Passione e Risurrezione di Cristo nei Vangeli Canonici e letteratura Apocrifa

Monastero della Risurrezione "Anastasis" - San Marco - Monache Cistercensi - Montegalda, prov. di Vicenza

Nel giorno della festa degli Azzimi, Gesù, <<quando fu l’ora, prese posto a tavola con gli apostoli>>.

Alla fine della cena pasquale uscì e se ne andò al monte degli Ulivi per pregare (Lc 22,39).

L’evangelista Luca, che è molto attento al tema della preghiera, costruisce così la scena della preghiera di Gesù nel Getsemani: <<Gesù, uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: <<Pregate, per non entrare in tentazione>>. Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e inginocchiatisi, pregava: <<Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà>>. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi alzatosi dalla preghiera, andò ai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: <<Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione>> (Lc 22,39-46; cfr. Mt 26,30.36-46; Mc 14,26.32-42).

All’agonia di Gesù nel Getsemani, raccontata dai Vangeli canonici, gli scritti apocrifi aggiungono solo due sobri particolari: il Vangelo degli Ebrei, secondo la trascrizione della Historia passionis del XIV/XV sec., pretende di riferire le parole che l’angelo avrebbe rivolto a Gesù mentre pativa l’agonia: <<Sii costante, Signore, ora, infatti, è il momento nel quale per mezzo delle tue sofferenze il genere umano, che in Adamo era stato venduto, sarà riscattato>>.           

Invece, un papiro copto di Strasburgo, probabilmente del IV sec., riporta un colloquio che si sarebbe svolto tra Gesù e gli apostoli dove sarebbe Gesù stesso a consolarli: <<Allorché Gesù ebbe terminata tutta la lode del Padre suo, si voltò verso di noi e ci disse: E’ vicina l’ora in cui sarò tolto da voi… Ma noi apostoli piangevamo mentre egli ci parlava… Egli rispose e disse: Non abbiate timore per l’annientamento del corpo, bensì abbiate piuttosto timore… davanti al potere delle tenebre. Ricordatevi tutto quello che vi ho detto: Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi… Voi ora rallegratevi che io abbia vinto il mondo>>. Nel frammento Gesù ringrazia il Padre proprio mentre gli apostoli erano <<addormentati per la tristezza>> (Lc 22,45) invece, l’autore del testo apocrifo sottolinea che la tristezza aveva portato gli apostoli al pianto.

Il Vangelo di Pietro e quello di Nicodemo si diffondono molto nel raccontare il giudizio a  cui è stato sottoposto Gesù davanti al tribunale civile, però nessuno dei due parla direttamente del giudizio avuto nel tribunale di Caifa e di Anna. Solo l’evangelista Giovanni racconta la tappa del processo giudaico presso il sommo sacerdote Anna (diminutivo forse di Anania): <<Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno. Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: <<E’ meglio che un uomo solo muoia per il popolo>>. Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: <<Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?>>. Egli rispose: <<Non lo sono>>. Intanto i servi e le guardie avevano acceso il fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: <<Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto>>. Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: <<Così rispondi al sommo sacerdote?>>. Gli rispose Gesù: <<Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?>>. Allora Anna lo mandò a Caifa, sommo sacerdote. Intanto Simon Pietro stava la a scaldarsi. Gli dissero: non sei anche tu dei suoi discepoli?>>. Egli negò e disse: <<Non lo sono>>. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: <<Non ti ho forse visto con lui nel giardino?>>. Pietro negò di nuovo e subito il gallo cantò>> (Gv 18,12-27; cfr. Mt 26,57-75; Mc 14,53-72; Lc 22,54-71).

Pilato si lava le mani S. Apollinare Nuovo – Mosaico del V sec. – Ravenna

Il processo a Gesù, celebrato dinanzi a Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea dal 26 al 36 d.C., è particolarmente sviluppato nel Vangelo canonico di Giovanni.

Il pretorio, che si trovava nella Fortezza Antonia, fatta costruire da Erode il Grande accanto all’angolo nord-occidentale del tempio, fu il luogo in cui venne discussa la regalità di Gesù che egli svela come divina e salvatrice e non, come alcuni suoi contemporanei speravano, politica e terrena: <<Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.

Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: <<Che accusa portate contro quest’uomo?>>. Gli risposero: <<Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato>>. Allora Pilato disse loro: <<Prendetevelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!>>. Gli risposero i Giudei: <<A noi non è consentito mettere a morte nessuno>>. Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio fece chiamare Gesù e gli disse: <<Tu sei il re dei Giudei>>. Gesù rispose: <<Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?>>. Pilato rispose: <<Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?>>. rispose Gesù: <<Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù>>. Allora Pilato gli disse: <<Dunque tu sei re?>>. Rispose Gesù: <<Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo; per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è la verità ascolta la mia voce. Gli dice Pilato <<Che cos’è la verità?>>. E detto questo uscì di nuovo verso i giudei e disse loro: <<Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque he io vi liberi il re dei Giudei? Allora essi gridarono di nuovo: <<Non costui, ma Barabba!>>. Barabba era un brigante (Gv 18,28-40; cfr. Mt 27,2.11-38; Mc 15,1-27; Lc 23,1-7.11-38). <<Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: <<Salve, re dei Giudei!>>. E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: <<Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che in lui non trovo nessuna colpa>>. Allora Gesù uscì, portando la corona i spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: <<Ecco l’uomo!>>. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: <<Crocifiggilo!>>. Disse loro Pilato: <<Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa>>. Gli risposero i Giudei: <<Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio>>. All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: <<Di dove sei?>>. Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: <<Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?>>. Rispose Gesù: <<Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande>>. Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: <<Se liberi costui non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare>>. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litostroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: <<Ecco il vostro re!>>. Ma quelli gridarono: <<Via, via, crocifiggilo!>>. Disse loro Pilato: <<Metterò in croce il vostro re?>>. Risposero i sommi sacerdoti: <<Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare>>. Allora lo consegnò loro perché lo crocifiggessero>> (Gv 19,1-16; Mt 27,26-31; Mc15,15-20; Lc 23,1-25). Il Vangelo di Nicodemo inizia il processo davanti a Pilato, con la presenza di 10 sommi sacerdoti ed altri capi che: <<si recarono da Pilato per accusare Gesù di molte azioni malvagie, dicendo: <<Sappiamo che costui è figlio del falegname Giuseppe e che è nato da Maria. Eppure asserisce di essere Figlio di Dio e re! Inoltre profana il Sabato e cerca così di abolire la legge dei padri nostri>>.Di fronte all’azione di Gesù contro la legge, i sacerdoti spiegarono a Pilato che: <<costui ha guarito di Sabato con arti malvagie zoppi, gobbi, aridi, ciechi, paralitici, sordi e indemoniati. Pilato allora chiese a loro: << In che modo operava con male arti se faceva del bene? Per tutta risposta essi rispondono: E’ un mago e con l’aiuto di Beerzebul, capo dei demoni, scaccia i demoni e perciò tutti gli sono sottomessi>>. Però Pilato li rimbrotta dicendo loro che i demoni non si scacciano <<con l’aiuto di un altro spirito immondo, ma con quello del dio Asclepio (Esculapio)>> (Vang. Nic. I,1). I sacerdoti, che portavano un’altra falsa accusa, dicevano che Gesù era <<nato da fornicazione e che la sua nascita a Betlem fu causa di un massacro di bambini>> e che Giuseppe e Maria fuggirono in Egitto perché non potevano presentarsi al popolo per il male che gli avevano causato (cfr. Vang. Nic., II,3). Per controbattere tali accuse contro Gesù si presentarono a Pilato <<alcuni timorati tra i Giudei presenti>> i quali, contestando l’accusa affermarono che Giuseppe e Maria erano sposi e che essi stessi erano stati presenti alle nozze. Anna e Caifa allora protestarono dicendo che i testimoni erano <<proseliti e discepoli di lui, ossia ebrei, ma quelli che avevano contestato la nascita di Gesù da fornicazione – cioè Lazzaro, Asterio, Antonio, Giacomo, Amnes, Zeras, Samuele, Isacco, Finees, Crispo, Agrippa e Guida – replicarono: <<Noi non siamo nati proseliti, ma siamo figli di Giudei e diciamo il vero, perché eravamo presenti allo sposalizio di Giuseppe e Maria>> (Vang. Nic. II,4). All’altra accusa lanciata contro Gesù, che la sua nascita a Betlemme aveva causato la “strage degli innocenti,e la fuga di  Maria e Giuseppe in Egitto e che l’accusato non era un malfattore ma una persona che aveva fatto solo  del bene, <<si presentano vari testimoni tra cui Nicodemo, dottore della legge, che viene maltrattato dai suoi stessi colleghi i quali insistono nell’affermare che <<Gesù è un mago che si proclama figlio di Dio e re>> (Vang. Nic. II,5). La sfilata dei testimoni continua con un paralitico, un cieco, un gobbo, un lebbroso, tutti guariti da Gesù, e finalmente una donna di nome Berenice, già emorroissa, anch’essa guarita all’istante. Per quest’ultima gli ebrei obiettarono che sia il diritto ebraico che il romano non concedevano alla donna nessun ius testimonii>> (Vang. Nic. VII). A questi testimoni si unì <<una folla di uomini e donne che gridavano dicendo: Quest’uomo è un profeta e i demoni gli si sottomettono>>. Allora Pilato, che aveva saputo dei prodigi compiuti da Gesù e della risurrezione di Lazzaro, ebbe paura e <<disse a tutta la folla di Giudei: <<perché volete versare sangue innocente?>> (Vang. Nic. VIII). Durante il giudizio accadde un fatto insolito: all’apparire del condannato i vessilliferi delle insegne imperiali <<si piegarono e adorarono Gesù>>. I Giudei, vedendo come si erano chinate le insegne, credettero ad un inganno e protestarono, ottenendo da Pilato che i vessilli fossero tenuti da dodici uomini vigorosi e forti scelti dagli stessi anziani dei giudei; ma ad un nuovo rientro di Gesù nel pretorio i vessilli si piegarono nuovamente nonostante gli sforzi di coloro che li tenevano>> (Vang. Nic. I,5-6). L’autore del Vangelo di Nicodemo, in questi brani che non trovano riscontro alcuno nella Passio dei Vangeli canonici, vuole dimostrare che Gesù rappresenta un potere superiore a quello di Cesare. Ora Pilato, che era insicuro e confuso, chiese a Nicodemo e agli altri 12 testimoni quale potrebbe essere la decisione più saggia per non sollevare un tumulto tra il popolo, ma questi non si pronunziano: <<Allora Pilato, volgendosi … a tutto il popolo dei Giudei disse: <<Voi sapete che la festa degli azzimi abbiamo la consuetudine di lasciarvi libero un prigioniero. Io ho in carcere un prigioniero condannato per assassinio, di nome Barabba, ed ho questo Gesù, che vi sta di fronte, nel quale non trovo alcuna colpa. Chi volete che vi lasci libero?>>. Quelli gridarono: <<Barabba>>. Pilato dice loro: <<Che farò dunque di Gesù, detto il Cristo?>>. Gli dicono i Giudei: <<Sia crocifisso!>>. E alcuni tra i Giudei gli fanno notare: <<Non sei amico di Cesare se lasci libero costui. Egli si è chiamato figlio di Dio e re. Tu dunque preferisci costui come re e non Cesare!>> (Vang. Nic. IX,1; Questo brano trova riscontro in Mt 27,4; in Mc 15,6ss; in Gv 18,38ss; 19,12). Per l’atteggiamento assunto dai Giudei, Pilato montò in collera e li rimproverò dicendo che la <<gente è sempre in tumulto e ribelle… ai benefattori, ma i giudei replicarono chiedendo a quali benefattori egli si riferisse; allora Pilato pronuncia un richiamo, ricordando loro tutti i favori divini ricevuti, dalla liberazione alla schiavitù d’Egitto, all’acqua sgorgata dalla roccia, alla legge donata a Mosé. Pilato rivolgendosi agli ebrei così continua: <<in cambio voi …avete voluto un vitello fuso e così avete irritato il vostro Dio il quale fu nel punto di annientarvi. Mosè però supplicò per voi e non foste uccisi. E ora mi accusate di odiare l’imperatore!>> (Vang. Nic. IX,2).

