La Quarta Petitio dell’Oratio Dominica nell’interpretazione di Tertulliano

I discepoli di Emmaus Mosaico del XII sec. - Duomo di Monreale

Girolamo (ca. 347 – 420), nel suo De viris illustribus, composto nel 392, così presenta Tertulliano: <<Tertulliano, presbitero, appare qui finalmente come il primo degli scrittori latini, dopo Vittore ed Apollonio. E’ nativo dell’Africa, e precisamente di Cartagine, figlio di un centurione proconsolare. D’ingegno penetrante e focoso, Tertulliano fiorì soprattutto sotto gli imperatori Severo e Antonino Caracalla. Scrisse molte opere, che qui tralasciamo, perché assai note. Io ho conosciuto un vecchio, un certo Paolo di Concordia, città d’Italia, il quale diceva di aver incontrato a Roma, quand’era giovanissimo, il segretario del beato Cipriano, ormai vecchissimo. Questi gli raccontava che Cipriano era solito non lasciar passare nemmeno un giorno, senza fare una lettura di Tertulliano; anzi, gli spesso diceva: <<Dammi il maestro>>, indicando così Tertulliano. Questi fu presbitero in seno alla Chiesa fin verso i quarant’anni; poi, per invidia e per le ingiurie lanciategli dal clero della Chiesa romana, cadde nell’eresia montanistica. In molti libri egli fa menzione della nuova eresia. Scrisse in particolare contro la Chiesa i seguenti volumi: La pudicizia, La persecuzione, I digiuni, La monogamia, L’estasi in sei libri, con un settimo che compose Contro Apollonio. Si dice che sia vissuto fino a tardissima età e che abbia pubblicato altresì molte opere, oggi perdute>> (cap. LIII).

Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, che era nato nel paganesimo tra il 150 e il 160, probabilmente a Cartagine, era figlio di un “centurione proconsolare”. Egli, nell’Apologeticum dirà che <<ci fu un tempo in cui noi ridevamo come voi di queste verità. Noi usciamo dalle vostre file. Non si nasce cristiani, lo si diventa>> (18,4).  Come pagano, Tertulliano aveva condotto  una vita libera di cui si accuserà appena diventato cristiano: <<Io so bene che è nella stessa carne che ho commesso altre volte adulteri, e che ora mi sforzo di conservare la continenza>> (De Resurrectione Carnis , 59); aveva frequentato anche <<i giuochi crudeli>> dell’anfiteatro (Apologeticum, 15,5) dei quali aveva conservato un’impressione così dolorosa da fargli scrivere più tardi: <<Preferisco non dir nulla, piuttosto di risvegliare quei ricordi>> (De spectaculis, 19,9). Come il suo  contemporaneo e compatriota Apuleio (125 ca. – dopo il 170), Tertulliano si era formato all’esercizio della parola; divenuto cristiano e presbitero, si divertì un giorno a fare sfoggio del suo spirito e a scrivere, verso il 208 o il 209, il trattato Del mantello, per spiegare perché aveva cambiato la toga con il pallio: <<Questo trattato non è in se stesso che una spiritosaggine, una curiosità letteraria e meriterebbe appena uno sguardo, se non mettesse in piena luce la tirannia che l’educazione esercitava anche sulle anime che si erano date completamente al Cristianesimo>> (G. Boissier, La fin du paganisme, I, Paris 1891, pag. 258). Più preziosa di questa retorica, la scienza del diritto ha influito profondamente sulla formazione intellettuale di Tertulliano; essa pose nelle mani dell’apologista delle armi che non dovevano servire solamente per vantarsi, ma per  combattere; infatti dopo i pagani saranno gli eretici a farne le spese. Da questa formazione deriva a Tertulliano l’abitudine di condensare il suo pensiero in una formula; Vincenzo di Lerino (+450), scrittore ecclesiastico della Gallia meridionale, l’aveva già notato: <<Si trovano presso di lui quasi tante sentenze quante parole>>.

