Favole, suggestioni, visioni e la poesia di Franco Scaldati al Cortile Platamone di Catania con “Pinocchio” nell’adattamento di Livia Gionfrida, per “Evasioni 2021”

I protagonisti della pièce- Foto Antonio Parrinello

Sicuramente, aleggiando dall’alto, l’autore del testo (rimasto incompiuto), il visionario, maestro e drammaturgo palermitano Franco Scaldati ha condiviso ed applaudito l’operazione compiuta dalla regista Livia Gionfrida e dallo “Stabile” di Catania che, nell’ambito della rassegna “Evasioni 2021”, hanno proposto al Cortile Platamone “Pinocchio” di Franco Scaldati, libero adattamento, regia e costumi di Livia Gionfrida, siciliana che vive in Toscana e  nel 2018 ha ricevuto il Premio della Critica – A.N.C.T. per “la straordinaria densità culturale ed emotiva delle opere” e per “il coraggio, nell’estrema fedeltà alla propria poetica, di mettersi alla prova ogni volta in nuovi campi della ricerca”.

La pièce, prodotta in collaborazione con il Teatro Metropopolare, in circa 75 minuti, con in scena sei scatenati, camaleontici e surreali interpreti, tra luminarie, carri funebri e siciliani, piroette, marionette, personaggi ambigui e stralunati, feroci e teneri, è un collage di emozioni, di sogni, di buio e luce, di interrogativi, di ironia, di lotta per sopravvivere, di brutalità e miserie umane e si allinea a quanto raccontava nella sua interessante produzione lo scomparso drammaturgo palermitano Franco Scaldati.

Una scena -Foto Antonio Parrinello

In scena, con variopinti costumi circensi, tra una luminaria in alto, un carretto siciliano e uno funebre, tra gli umori comici e tragici di Franco Scaldati, la violenza degli emarginati, l’incanto della natura e la sessualità, il delirio del sogno, la poesia del teatro, il mistero della morte, gli interrogativi su tutto, sfila una sgangherata umanità, in una Sicilia dai mille volti, in un mondo fiabesco dove uomini, fate, pupi e animali cercano la loro dimensione e di barcamenarsi nella violenta lotta alla sopravvivenza. Il “Pinocchio” di Scaldati e della Gionfrida, interpretato dal dinamico e vivacissimo Domenico Ciaramitaro, è un ragazzo siciliano, sfrontato e curioso, nato e cresciuto in un ambiente violento, in cui vince sempre il più forte e il più furbo. Con lui in un Carro di Tespi ci sono altre figure che, come dei fantasmi, dei sogni, popolano la surreale storia, interrogandosi sull’oggi, sul futuro, sulla luna, sulla notte e sulla morte.

Gli interpreti di “Pinocchio” – Ph. Antonio Parrinello

La regista Livia Gionfrida ha lavorato d’impegno sul “Pinocchio” incompiuto di Franco Scaldati, introducendo, però, nella realizzazione dello spettacolo troppi elementi, troppe suggestioni e sogni per rispettare e per più avvicinarsi alla filosofia, alla scrittura, alle atmosfere di Scaldati, finendo in alcuni tratti per appesantire lo svolgimento della pièce. Il lavoro, che ricalca la mitica storia del burattino collodiano, interseca nel testo incompiuto del visionario drammaturgo palermitano frammenti delle sue opere (“Il pozzo dei pazzi”, “Totò e Vicè”, “Lucio”, “Assassina”, “La notte di Agostino il topo”), incantando, affascinando, ma anche disorientando, a volte il pubblico, alle prese con sogni, interrogativi, immagini surreali. Da brividi, ad inizio spettacolo, il richiamo al maestro palermitano dell’attrice Aurora Quattrocchi – nei panni di una Fata Turchina ammiccante e fascinosa, madre, strega ed angelo custode autoironico – che lo evoca dicendo: “Francuzzu hai fatto bene ad andartene, questo non è più tempo di poesia, di poeti. Oggi c’è solo immondizia”. Nel finale poi – sullo sfondo la scena del pescecane predatore che soffre di solitudine – la voce dello stesso Scaldati evoca l’apparizione di irridenti fantasmi, spiriti e commedianti capaci di giocare e perdersi e con la sua forte e raffinata poesia congeda il pubblico.

Applausi finali- Foto antonio Parrinello

Accanto alla Fata Turchina e a Pinocchio, di cui abbiamo già detto, in scena fanno parte della strampalata compagnia di guitti di Mangiafuoco, crudele affarista (un risoluto Cosimo Coltraro), il Geppetto fuori dagli schemi, con tanto di gobba e sopraffatto dalle cattiverie altrui (reso con delicatezza e tormento da Manuela Ventura) e poi la duttile primattrice, ora gentile ora nervosa, della convincente Alessandra Fazzino e la scatenata e misteriosa Serena Barone, capace anche di incantare con il suo numero di burattino. In scena tutti questi “spirdi cummirianti”, in una Sicilia arcaica, cruda e tragicomica, ad ogni replica scompaiono nell’aria e raccontano la stessa storia del Pinocchio di Collodi, incarnando molteplici ruoli, in un continuo susseguirsi di registri e tipi, portandosi dietro la fame, i sogni, la morte, la richiesta di aiuto alla Natura.

Spettacolo surreale, poetico che, grazie alle convincenti interpretazioni degli attori, in un dialetto scaldatiano ricco di accenti soprattutto palermitani e catanesi ed al grande impegno della regista che cerca di accostare il suo allestimento alla produzione del maestro Franco Scaldati, nonostante qualche pausa e lungaggine nel percorso drammaturgico, regala una serata ricca di suggestioni, di mistero e di interrogativi ed alla fine l’intera operazione raccoglie gli applausi del pubblico. Si replica ancora al Palazzo della Cultura di Catania fino a domenica 18 luglio.

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Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, ha collaborato per oltre venticinque anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggiquotidiano.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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