Cristo davanti a Pilato Jacopo Tintoretto – 1566/1567 – Sala dell’Albergo della Scuola Grande di San Rocco – Venezia

Questo brano richiama in parte le parole pronunciate dal diacono Stefano davanti al sinedrio (cfr. At 25,13), ma messe in bocca al governatore romano sono certamente fuori posto. I sobillatori ebrei a questo punto gridarono a Pilato di riconoscere Cesare come unico re  e non Gesù; essi fanno anche riferimento ai doni regali che i Magi portarono a Gesù, alla strage degl’innocenti e alla conseguente fuga in Egitto  (cfr. Vang. Nic. IX,3). <<Pilato, sempre più insicuro, sentendo le argomentazioni degli ebrei, ebbe paura, … quindi fece tacere la folla che urlava e disse loro: <<Costui dunque è quello già ricercato da Erode?>>. Si, gli dicono i giudei. Allora Pilato presa dell’acqua si lavò le mani di fronte al sole, esclamando: <<Sono innocente del sangue di questo giusto; vedetevela voi!>>. Ma i giudei gridarono di nuovo: <<Il suo sangue cada su di noi e sui nostri figli!>> (Vang. Nic. IX,4). L’episodio trova riscontro in Mt 27,19-26  e  Matteo è l’unico a segnalare, nella cornice del processo romano di Gesù presso il procuratore Ponzio Pilato l’episodio e la reazione della moglie di quest’ultimo (Mt 26,18). Dagli Atti apocrifi di Pilato, redatti nel 160 ca., sappiamo che la moglie di Pilato si chiamava Claudia Procula. Nicodemo, al cap. 2,1 del suo Vangelo, scrive che il gesto molto ebraico del procuratore che si lavò le mani, è stato un atto di dissociazione dalla decisione del tribunale popolare. L’evangelista Matteo mette in evidenza l’atteggiamento più favorevole dei pagani nello spirito delle vicende vissute dalla comunità cristiana perseguitata dai Giudei. Pilato è certo dell’innocenza di Gesù, ma poiché i capi del popolo insistono per ucciderlo, perché accecati dalla gelosia, tergiversa e, alla fine lo condanna a morte insieme a due ladri Disma e Gesta (cfr. Vang. Nic. IX,5). In questo brano apocrifo ricorre per la prima volta nella tradizione cristiana il nome dei malfattori che furono crocifissi con Gesù. Alcune versioni latine, copte ed armene precisano che Disma fu crocifisso alla destra di Cristo, per indicare il buono, e Gesta alla sinistra. Un confronto tra questi particolari e quelli contenuti nei Vangeli canonici, ci fa vedere che il processo venne fatto con maggiori accuse e poche difese Pilato aveva capito che non era tutto il popolo a volere la morte di Gesù, ma solo i capi, poiché egli, durante il dibattimento, volgendo <<lo sguardo intorno sul popolo circostante aveva visto che molti ebrei piangevano>> (Vang. Nic. IV,5). A far giungere Pilato alla convinzione che solo poche persone volevano la morte di Gesù, contribuì anche un cursore che l’autore dell’apocrifo introduce nel racconto. Egli aveva disteso il suo fazzoletto per terra perché vi passasse sopra Gesù e alla domanda dell’azione insolita egli rispose a Pilato: <<Signor governatore, quando tu mi mandasti a Gerusalemme da Alessandro, ho visto Gesù seduto su un asino, mentre i bambini degli ebrei tenevano in mano rami e gridavano e altri stendevano al suolo i loro vestiti e dicevano: <<Salve dunque, tu che abiti nei luoghi altissimi! Benedetto chi viene nel nome del Signore!>> (Vang. Nic. I,2). All’altra domanda che gli fu rivolta, cioè come aveva fatto a capire le parole dal momento che i ragazzi parlavano solamente ebraico e lui non lo conosceva, il cursore rispose che aveva chiesto spiegazioni. Dall’impressione avuta di questo atto di omaggio verso Gesù, il cursore  pensò di farlo anche lui (cfr. Vang. Nic. I,4). Contrariamente alle notizie tramandateci dai Vangeli canonici, per l’autore del Vangelo di Pietro, non sarebbe stato Pilato a condannare Gesù ma Erode Antipa, tant’è vero che mentre Pilato si era lavato le mani come atto di discolpa e di dissociazione, Erode non lo fece: <<Nessuno dei giudei si lavò le mani: nè Erode, nè alcuno dei suoi giudici. E non avendo voluto lavarsi, Pilato si alzò. Allora il re Erode comanda di condurre via il Signore con quest’ordine: <<Tutto ciò che vi ho ingiunto fargli fatelo>> (Vang. Pietro I,1-2). Quindi Erode condannò Gesù alla crocifissione e <<lo consegnò al popolo il giorno prima degli azzimi, la loro festa>> (Vang. Pietro I,3). Secondo questo Vangelo, Pilato rinunziò a favore di Erode per la condanna e a disporre del corpo di Gesù dopo la crocifissione. L’autore così scrive: <<Si trovava là Giuseppe, l’amico di Pilato e del Signore. Sapendo che l’avrebbero crocifisso, si recò da Pilato e chiese il corpo del Signore per la sepoltura. Pilato dal canto suo mandò a chiedere ad Erode il suo corpo, Erode rispose: <<Fratello Pilato, anche se nessuno l’avesse domandato, l’avremmo sepolto ugualmente, poiché il Sabato sta pure per spuntare. Sta scritto nella legge: Il sole non deve tramontare sul giustiziato>> (Vang. Pietro II,3-5).   L’Epistola degli Apostoli, scritta in greco antico tra il 130 e il 170, e pervenutaci in copto ed etiopico, nel giudizio a cui fu sottoposto Gesù associa Archealo a Pilato anche se la cronologia tradizionale non si accorda bene a questo dato: <<Questi, di cui testimoniamo che è il Signore, è lo stesso che fu crocifisso da Ponzio Pilato e da Archelao, fra un paio di ladri e fu sepolto in un luogo detto “Cranio” >> (Ep. degli Apost. 9). L’autore di questo scritto identifica il luogo della crocifissione con quello della sepoltura, cioè l’orto vicino.

Crocifissione e Resurrezione Vangeli di Rabbula, Siria, VI sec. – f. 13r.

