Incontro con l’attrice messinese Carmen Panarello: “Il dopo pandemia? Che arrivi pure qualcosa, intanto mi godo la mia lunga e meritata rinascita”

Carmen Panarello in camerino (Foto Dino Stornello)

In continua evoluzione, frenetica e coinvolta in tantissime esperienze e progetti, vive in provincia di Catania, ama la sua famiglia, ama disegnare, suonare e scrivere, oltre che progettare e dedicarsi al giardinaggio. Il personaggio in questione e che stavolta trova collocazione nel mio personale spazio dedicato ai profili di attori, registi, autori, musicisti è la versatile attrice messinese Carmen Panarello, laureata in Lettere moderne con indirizzo artistico e diplomata attrice al Piccolo Teatro di Milano, diretto da Giorgio Strehler (1994/1996).

Carmen Panarello

Dopo averla applaudita negli anni in diversi spettacoli a Catania l’ho voluta incontrare per farla meglio conoscere ai lettori di “Cronaca Oggi Quotidiano” ed agli appassionati di teatro e spettacolo. E nella nostra insolita, divertente, chiacchierata social Carmen Panarello si racconta, parlando della natura, del suo rapporto con il teatro, del suo percorso artistico, degli incontri importanti, della sosta forzata, del ritorno ai propri desideri e progetti. Ecco, quindi, i suoi ricordi e le curiosità, in un profilo che riassume, comprende la sua professionalità e simpatia.

“Meriggiare pallido e assorto”… Dove finisce, Carmen, la poesia, l’estro, l’immaginazione e dove inizia la realtà, la vita, il giorno vissuto?

“Non finisce. Resto ad osservare il mondo assorta, in tante azioni quotidiane e non, in ascolto proprio come tra formiche, orti, mare in lontananza, dietro muri, sul palco come tra le cose di casa, non riesco a mettere un vero confine. Alle volte questo mi confonde. Penso sia un mio modo di apprendere, di comunicare. Ammetto che ad un certo punto devi arrenderti e l’inizio del giorno vissuto è inequivocabilmente la sveglia per accompagnare tuo figlio a scuola”.

Quando hai capito che volevi fare l’attrice? Parlaci del tuo percorso artistico, dei tuoi primi passi, dei maestri incontrati, delle tue passioni…

“Alle scuole medie mi proposero di presentare una serata di premiazione, nell’allora Teatro in Fiera di Messina, oggi demolito. Sbagliai un accento e non mi perdonai per i due anni consecutivi! Quella volta sul palco ebbi una sensazione di libertà e leggerezza, divertimento puro. Qualche anno dopo, studiavo per gli esami di ottavo di pianoforte ed improvvisamente chiusi il mio Schulze Pollmann e dissi ai miei genitori: “Non voglio più studiare il pianoforte. Voglio fare teatro”. Seguì un silenzio disarmante. Ma avevo già cominciato a provare uno spettacolo con un gruppo di teatro dell’Università di Lettere. Pochi mesi dopo incontrai Pupetto, Donato Castellaneta, grande maestro e allievo a sua volta di Orazio Costa, visionario, colto, simpaticissimo uomo di teatro, divenuto poi nel tempo un caro amico. Con lui Maurizio Marchetti, che si arrabbiava tanto quando facevo i capricci per recitare una Giulietta in versione comica: aveva ragione, perché sarebbe poi stato un piccolo successo. Paola Maffioletti, mai rivista, con la quale per la prima volta conobbi il teatro-danza, mi disse: “Segui la danza, hai una dote naturale”. Tutto ciò gravitava nei primi anni ’90 intorno ad un gruppo di artisti-scenografi, la Clap di Messina, fucina di futuri attori ed attrici. Ma il mio vero inizio lo devo proprio ai miei genitori, alle tante serate in cui andavo con loro a teatro, sin da bambina, a vedere gli spettacoli di prosa e l’Opera Lirica, ai concerti. Era bellissimo e mi manca profondamente. Non solo per me, ma mancano quegli anni in cui si avevano tempo e occasioni di andare a teatro per apprendere e sognare”.

