Riforma della giustizia e rinnovamento etico

Sembra che alcuni ministri (esponenti politici) del governo Draghi abbiano dovuto ingoiare un boccone amaro, ma alla fine il Presidente del Consiglio, attraverso una sapiente mediazione, è riuscito a far passare nel Consiglio dei ministri la riforma della giustizia targata Marta Cartabia.

Vedremo poi cosa accadrà nel dibattito parlamentare. Ma intanto mi sembra utile fare due osservazioni generali. In primo luogo, una riforma che migliori il sistema giudiziario, per renderlo più efficiente e rispondente alle legittime attese dei cittadini, è sempre la benvenuta, anche se potrà essere sempre perfettibile. Già all’inizio degli anni ’90, la CEI mentre denunciava “una produzione legislativa pletorica e incoerente”, che alla fine provocava intasamenti giudiziari e “una generale sfiducia nella legge”, allo stesso tempo lanciava un forte appello a favore di “una legislazione efficace, non farraginosa, non ambigua, non soggetta a svuotamenti arbitrari” (Educare alla legalità, 9). 

Tuttavia, nessuno si può illudere che anche la riforma della giustizia rispondente ai criteri più nobili del bene comune, da sola possa bastare a rigenerare e a rilanciare il sistema giudiziario italiano (o di qualsiasi altro Paese). E infatti, la stessa ministra Cartabia, con molta acutezza, qualche tempo fa, ha dichiarato che la riforma, per produrre gli effetti sperati nella vita sociale del nostro Paese, deve essere accompagnata da un impegno etico personale. Evidentemente si tratta di un rinnovamento, che deve toccare tutte le categorie sociali (partendo dagli stessi magistrati, dai politici, da coloro che hanno responsabilità istituzionali, fino all’ultimo dei cittadini).

E negli ultimi giorni anche altri eminenti esponenti della magistratura hanno espresso concetti simili. Il legame tra legalità e moralità è un punto fermo della Dottrina sociale della Chiesa: l’autentica legalità trova la sua motivazione radicale nella moralità profonda dell’uomo e nel suo vivo senso dell’etica. E’ come dire che la legge non si osserva per la paura di essere puniti, ma perché se ne sono assimilati i valori: non rubo perché posso finire in galera, ma perché sono convinto che è giusto rispettare la proprietà degli altri.  Giovanni Paolo II aveva sottolineato “l’urgenza di un grande recupero di moralità personale e sociale”. E aggiungeva: “urge un recupero di legalità! Da una restaurata moralità sociale a tutti i livelli deriverà un nuovo senso di responsabilità nell’agire pubblico”.

Papa Francesco su questa stessa lunghezza d’onda ammonisce: “già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica”, e conclude: “è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco” (Fratelli tutti, 113). La seconda osservazione riguarda il nesso tra riforma della giustizia – rinnovamento etico e prosperità economica. Infatti, una giustizia che non procede con tempi biblici, ma con ritmi ragionevoli e adeguati, una giustizia che sa comminare pene certe, aiuta il progresso economico. Il legame tra economia sana-valori morali-giustizia efficiente era stato messo in luce dall’abate Antonio Genovesi (1713-1769), fondatore dell’economia civile. A Genovesi era stata affidata la prima cattedra di economia politica in Europa, istituita presso l’Università Federico II di Napoli nel 1754. Per Genovesi, l’economia è da intendersi come “economia civile”, ovvero “scienza del ben vivere sociale”, e comprende le  regole per cui una nazione può diventare “popolata, ricca, potente, saggia […]”.

Ma tutto ciò non può prescindere dalla virtù. Scrive Genovesi: “Sopra tutto sono ostinato nel credere non vi potere essere economia, né politica, né arte, né industria, né nulla di bene, dove non vi sia una soda e rischiarata virtù”. E sottolinea che la stessa virtù non può radicarsi nella vita sociale senza il supporto forte di una seria cultura della legalità alimentata dall’appoggio della buona politica. Infatti la virtù non può “allignare, dove non sieno delle buone leggi, e rigidamente osservate”.

Queste sono le basi necessarie affinché ogni società possa ragionevolmente programmare il suo sviluppo economico e prefiggersi la realizzazione della felicità delle persone, che è lo scopo di ogni buon governo, come già scriveva Aristotele. E Genovesi ribadisce: “E’ inutile di pensare ad arte, a commercio, a governo, se non si pensa a riformar la morale”.

Anzi, bisogna dire di più, e cioè che senza un autentico rinnovamento etico, personale e comunitario, sia l’economia come la politica sono destinate al fallimento: “Non v’è niente di più vero nelle cose umane, quanto questa Massima: ogni politica, ogni economia, che non è fondata sulla giustizia, sulla virtù e sull’onore, distrugge sé medesima”.

Il rinnovamento etico, che può fare da fondamento alla vera riforma della giustizia, presuppone che tutte le agenzie educative (dalla famiglia, alla scuola alla comunità ecclesiale ecc.) mettano mano a un serio lavoro di formazione delle coscienze alla vita buona: impegno pedagogico difficile ma esaltante.

Don Piero Sapienza

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