I  Vangeli  di Pietro e di Nicodemo descrivono ampiamente la crocifissione e la morte di Gesù. Il Vangelo di Pietro racconta che: <<…presero due malfattori e crocifissero il Signore in mezzo a loro. Ma lui taceva, come se non sentisse dolore (interpretazione doceta). Drizzata la croce, vi scrissero in cima: <<Questi è il re d’Israele>>. Deposero le vesti dinanzi a lui, se le divisero e li misero a sorte. Ed uno di quei malfattori li riprese dicendo: <<Noi siamo incorsi in queste sofferenze a causa del male commesso; ma lui, che è divenuto il Salvatore degli uomini, che vi ha fatto di male?>>. Quelli adirati contro di lui ordinarono che non gli fossero rotte le gambe e così morisse tra i tormenti. Era mezzogiorno, quando l’oscurità s’impossessò di tutta la Giudea (i sinottici usano l’espressione: tutta la terra). Furono presi da agitazione e da timore che il sole fosse già tramontato, mentre lui viveva ancora. Per loro vale difatti la Scrittura: Il sole non deve tramontare su un giustiziato (Dt 21,22-29). Uno di loro disse: <<Dategli da bere fiele e aceto>>. Fatta la miscela, gliela diedero da bere. E compirono ogni cosa, colmando la misura dei loro peccati sul loro campo. Ora molti andavano con lucerne, credendo che fosse notte; e caddero per terra. Quindi il Signore gridò ad alta voce: <<O forza mia, o forza mia, tu mi hai abbandonato!>>. Detto ciò, fu assunto. In quel momento il velo del tempio di Gerusalemme si spaccò in due>> (Vang. Pietro, IV-V). L’invocazione <<Forza mia>>, riferita da questo Vangelo apocrifo, non è altro che una traduzione del testo che i Sinottici riportano con l’espressione <<Dio mio, Dio, mio, perché mi hai abbandonato?>> (Mt 27,47; Mc 15,34; Sal 22,2). Il Vangelo di Pietro continua il racconto della crocifissione soffermandosi sull’estrazione dei chiodi dal corpo di Gesù e su come la terra si scosse e <<il sole si eclissò fino alle tre del pomeriggio>> (Lc 23,44), poi riapparve. Allora gli anziani e i sacerdoti furono presi da grande timore, <<capirono il male che avevano fatto e cominciarono a lamentarsi battendosi il petto>> (Vang. Pietro, VII). Ma nello stesso tempo i capi del popolo chiesero che il sepolcro fosse vigilato dai soldati e fu comandato presso di loro il centurione Petronio con alcuni soldati, i quali <<rotolarono una gran pietra, la posero sulla porta del sepolcro e ci imposero sette sigilli>> (Vang. di Pietro, VIII). Anche il Vangelo degli Ebrei, secondo la trascrizione di Girolamo (De viris illustribus, III), ricorda la presenza di soldati armati davanti al sepolcro, infatti Pilato <<diede loro degli uomini armati che si posero alla grotta montando la guardia giorno e notte>>. Il Vangelo di Nicodemo racconta che <<Gesù uscì dal pretorio e con lui due malfattori. Quando giunsero al luogo stabilito lo spogliarono dei suoi abiti, lo cinsero con una tela di lino e gli posero attorno alla testa una corona di spine. In modo uguale appesero i due malfattori. Intanto Gesù diceva: <<Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno!>>. I soldati si divisero le vesti mentre il popolo stava a guardarlo. I pontefici, insieme con i capi, lo deridevano dicendo: <<Ha salvato altri, salvi se stesso! Se costui è figlio di Dio, discenda dalla croce>>. I soldati poi lo schernivano, accostandosi e, offrendogli aceto misto con fiele, dicevano: <<Tu sei il re dei Giudei: salvati!>>. Dopo la sentenza Pilato aveva ordinato di porre come scritta sulla croce l’accusa in greco, romano ed ebraico, così come avevano detto i  Giudei che egli era: re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi gli disse: <<Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi>>. Ma Disma lo riprendeva col dirgli: <<Non temi tu dunque affatto Dio, mentre ti trovi nello stesso supplizio?>> … E diceva: <<Ricordati di me, Signore, nel tuo regno>>. Gesù disse: <<In verità, in verità ti dico: oggi stesso tu sei con me in paradiso – Gesù gli rispose – In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso>>(Vang. Nic. 7,1-4).

Ultima Cena Affresco romanico – Maestro Lombardo, seconda metà del XIII sec. Abside di Santa Maria del Gradaro,- Mantova

Secondo il Vangelo di Marco (15,16 ss.), la corona di spine fu posta sul capo di Gesù mentre veniva deriso nel pretorio di Pilato (Cfr. Vang. di Pietro, III,8). Gesù, inoltre, come succederà più tardi a Pietro (Gv 21,18), non sale nudo sulla croce, ma coperto da un panno di lino. La stessa crocifissione non è descritta con altri particolari; il testo del Vangelo di Luca (23,33-43) è il modello a cui si ispira l’autore dei cap. 7,1-4 del Vangelo di Nicodemo. La scena del “buon ladrone”, che è presente solo in Luca, vuole mostrare come l’ultimo atto di Gesù sulla terra sia stato un gesto di perdono, di amore e di salvezza. Anche in Luca è ricordata la preghiera: <<Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno>> (Lc 23,34), che sarà poi ripresa e pronunciata dal diacono protomartire Stefano in At 7,60: <<Signore, non imputar loro questo peccato>>, mentre veniva lapidato alla porta dei Leoni di Gerusalemme alla presenza del fariseo Saulo di Tarso. L’autore del Vangelo di Nicodemo ci fa conoscere il nome di Disma, il buon ladrone, che rimarrà nella storia della Chiesa Cattolica e Ortodossa, ed è venerato come santo rispettivamente il 25 febbraio e  il 23 marzo.