In “Così è se vi pare” – Ph. Dino Stornello

Quali sono i testi o i personaggi che preferisci leggere, assimilare ed interpretare?

“Pirandello: personaggi e drammaturgie. Mi coinvolge emotivamente e mentalmente, con passione, con sgomento. Le donne di Pirandello sono una occasione inesauribile di crescita personale e professionale. Ho spesso intrepretato drammaturgie contemporanee, inoltre, sin dalle scuole e fino all’ultimo monologo portato da me in scena, una “Cleopatra” ambientata ai giorni nostri, bellissima opera di Gianni Guardigli. Ritengo la scrittura contemporanea una grande scommessa, occasione di  riscoperta dei linguaggi del teatro: il corpo, la lingua, l’espressione della “cronaca del tempo”. Mi piace poi moltissimo scegliere interpretazioni che abbiano segni del  grottesco e lo farò ancora, perché ha infinite declinazioni universali. Infine, adoro Bertolt Brecht: si accettano proposte!”.

Carmen Panarello e la Natura…

Qual è il tuo rapporto con la natura, con l’ambiente che ti circonda e come giudichi il comportamento dell’uomo nei confronti di nostra madre Terra?

“Vivo con la natura in una simbiosi epidermica, sentimentale. Ho il privilegio di esserne quotidianamente circondata e sono convinta che ci siano intorno a me personaggi, voci, esseri viventi: sono le piante, i fiori, i rami, le foglie, la terra. La natura è noi: sfugge, ti gratifica, poi ti tradisce, s’imbruttisce e poi brilla, fa i capricci, richiede fatica. È noi, ci fa da specchio! Per comprendere ciò che le abbiamo fatto, andrebbero studiate le ricerche di scienziati che se ne occupano ormai da decenni. Nella nostra quotidianità si dovrebbero fare gesti consapevoli, ma pochi di noi li fanno, i politici poi dovrebbero operare innanzitutto per la salvaguardia del pianeta terra. Ma basta guardare i cigli delle strade di campagna per capire che nulla va cosi! A me piace condividere le grandi campagne ambientaliste, leggere riviste specializzate, ma non basta mai! Avevo intuito in passato alcune strade per raccontarne in teatro, dovrei ricominciare”. 

In “La tartaruga e la lepre malandrina”

Quanti dei sogni di bambina o di adolescente hai potuto realizzare negli anni e come reputi oggi il tuo rapporto con un mondo troppo disumanizzato e che ha virato verso l’indifferenza, l’egoismo e l’ipocrisia?

“Il mio mestiere è fare l’attrice e questo era il mio sogno. Prima ancora volevo diventare stilista e arredatrice d’interni: certi giorni sublimo con un abbigliamento strambo e spesso con una casa a soqquadro. Ho vissuto una giovinezza travagliata, sono rinata tante volte. Mi divertono alcune bugie, ma l’ipocrisia invece l’ho sofferta molto, è un’enorme perdita di tempo ed energie. Abbiamo tante debolezze dietro ogni ombra: trovo drammatica l’invidia, penso venga da antichi dolori e li rigeneri, non siamo pronti ad accoglierli entrambi”.

Danza, teatro, arte terapia, mimica, drammatizzazione, scrittura, poesia. Nella tua carriera, nella tua vita, hai affrontato tanti settori, ma in quali Carmen Panarello si è sentita più realizzata, più viva, più donna?