L’arcivescovo mons. Salvatore Gristina in adorazione del SS. Sacramento a conclusione della processione del Corpus Domini a Piazza Stesicoro

Queste sentenze sono talmente scultoree che abbagliano con il loro splendore e si imprimono nella memoreia: chi non ricorda  che <<il sangue dei cristiani è una semente>> (Apologeticum, 50,13) e che la <<testimonianza dell’anima naturalmente cristiana?>> (Apologeticum, 17,6). Queste felici espressioni, tanto numerosi in Tertulliano, impressionano il lettore, ma talvolta lo stancano; un buon conoscitore come filologo classico e storico delle religioni, il  tedesco Eduard Norden (1868 – 1941) ha potuto scrivere di Tertulliano: <<E’ senza dubbio l’autore latino più difficile; nessun altro esige dai suoi lettori tanti sforzi>> (E. Norden, Die antike Kunstprosa, II, Leipzig-Berlin 1909, pag. 606). Li esige, è vero, ma li ottiene, giacché ben presto si sente che questa fatica non è vana, che sotto queste sfaccettature brillanti si nasconde quasi sempre un pensiero forte che tanto più si ama quanto più si è faticato ad afferrarlo.  

Il programma di Tertulliano scrittore si può riassumere in tre punti: difendere il cristianesimo dalle persecuzioni e dalle accuse dei pagani, dimostrare, in polemica contro gli eretici, la verità del dogma cristiano e illustrarne il significato, dare norme ed esortazioni di vita pratica. Nel  De oratione (200-202), che è un trattato con intenti catechetici e pastorali, Tertulliano illustra la preghiera sia in senso generale che alla luce del Padre nostro, rivolgendosi ad un pubblico composto verosimilmente sia dai neofiti sia dall’insieme dei fedeli. Forse anche in considerazione di ciò si spiega l’assenza di riferimenti al dibattito filosofico sulla preghiera o al suo possibile esito «mistico» a differenza degli alessandrini Clemente (150 ca. – 215 ca.) ed Origene  (185 – 254). A lui va il merito di aver offerto la prima esposizione organica sul tema della preghiera, anticipando così altri Padri, come il vescovo martire Cipriano di Cartagine  (210-258) e  Origene.

Nella solennità del Corpus Domini di quest’anno particolare, ancora colpito dalla tragedia della pandemia, desidero presentare l’interpretazione data da Tertulliano alla quarta petitio dell’Oratio Dominica, cioè del Padre nostro, che ci è stato tramandato dal vangelo in due recensioni: quella di Matteo 6,9-13 e quella di Luca  11,1-3. Limiterò la mia indagine solo all’invocazione Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, che è stato anche il tema del XVI Congresso Eucaristico Nazionale tenuto a Catania dal 6 al 13 settembre 1959.

Nel Nuovo Testamento molte volte è usato il termine “pane” in relazione a Gesù sia in senso metaforico spirituale, sia in senso eucaristico liturgico. Nel discorso della Sinagoga di Cafarnao, riportato dall’evangelista Giovanni, Gesù dice: <<Io sono il pane di vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete>> (Gv 6,35). Qui il pane, fuori dal testo potrebbe avere un senso generale di adesione alla dottrina del Signore. specialmente se si pone in relazione con l’inizio del discorso in cui egli dice: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù rispose: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,26-29).

Allora gli dissero: <<Quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo>>.  Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6,32-33). Queste parole  preludono al principale contenuto del discorso in cui il senso eucaristico è molto chiaro, anche se alcuni restano scandalizzati dalle parole di Gesù: <<Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?». Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza?  E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.  E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio» (Gv 6,41-65).