Il ricordo del velo del tempio che si <<squarciò in due>>, narrato dagli apocrifi, è conforme al racconto dei Vangeli canonici (Mt 27,51; Mc15,38; Lc 23,45).     Secondo l’autore del Vangelo degli Ebrei non fu il velo che si squarciò ma <<l’architrave del tempio d’infinita grandezza, che cadde e si spezzò in due>>. Ora, che cosa sia stato, o il velo squarciato o l’architrave del Tempio spezzata, per questi autori non ha molta importanza, perché il loro intento è di dimostrare che il Tempio era finito e ora doveva cedere il posto alla Chiesa; l’Antico Testamento era concluso ed era cominciata la Nuova Alleanza. Lo stesso Vangelo degli Ebrei racconta che le parole di perdono, pronunciate da Gesù per i suoi carnefici, proprio in quell’ora tragica, impressionarono tanta gente che si convertì al cristianesimo. Invocare il perdono era una cosa inaudita nell’Israele di quel tempo dove dominava lo spirito di vendetta. L’essere crocifisso aveva dato origine ad una frase: <<stendere le mani>>, che venne poi a prendere un significato simbolico. L’autore dell’VIII libro degli Oracoli Sibillini, (v.302), scrivendo al futuro, dice: <<Egli le mani stenderà, il mondo tutto misurando>>, invece al v, 26 del libro VI, si esprime così: <<O legno molto felice, su cui fu steso Dio, la terra non si tiene più>>. Nelle Odi di Salomone è scritto: <<Ho steso le mani e mi sono avvicinato al mio Signore; l’estensione delle mie mani ne è il segno. La mia estensione è legno eretto dov’è stato appeso sulla strada, il Giusto>> (v. 42).  Naturalmente non poteva mancare il ricordo del sangue espiatorio di Cristo Gesù sulla croce. Il Combattimento di Adamo, dopo aver descritto il sacrificio fatto dal primo uomo, che fu tanto gradito a Dio che <<inviò la luce che bruciò i loro sacrifici>>, fa dire dalla Voce ad Adamo:  <<O Adamo, come hai versato il tuo sangue, così verserò il mio sangue quando mi sarò incarnato dalla tua progenie; e come tu morrai anch’io morrò; e come tu hai costruito un altare, così pure Io porrò un altare sulla terra, e come tu hai innalzato su di esso il tuo sangue, così Io innalzerò il mio sangue sull’altare della terra; e come tu hai chiesto perdono per questo sangue, così Io pure porrò il mio sangue a perdono dei peccati e assolverò le offese…>> (A. Battista – B. Bagatti, Il Combattimento di Adamo, 14, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1982). La Discesa di Cristo agli Inferi, che è considerata la seconda parte del Vangelo o Memorie di Nicodemo, per quanto non facesse parte del Canone scritturistico della Chiesa, era diventato un testo così comune che  tanti autori del II sec. ne parlano. Per ben comprendere il significato di questa “Discesa”, bisogna ricordare che nella mentalità ebraica nella Discesa o Sceol o luogo dei morti, vi era un posto per i buoni e uno per i cattivi; il primo era detto indistintamente Ades, il secondo, chiamato “seno di Adamo”, noto anche dalla “parabola del ricco epulone e del medicante Lazzaro”, raccontata da Luca 16,22-26.

La Cappella di Adamo – Basilica del Santo Sepolcro – Gerusalemme

Per Ades o Ade si intendeva anche la morte che dominava il mondo. Nel racconto della “Discesa”, Gesù andò nell’Ades, immaginato spesso come un luogo sotterraneo, per liberare i giusti che erano <<nel seno di Adamo>>, in attesa della sua venuta. L’autore del Vangelo di Bartolomeo (Cod. lat.) fa discendere Gesù appena spirato nello Sceol, con il suo corpo ormai trasformato; lo si ricava da una domanda che l’autore fa rivolgere dall’apostolo Bartolomeo a Gesù: <<Dopo la risurrezione dai morti di nostro Signore Gesù, Bartolomeo andò dal Signore e l’interrogò dicendo: “Manifestami, Signore, i misteri dei cieli”. Gesù rispose e gli disse: “Se (non) mi spoglio del corpo di carne, non potrò parlarti”.  Bartolomeo dunque si accostò al Signore e disse: “Ho una parola per te, Signore”. Ma Gesù gli disse: “Io conosco quanto stai per dirmi. Dì dunque quanto desideri, domanda ed io ti risponderò”. Bartolomeo disse: “Signore, quando tu andavi ad essere appeso alla croce, io ti seguivo da lontano, ti vidi appeso alla croce e (vidi) gli angeli venire giù dai cieli a adorarti. E quando si fece buio io guardai e ti vidi sparire dalla croce. Udii solo, improvvisamente, una voce nelle parti inferiori della terra, una grande lamentazione e un digrignare (di denti). Annunziami, Signore, dove sei andato dalla croce?”. Gesù rispose nell’Ade e disse: “Te beato, mio caro Bartolomeo, avendo visto questo mistero; ormai ti annunzierò tutte le cose che mi domanderai. Quando, infatti, io sparii dalla croce discesi nell’Ade per portare su Adamo e tutti quelli che erano con lui secondo la supplica dell’arcangelo Michele”. Disse allora Bartolomeo: “Signore, che significava la voce che si udì?”. Gesù gli rispose: “L’Ade disse a Beliar, “A quanto vedo, Dio è qui presente!”. Beliar disse all’Ade: “Guarda attentamente: chi è colui che viene? Costui, infatti, mi sembra Elia o Enoc o uno dei profeti”. L’Ade rispose alla Morte e disse: “Non sono ancora passati seimila anni e donde sono costoro, Beliar? Il totale del numero è nelle mie mani”. (Beliar disse all’Ade): “Non ti agitare! Assicura bene le porte e rafforza le sbarre. A mio parere, Dio non è disceso sulla terra”. L’Ade gli disse: “Non do ascolto alle tue belle parole! Il mio ventre è squarciato, le mie interiora sono doloranti. Non può trattarsi d’altro: Dio è qui presente! Ahimè, dove posso sfuggire il suo cospetto, la potenza del grande re? Concedimi di entrare in te stesso, giacché io sono stato formato prima di te”. Allora io entrai, lo fustigai, lo legai con catene insolubili e tirai via di là tutti i patriarchi; poi me ne ritornai di nuovo sulla croce”. Bartolomeo gli disse: “Annunziami, Signore, chi è quello che gli angeli portarono in alto sulle loro mani, quell’uomo di così grande statura?”. Gesù rispose dicendo: “Questo era il primo creato, Adamo, per il quale io discesi dai cieli in terra. Dissi a lui: “E’ per te e per i tuoi figli ch’io sono stato appeso alla croce”. Ciò udito, egli gemette e disse: “Tale fu il tuo beneplacito, Signore!””. Bartolomeo gli disse di nuovo: “Io vidi anche gli angeli salire prima di Adamo ed inneggiare; ed un angelo che sorpassava in grandezza tutti gli altri e non voleva salire: nella sua mano aveva una spada di fuoco e faceva segno a te solo”. Chi nasce e chi muore. Dopo aver detto queste cose, egli disse agli apostoli: “Aspettatemi in questo luogo, giacché oggi in paradiso viene offerto un sacrificio e debbo essere là per riceverlo”. E disse: “Signore, che cosa significa un sacrificio in paradiso?”. Gesù rispose: “Le anime dei giusti entrano in paradiso, ma se io non sono presente non entreranno”. Bartolomeo rispose: “Signore, quante anime escono ogni giorno dal mondo?”. Gesù gli rispose: “Trentamila”. E Bartolomeo, di nuovo: “Signore, quando eri con noi e ci insegnavi la parola, ricevevi i sacrifici in paradiso?”. Gesù gli rispose dicendo: “Amen, io ti dico, o mio caro Bartolomeo, che anche quando insegnavo la parola sedevo con il Padre mio”. Bartolomeo rispose e gli disse: “Signore, sono soltanto tre le anime che escono ogni giorno?”. Gesù gli disse: “Appena cinquantatre‚ mio caro”. “…escono dal mondo, quante anime giuste si trovano?”. Gesù gli rispose: “Cinquanta”. Bartolomeo gli disse di nuovo: “E come entrano in paradiso solo tre?”. Gesù gli disse: Cinquantatre‚ erano in paradiso e sono posti nel seno di Abramo; ma gli altri vanno nel luogo della risurrezione, giacché i tre non sono come i cinquanta”. Bartolomeo gli disse: “Signore, quante anime nascono ogni giorno nel mondo?”. Gesù gli rispose: “Solo un’anima di più di quelle che escono dal mondo”. Così dicendo, diede loro la pace e disparve da loro>> (Vang. Bart. I,1-28). Gesù, scendendo negli Inferi aveva sconfitto l’Ade che voleva competere con lui, infatti dice di averlo legato <<con catene indissolubili>> e di aver tratto <<di là tutti i Patriarchi>>. Sarebbe stata questa l’occasione in cui Gesù avrebbe detto ad Adamo: <<E’ per te e per i tuoi figli che io sono stato appeso alla croce>> e Adamo, gemendo, avrebbe risposto: <<Tale fu il tuo beneplacito, Signore>> (Vang. Bart. I,22). Un antico autore ignoto ha voluto drammatizzare la Discesa di Gesù agli Inferi in un piccolo capolavoro che si intitola Descensus ad inferos, che si classifica come seconda parte del Vangelo di Nicodemo. L’autore mette in bocca il racconto a Leucio e Carino, figli di Simeone, due morti risuscitati da Gesù, che avrebbero avuto l’incarico di testimoniare quegli avvenimenti che nessuno aveva visto.