“Sono realizzata come attrice. Mi sentivo viva quando riuscivo ad unire sul palco l’espressione corporea alla drammaturgia, ma vi sono codici che in arte mutano velocemente con il tempo. Avrei anche voluto diplomarmi in arteterapia e mi sono fatta convincere che fossi troppo vecchia: ma non avevo nemmeno 35 anni !! Insomma nonostante tante attività, spettacoli, laboratori, associazioni e collaborazioni in quella direzione, i settori che citi e che mi ammaliano, si amalgamano in un luogo interiore di me, si alternano nel tempo, si esprimono liberamente in spazi personali, in occasioni casuali, ammesso che qualcosa lo sia, qualche volta in teatro: mi fa bene, mi restituisce la percezione di questo “transito terrestre”, ma non è sfociato in un’attività artistica unitaria come avrei voluto. Posso dire, senza vergogna, che questo è stato un dolore, anche come donna. Proprio la pandemia mi sta insegnando a curarne e trasformarne le ferite”.

In “Misura per misura”, regia Nicola Alberto Orofino (Ph. Gianluigi Primaverile)

Le tue esperienze e nel settore della scrittura e della poesia..

“Vengo da una famiglia di poeti e letterati. Mia sorella Francesca è una poetessa. Ho scritto da sempre e scrivo sempre. E’ un gioia per me, mi diverte, mi aiuta a percepirmi, mi fa specchio e mi guida. Limito perché non mi piace la limatura necessaria alla scrittura, e quindi mi esprimo nelle pubblicazioni sul mio sito, alle volte in teatro, partecipando raramente a concorsi letterari, ma è un’espressione libera, come andare in scena dopo la terza replica: me la godo io per prima, comunque sia, a perfezionare e migliorare c’è sempre tempo”.

La tua esperienza (’93-’96) al Piccolo Teatro di Milano, diretto da Giorgio Strehler. Cosa ti ha dato, cosa ti ha fatto capire, quali ricordi ti ha lasciato dentro e quanto ti è servita nel tuo cammino di attrice?

“Chi sia Giorgio Strehler non sta a me dirlo. Formarsi nella scuola da lui voluta e da me scelta dopo ben due anni all’Accademia “Silvio d’Amico”, rappresenta una stella polare per sempre. Aver visto e rivedere gli spettacoli di Strehler è una lunga riflessione sul teatro che resta insuperabile: ad esempio, attrici e attori nei suoi lavori non avevano bisogno di definirsi perfomer per esserlo. I miei ricordi? Innumerevoli. Le serate al Teatro Lirico come maschere di sala e a vedere Fo o Gaber, o i russi di Dodin. La ripresa di “Lux in tenebris” e Strehler che arriva improvvisamente alle prove e l’aria ‘friccicava’ tutta. Il ruolo di “Amleto” affidatomi per un ciclo di letture sceniche dell’opera redatta da Agostino Lombardo nei pomeriggi al Piccolo Teatro Studio. Una chicca, mai raccontata in 26 anni: Strehler passò per caso durante una lezione di veneziano e io ero in scena. Ci diresse per un po’ e scendendo dalla pedana dell’aula, disse di me: “Questa ha stoffa”: gioisco ancora oggi . Molti di noi venivano dal Sud in quella scuola, alcuni hanno poi girato il mondo con “L’Arlecchino servitore di due padroni”; uno degli insegnanti era il grande Gianfranco Mauri, storico Brighella di quello straordinario spettacolo, insegnante anche di milanese: non ricordo di averlo sentito dire: “Prima i milanesi” , anzi,  sono stata trattata come artista,  per ciò che sapevo dare e per la visione incoraggiante che aveva delle nostre future carriere. Dopo la scuola ho fatto vari provini a Milano, anche a buon fine; partecipai alla ripresa del “Teatro comico” di Goldoni, ma si faceva strada in me un’esigenza d indipendenza espressiva. Strehler morì subito dopo e cominciai una lunga peregrinazione in giro per l’Italia che mi ha dato spalle forti, orgogliosa sempre di quel passato”.

Carmen Panarello in “Bilico” di Irene Serini

Oltre all’incontro col tuo primo maestro Pupetto Donato Castellaneta, quali sono stati gli altri incontri importanti nella tua carriera artistica o nella tua vita?