XVI Congresso Eucaristico Nazionale Domenica 13 settembre 1959 – Solenne processione Eucaristica presieduta dal Card. Marcello Mimmi, Legato Pontificio

Tralasciando i testi dell’istituzione dell’Eucaristica (Mt 26,26-29; Mc 14,22-26; Lc 22,19-20; 1Cor 11,23-34) mi sembra opportuno ricordare alcuni momenti in cui si accenna alla Cena Eucaristica. L’evangelista Luca racconta l’incontro di Cristo risorto con i discepoli a Emmaus: <<Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista>> (Lc 24,30-31). Negli Atti, Luca stesso ci fa conoscere come scorreva la vita quotidiana della prima comunità cristiana:  <<Erano  assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore… lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo>> (At 2,42-48). Nella Didachè, scritta forse in Siria o in Egitto, tra la fine del I e il II secolo, l’autore ignoto, scrive: <<Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro>> (Did. 14,1).

Tertulliano, commentando la quarta petizione del Pater noster: dacci oggi il nostro pane quotidiano, scrive: <<E con quale buon gusto la sapienza divina ha modellato le varie parti della preghiera in modo che, dopo le realtà celesti, vale a dire dopo il nome di Dio, la volontà di Dio e il regno di Dio, ci fosse posto anche per chiedere quanto concerne i bisogni terrestri! D’altra parte il Signore aveva già esplicitamente dichiarato: Cercate dapprima il regno e allora vi saranno date in soprappiù pure queste cose (Mt 6, 33; Lc 12, 31).  Anche se dovremmo piuttosto intendere in senso spirituale il “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6, 11). È Cristo infatti il nostro pane, perché Cristo è vita e anche il pane è vita; ha detto: Io sono il pane della vita (Gv 6, 35), e poco prima: Pane è la parola del Dio vivente, che è venuto giù dal cielo (cfr. Gv 6, 33).


XVI Congresso Eucaristico Nazionale Domenica 13 settembre 1959 – Solenne Benedizione Eucaristica
impartita dal Card. Marcello Mimmi, Legato Pontificio, dal monumentale altare di Piazza G. Verga

Inoltre, siccome ha detto: Questo è il mio corpo (Mt 26, 26; Mc 14, 22; Lc 22, 19), noi riteniamo che nel pane ci sia il suo corpo. Pertanto chiedendo a Dio il pane quotidiano noi lo preghiamo di poter vivere sempre in Cristo e di non essere mai separati dal suo corpo. 3. Però, se pur interpretassimo in senso carnale queste parole, esse non potrebbero comunque perdere una dimensione religiosa in rapporto appunto al carattere spirituale della nostra dottrina. Gesù infatti ordina di chiedere il pane, cioè l’unica cosa necessaria ai suoi fedeli; di altri beni vanno alla ricerca invece i pagani (cfr. Mt 6, 32-33). Gli stessi valori Gesù cerca di inculcarli con esempi e di spiegarli con parabole, come quando dice: Forse che un padre toglie il pane ai figli per buttarlo ai cani (cfr. Mt 15, 26; Mc 7, 27)? O ancora: Forse che ad un figlio che gli chiede del pane, darà una pietra (Mt 7, 9; Lc 11,11)? Indica con chiarezza che cosa i figli si attendano dal padre. E anche quel tale che bussava di notte chiedeva del pane (cfr. Lc 11, 5). Giustamente poi ha aggiunto: Dacci oggi, perché prima aveva formulato questo invito: Non affannatevi per il domani chiedendovi che cosa mangerete (cfr. Mt 6, 34). Ad un tale ideale ha applicato ancora la parabola di quell’uomo che dopo un ottimo raccolto aveva progettato di costruire magazzini più grandi per passare in tranquillità lunghi anni, mentre stava per morire proprio quella notte (Lc 12,16-21)>> (Tertulliano, De Oratione,VI 1-4).

Tertulliano è stato una delle figure di maggior rilevo dell’antichità cristiana e il più vigoroso fra gli apologisti e i polemisti dei primi secoli, nonché il primo che tra i Latini tentò di elaborare il dato rivelato con l’impegno di una travagliata speculazione, creando pure un linguaggio teologico. Di Tertulliano non conosciamo l’anno della morte, ma sembra che compose le ultime sue opere all’inizio degli anni venti del III sec., così la sua morte va posta tra l’anno 223 e il 225.

Diac. Dott. Sebastiano Mangano

Già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania

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