LOrazione di Gesù nell’orto degli Ulivi Andrea Mantegna 1455National GalleryLondra

Quando Gesù, spirò nello Sceol avvenne un alterco tra Satana, che aveva istigato a far morire Gesù, e la Morte, a riguardo dell’incognita forza del defunto. Intanto si sente una voce che  tuona: <<Alzate le vostre porte, o principi, aprite le vostre porte eterne, ed entrerà il re della gloria>> (Sal 24,7). L’Ade  udì e disse a Satana: <<Esci e resistergli, se puoi! Satana dunque venne fuori, e l’Ade disse ai suoi demoni: <<Rafforzate bene le  porte di bronzo, mettetevi le sbarre di ferro, osservate tutte le chiusure, vigilate tutti i punti. Se egli entra qui, guai a noi!>> (Memorie di Nicodemo,II  rec. Greca, 5,1,). La gioia dei reclusi fu immensa: i profeti Isaia, Davide ed altri, ricononobbero colui che avevano  annunciato; Adamo, Abramo, Giovanni Battista, il vecchio Simeone esprimono la loro gioia; Adamo piega le ginocchia davanti a Gesù perché non ha permesso <<che i miei nemici si rallegrino di me>> ed il Salvatore, <<stendendo la sua mano fece il segno della croce sopra Adamo e sopra tutti i santi e, tenendo Adamo con la destra, salì dagli inferi seguito da tutti i santi. Allora il santo re Davide gridò ad alta voce: <<Cantate al Signore un cantico nuovo, perché lui ha operato cose meravigliose>>… e tutta la moltitudine dei santi rispose: <<Tale è la gloria di tutti i santi! Amen; Alleluia>> (Discesa agli inf., VIII,1-2). All’arrivo dei liberati, l’arcangelo Michele, incaricato di aprire la porta, <<li condusse tutti alla gloria e alla bellezza del paradiso>> (Discesa agli inf., IX). In quel mentre si presentò un altro: <<Chi sei tu, gli chiesero i nuovi arrivati, perché tu sembri un ladro>>, lui rispose: <<Avete detto bene, sono stato un ladro, reo di ogni specie di male sulla terra e gli ebrei mi crocifissero con Gesù e fui testimone dei prodigi che accaddero nel creato a causa della croce di Gesù… Allora io credetti in lui e  lo supplicai dicendo: <<Ricordati di me, Signore, quando tu entrerai nel regno dei cieli! Sull’istante accolse la mia preghiera e mi disse: <<Ti assicuro che oggi stesso sarai con me in paradiso>> (Vang. Nicod.  Discesa agli inf., X.). L’anonimo autore della composizione iconografica de l’Anastasis (Risurrezione) dell’VIII sec. ci mostra Gesù  che prende per un braccio Adamo trasportandolo in Paradiso fra il giubilo degli altri e la confusione della Morte che giaceva incatenata ai piedi di Gesù, <<re della gloria>>. Il Vangelo di Pietro, al momento della risurrezione fa rendere testimonianza della predicazione al Limbo dalla Croce: <<Quindi udirono una voce dall’alto che diceva: <<Hai predicato ai dormienti?>>. E dalla croce si udì una risposta: <<Si>>. L’idea della predicazione di Gesù nell’oltretomba non era nuova. Già nella Prima Lettera di Pietro si legge che Gesù <<in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua>> (1Pt 3,19-20). L’autore dell’epistola petrina non si preoccupa tanto dei giusti, quanto di quelli che non vollero ascoltare Noè, ma che in presenza dell’acqua che li sommergeva si arresero a Dio. Origene d’Alessandria (185-232), facendo riferimento alla Discesa di Gesù agli inferi, nella sua omelia sul Genesi, dice: <<Il figlio unigenito di Dio è disceso per la salvezza del mondo, fino agli inferi, e di la ha richiamato il primo creato. Infatti la parola rivolta al ladrone: <<Oggi sarai con me in paradiso>> devi intenderla non come rivolta a lui solo, ma anche a tutti i santi per  quali era disceso nell’inferno>> (Origene, Om. sul Genesi, 15,5).