“Ariella Vidlach, dopo 8 ore di Scuola al Piccolo la raggiungevo per imparare la Contemporanea. Nikolai Karpov, sudavamo indecentemente tra biomeccanica e prove no stop. Lindsay Kemp, gioco e coraggio: ci chiuse numerosi in una stanza al buio per cercare ‘il nostro animale’. Il metodo Tadashi Suzuki, orientale, severo.  Nella vita? Mio marito, mente fuori dal comune, il suo esempio mi permette di agire meglio, cercando l’equilibrio nel sapere: non per niente è un fisico teorico della materia”.

Nei tuoi album fotografici spesso sei immersa nella natura, libera e sorridente. Ma chi è nella vita di tutti giorni Carmen Panarello, come concilia le sue passioni, il suo lavoro, con la famiglia, il tempo libero ed i propri spazi segreti?

“La presenza di mio figlio nella mia vita è la più gioiosa e completa scuola di vita. Conciliare la famiglia con il lavoro in teatro è complicato, organizzare la vita dei figli  durante il periodo di prove un doppio lavoro. In molte società padri e madri che lavorano hanno garanzie a livello contrattuale, scuole, luoghi e personale qualificato che li sostengono. Trovo ipocrita una società in cui questo non avviene: trasforma la gestione della famiglia in un luogo di rinunce, sensi di colpa, per coloro stessi che subiscono invece un vuoto di intervento sociale. Dopo ogni spettacolo, la scia che lo segue attraversa ogni aspetto della vita. Bisogna fare qualcosa per diluirla, come girare velocemente una sostanza in un bicchiere d’acqua che torni limpido e assuma un altro gusto: allora pulisco ossessivamente casa, cambio in continuazione la disposizione dei mobili, preparo un sacco di torte e le brucio tutte, mi tuffo tra l’erba del giardino: dicono che non sappia star ferma. Che belli gli spazi segreti, chissà quanti ne abbiamo tutti, ma non si possono dire, purtroppo. O per fortuna?”.

In “Il gioco delle parti” – Scena Riccardo Perricone – Foto Dino Stornello

Potendo tornare indietro cosa rifaresti e cosa no? Cosa ami e cosa non apprezzi della tua città, di Catania e dei siciliani?

“Continuerei a studiare musica, mi sarebbe piaciuto insegnare solfeggio. Darei più spazio alla cura dei miei talenti che a quella delle relazioni di lavoro, che alle volte ha rallentato il mio percorso. Ho rimpianto Milano, ma anche in altre città, dopo, ho lavorato tanto. Le tournee con “Scanna” di Davide Enia, o “Candido, ovvero” regia di Walter Manfré, il Festival di Spoleto con una regia di  Marco Lucchesi , “L’Isola purpurea” e quello di Santarcangelo con Jodice, Berti, Lucenti: fu la prima volta che recitavo tra l’erba, bellissimo, “ Simurgh-Il poema delle moltitudini”. Catania, vicino alla quale vivo da 12 anni circa mi ha dato molte occasioni di lavoro e  ne sono grata: l’esperienza intensa delle Fiabe messe in scena dal maestro Gianni Salvo, per la regia del quale sono stata in altri spettacoli; Fiabe, dicevo, palestra d’ attorialità costante, per anni quotidiano rapporto con l’energia dei più piccoli che è prova umana e professionale: penso che bisognerebbe ripercorrerne il significato formativo e teatrale, proprio oggi, nel mancato rapporto tra istruzione e teatro. Tra la sontuosa città etnea e la mia Messina, gioiello tra colli e Stretto, poi, sono nati i miei quattro monologhi, ottima occasione di crescita e confronto con me stessa, e i lavori più innovativi con l’inesauribile espressione registica di Nicola Alberto Orofino. Al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, con l’emozione oggi impensabile dei 2000 circa posti esauriti, sono andata in scena l’ultima volta con “Il bugiardo” per la regia di Giorgio Bongiovanni e una compagnia in parte dal Piccolo Teatro di Milano. Silia affrontata con la regia di Federico Magnano San Lio e Cleopatra con la mia, le ultime a me carissime interpretazioni. Trovo noi siciliani autoreferenziali, conservativi. Ammiro chi lavora nella propria città natale, sono felice quando lavoro nella mia, ma nella parte un po’ zingara di me trovo un’ autenticità che penso possa far bene all’espressione artistica”.

