che si presenta, come ha dichiarato il regista. Interpreto il ruolo di Tuccia, zia del giovane protagonista. Una donna dal carattere vivace diciamo, che prova un grande affetto nei confronti del nipote ed ha un rapporto conflittuale col fratello. Ricordo con particolare gioia questo lavoro, sin dal primo provino, e poi il rapporto sul set con il regista, mi ha guidato con profondità, sensibilità. Mi ricordo una scena un po’ delicato con Christian, ascoltava la musica nelle cuffiette per trovare la concentrazione e l’emozione che serviva e che lo ha reso dolcissimo, per me commovente. E poi nel film ci sono attrici e attori bravissimi, luoghi di incanto e una bellissima colonna sonora. Da non perdere”.

Manuela Ventura (Ph. Maria Vernetti)

I suoi prossimi impegni e i sogni che vorrebbe realizzare…

“Porto avanti alcuni progetti che si definiranno nel tempo, ultimamente mi sono capitati degli incontri che hanno creato interessanti rapporti e collaborazioni. Noi lavoratrici/tori dello spettacolo dal vivo, siamo sempre alla ricerca sia per spinta creativa, per pratica quotidiana, per elaborazione di progetti, ma anche per necessità lavorative, vogliamo dire economiche, e oggi, più che mai, di sopravvivenza, nel vero senso della parola. Spero di ritornare a teatro e di ultimare le riprese di una serie tv prodotta da Rai fiction e Banijay Italia.

Visioni ad occhi aperti, un laboratorio dedicato ad una catanese doc e mettere insieme alcuni pezzi, alcune amiche e amici, alcune artiste/i, alcune voci, fare un viaggio sonoro, poesia natura segni sogni”. Buon lavoro e buona vita Manuela. A risentirci presto.

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Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, ha collaborato per oltre venticinque anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggiquotidiano.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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