Sacrifici di Abele e Melchisedek San Vitale – Mosaico sec. VI – Ravenna.

La liturgia siriaca proclama che Gesù<<ha visitato Adamo nello Sceol e gli ha portato una notizia meravigliosa: Gli ha promesso la vita e la risurrezione che lo rinnoverà>> (Vang. Pietro, X). Mentre la liturgia bizantina prega con un atto di adorazione: <<Noi adoriamo, o Cristo, la tua croce, per la quale Adamo trasalisce di gioia. Tu sei disceso sulla terra per salvare Adamo, e sulla terra non l’hai trovato, così sei disceso a cercarlo fino agli inferi>>.

L’autore de La Caverna dei Tesori racconta che quelli che videro Gesù risorto nel Limbo <<furono presi da pentimento>> e da angoscia; l’associazione all’acqua del diluvio, che fece tornare a Dio tanta gente, è l’acqua del Battesimo che riporta a Dio i peccatori, da quel tempo divenne un tema comune (Cfr. A. Battista OFM –  B. Bagatti OFM, Caverna dei tesori, 53, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1980).  Anche l’anonimo autore della Lettera degli Apostoli, che un apocrifo del Nuovo Testamento, scritto in greco antico tra il 130 e il 170 e a noi pervenuto in copto ed etiopico, mette in bocca a Gesù la descrizione del suo viaggio nel Limbo: <<Sono sceso al luogo di Lazzaro ed ho predicato ai giusti e ai profeti perché potessero uscire dalla quiete di laggiù e venire a quella di lassù. Ho steso su di loro la mia destra con l’acqua del battesimo di vita, perdono e salvezza da ogni male come ho fatto con voi e con quelli che credono in me>> (27). L’autore delle Odi di Salomone, probabilmente composti  verso la fine del I o gli inizi del II sec, d.C. in ambiente cristiano, dedica alla Discesa agli Inferi un’intera ode: <<Io non sono stato rigettato nonostante che sia stato considerato così. Non sono perito benché così mi abbiano pensato. Ho visto l’Ade ed è stato vinto,la morte mi ha visti tornare e molti con me. Aceto e fiele fui per essa e sono disceso con lei nell’Ade per quanto era profondo. La morte ha rilassato piedi e capo non essendo capace di sopportare il mio volto. Ho tenuto tra i morti un’assemblea di viventi: ho parlato con loro con labbra sante perché la mia parola non fosse vana. Sono corsi verso di me quelli che erano morti: hanno gridato e detto: Pietà di noi, Figlio di Dio, agisci con noi secondo la tua grazia e facci uscire dai legami delle tenebre. Aprici la porta che usciamo con te, perché vediamo che la morte non si è accostata a te. Possiamo esser salvi con te, perché tu sei il nostro Salvatore! Udii la loro voce e presi a cuore la loro fede. E segnai il mio nome sul loro capo perché sono liberi e mi appartengono. Alleluia>> (Ode 42). L’autore degli Oracoli Sibillini, scrivendo ancora al futuro, pretende di sapere anche cosa avrebbe detto nella predicazione e ciò che sarebbe avvenuto alla fine dei tempi con il trionfo di Cristo: <<Quindi sotto l’Inferno ci precederà, a tutti i pii speme annunziando, la fine dei tempi e l’estremo dì >> (Lib. VIII).

Discesa di Cristo Risorto nel Limbo
Mosaico XI/XII sec.- Basilica di San Marco – Venezia

Naturalmente l’entrata in cielo dei giusti è il coronamento della loro fede e delle loro opere . Nell’Ascensione di Isaia,  che è un apocrifo veterotestamentario, pervenutoci in greco in una redazione definitiva all’inizio del II sec. d.C., con aggiunte cristiane, è raccontato questo avvenimento: <<Quando il Diletto scenderà nella figura in cui lo vedrai discendere, essi riceveranno la corona della gloria. Negli ultimi giorni il Signore che verrà chiamato Cristo, scenderà infatti nel mondo. Quelli, comunque, contemplano i troni e sanno a chi di loro apparterranno e così è delle corone, dopo che egli sarà disceso e sarà diventato simile  a voi nell’aspetto, da credere che sia carne e uomo. Il dio di quel mondo stenderà la mano contro il Figlio, porranno le mani su di lui e lo crocifiggeranno su un legno, senza sapere chi sia. La sua discesa pertanto, come tu vedrai, sarà nascosta anche ai cieli, in modo da rimanere inosservato nella sua identità. Quando avrà rapito all’angelo della notte il bottino, risorgerà il terzo giorno e rimarrà nel mondo laggiù 545 giorni. Quindi saliranno con lui molti giusti, i cui spiriti non hanno ricevuto gli abiti, nell’attesa che il Signore Cristo salga ed essi con lui. Allora riceveranno i loro abiti, i loro troni e le corone loro proprie, quando egli sarà salito al cielo>> (Asc. Is. IX,12-18). Tutto questo, che avviene per la potenza di Dio, è messo in risalto da Melitone di Sardi (+190 ca.) dove fa dire a Gesù: <<Sono io che ho distrutto la morte, che ho trionfato sul nemico, che ho calpestato l’Ade, che ho legato il forte, che ho rapito l’uomo verso la sommità dei cieli. Sono io, dice, il Cristo>> (Melitone di Sardi, Omelia 102 sulla Pasqua).