Cosa rappresentano per te il teatro, la vita, l’amicizia e l’amore?

“Il teatro è uno dei tanti pezzetti del tempo dato con cui imparare, la vita un meraviglioso breve passaggio;  ho pochi amici con cui ho legami profondi o antichi,  mentre non mi piacciono i gruppi, nemmeno la parola; piuttosto sì le compagnie teatrali, naif e imprevedibili: alla fine mi affeziono troppo a tutte, devo far finta di nulla, dopo qualche giorno so che passa. L’amore è tutto, nelle sue innumerevoli forme”.

In “Il bugiardo” regia di Giorgio Bongiovanni

Cosa ha rappresentato per te e come hai affrontato la lunga sosta, la brusca interruzione del mondo dello spettacolo e l’incognita di una misteriosa pandemia?

“Mi sento ancora paralizzata fisicamente. Nello stesso tempo mi affascina ciò su cui ci ha dato da riflettere, la vulnerabilità di tutti e tutto, o i cieli spettacolari finalmente puliti. A me ha insegnato di nuovo, con quel mantello di tempo indefinito che ci ha proposto, a rintracciare le radici in vita, sradicarne altre, reimparare sempre il Coraggio, ritrovarmi e meglio, con me stessa”.

La crisi della cultura in Italia, in Sicilia. Dopo la lunga sosta dell’intero settore spettacolo quali potrebbero essere, secondo te, gli interventi per rilanciare l’intero comparto e per dare nuova linfa agli artisti?

“Voglio ancora tenere presente che i problemi del mondo del teatro c’erano da prima della pandemia, eravamo già al limite del drammatico, passerà del tempo per potere valutare cosa davvero cambierà.  Sembra avvicinarsi la realizzazione di parte di quelle riforme che gruppi di varia natura in tutta Italia e Sindacati, a cui essere, per questo, particolarmente grati, stanno perseguendo: è un bel traguardo. Ipotesi? Aprire spazi multifunzionali e renderli praticabili dal punto di vista amministrativo, tecnico, logistico, per provare, andare in scena, proporre, anche ‘soltanto’ studiare, e senza dover appartenere ad alcuna compagnia. Liberi, ma non isolati! Pubblici, privati: penso conti solo l’onestà. Non riesco a capire cosa succederà delle cosiddette piccole realtà, darei loro più possibilità, progetti più fantasiosi, sul campo, a fondo perduto, a tempo limitato;  ma permane un’iper-attenzione generale ai teatri finanziati. E poi: sostegni per allargare le competenze di artiste ed artisti, garantire l’accesso al lavoro, non con il solo provino e per soli attrici ed attori. Insomma ne abbiamo per molte vite! Ma mi domando anche se il teatro non sia più semplice di tutte queste parole”.

Il sorriso di Carmen….

Dopo pandemia, lockdown e sosta forzata, quali sono i sogni ed progetti di Carmen Panarello?

“Sosto ancora un poco, per mia volontà. Mi dispero, suono e male il pianoforte e scrivo progetti che non realizzo. Sogno mentre faccio giardinaggio e mi sfinisco. Mi godo figlio e marito, che mi sopportano e spesso mi salvano. Che arrivi pure qualcosa, mentre io mi godo una lunga meritata rinascita”.

Ringrazio Carmen per la chiacchierata, per l’incontro – confronto che mi ha dato l’opportunità di conoscerla meglio. Le auguro una buona vita, un buon proseguimento, all’insegna del sorriso e della positività…

di Maurizio Sesto Giordano 629 Articoli
Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, ha collaborato per oltre venticinque anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggiquotidiano.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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