Mentre nei libri scritti lontano dai luoghi degli avvenimenti pasquali si rimaneva sulle idee teologiche, a Gerusalemme, che aveva visto e vissuto il sacrificio di Gesù, tali idee si rendevano vive con il culto nei luoghi della Passione e della Risurrezione. Già gli ebrei del I sec. avevano creato sul Monte Moria un alone teologico per dimostrare che solo lì si potevano offrire sacrifici a Dio; vi si immaginarono quelli di Abele, Abramo e Melchisedech ben noti come accetti al Signore. Tali fedeli, una volta convertiti al cristianesimo, portarono in blocco i loro ricordi nel Golgota, dove era avvenuto il vero sacrificio della redenzione. La piccola grotta esistente sul pendio orientale del Calvario venne identificata con lo Sceol dove Gesù sarebbe disceso a liberare i giusti. Che realmente il Golgota fosse divenuto un luogo di culto commemorativo della redenzione, lo si può arguire, prima dagli apocrifi adamitici e dalla Caverna dei tesori e poi dalla confisca del sito fatta dall’imperatore Adriano (76-138), che nel 135 fece costruire sul  luogo santo ai cristiani, un tempietto dedicato alla dea  Venere Isthar, la quale, secondo la mitologia babilonese, era discesa agli inferi alla ricerca del dio Tammuz, e il foro della nuova città Aelia Capitolina. Gli scavi, condotti da padre B. Baratti OFM, hanno portato alla luce oggetti cultuali pagani che attestano che in questo luogo è stato praticato il culto di Venere per quasi due secoli.  I cristiani di Gerusalemme, che curarono con grande zelo il Calvario, non dimenticarono il sepolcro di Cristo dal quale avvenne la risurrezione. Il Combattimento di Adamo descrive come il demonio, invidioso della benevolenza mostrata da Dio verso Adamo ed Eva, voleva ucciderli e <<toglierli dalla terra>> per ricevere il suo regno: <<Satana chiamò i suoi soldati, e tutti vennero da lui dicendo: <<Signore, cosa vuoi che facciamo?>>. Rispose loro: <<Questo Adamo ha preso il nostro regno, andiamo, uccidiamolo, buttando su di lui una roccia che uccida lui ed Eva>>… Disse ai suoi satelliti: <<Prendete questa roccia e gettatela su di loro per bene, affinché non scappino da alcuna parte, e appena buttata fuggite e non vi fermate>>. E fecero com’era stato loro ordinato. Quando poi alla roccia, mentre scendeva dal monte sopra Adamo ed Eva, Dio le ordinò di coprire Adamo ed Eva come fossero sotto una tenda, senza recare loro male, e così fu per ordine di Dio. Ma al cadere della roccia tutta la terra tremò e si scosse a causa della sua grandezza. Per questo tremore e scossa Adamo ed Eva si svegliarono dal sonno e si trovarono sotto la roccia come sotto una cupola. Ma essi sapevano di essere sotto il cielo e non sotto un tetto, perciò al vedersi tremarono>>. Adamo ed Eva si misero a pregare per sapere cosa era successo e per essere perdonati da Dio: <<Mentre Adamo stava ancora pregando, giunse il mattino, ed allora venne la voce di Dio che gli disse: <<O Adamo, chi ti ha consigliato di uscire dalla grotta e di venire in questo luogo?>>. Rispose Adamo: <<Siamo venuti qui a causa del calore del fuoco che entrava nella grotta>>. <<Cosa sarebbe se tu fossi nell’inferno? Ma non temere, o Adamo, e non pensare che io ti ho gettato questa roccia per uccidere te ed Eva, e così sradicare la vostra vita dalla superficie della terra. Ed è per mia misericordia che quando scendeva la roccia sopra di voi, io le comandai di fermarsi sopra di voi e di dividersi sotto di voi. Ed ecco ti do un segno, o Adamo: quando Io sarò venuto sulla terra, Satana e i suoi addetti, gli israeliti, mi uccideranno e mi getteranno nella roccia e sarò sigillato con pietre. Sarò sotto la roccia tre giorni e tre notti e nel terzo giorno risusciterò, e sarà la salvezza, o Adamo, per te e la tua discendenza! Perciò, Adamo, Io non ti farò uscire di sotto la roccia sino a quando saranno compiuti tre giorni e tre notti>>. Dio cessò di parlare>>(Il Combatimento di Adamo, 28).

La Risurrezione di Cristo Mosaico XII sec. – Duomo di Monreale

Voglio concludere questa ricerca su “La Passione e la Risurrezione di Cristo Gesù nei Vangeli Canonici e nella Letteratura Apocrifa”, che ha suscitato l’interesse di tanti giovani che frequentavano il Corso di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere della nostra Università, diretto dalla carissima e mai dimenticata prof. Grazia Rapisarda,con le parole del presbitero Giovanni Damasceno, che visse parte della sua lunga vita nella Laura di San Saba a Gerusalemme, dove morì quasi centenario (650-749). Questo Grande Padre e Dottore della Chiesa indivisa vuole ricordare a ciascuno di noi e agli uomini di tutti i tempi, che il mondo esulta per la  gioia della risurrezione di Cristo Gesù: <<Risorgesti come Dio dalla tomba nella gloria, e con te risuscitasti il mondo, e la stirpe dei mortali come Dio t’inneggiò, e la morte è scomparsa e Adamo danza, o Signore, ed Eva, sciolta dalle catene, gioisce ed esclama: o Cristo, sei tu che concedi a tutti la risurrezione. Il Risorto al terzo giorno celebriamolo come Dio onnipotente, che stritolò le porte dell’Ade, svegliò dalla tomba i santi fedeli, apparve alle donne che portavano i profumi, come a lui piacque, a esse per prime disse: «Gioite!», portando il gaudio agli apostoli, egli unico datore della vita. Perciò con fede le donne discepole portano il lieto annunzio della vittoria; e l’Ade geme, e la morte spasima, e il mondo esulta e tutti si congratulano, poiché tu hai offerto a tutti, o Cristo, la risurrezione>> (Giovanni Damasceno, Ochtoéchos, I).

Diac. Dott. Sebastiano Mangano

già Cultore di Letteratura Cristiana Antica

nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania

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