Doppio appuntamento al Castello Ursino di Catania per l’associazione “Terre forti”, in scena un gioco teatrale ed il dramma delle fitte ragnatele delle verità negate

Una scena di "Mao, Belzebù e il Padreterno"

Dal gioco teatrale, ma dai profondi significati, al dramma, al travaglio delle coscienze per le verità negate, per le morti che aspettano ancora giustizia, per le tante figure ancora avvolte in una oscura ragnatela. Questi i temi, gli argomenti della due giorni di prosa svoltasi lo scorso sabato e domenica, alla Corte del Castello Ursino di Catania, proposta dall’associazione culturale “Terre forti”, guidata dall’attore, regista e autore catanese Alfio Guzzetta, nell’ambito del cartellone “Catania Summer Fest 2021”, organizzato dall’Amministrazione comunale.

Una scena di “Mao, Belzebù e il Padreterno”

Il primo spettacolo proposto da “Terre forti” è stato “Mao, Belzebù e il Padreterno” di Nino Greco, un gioco teatrale, un’azione goliardica che nasce dall’esigenza di raccontare con leggerezza problemi e contesti che, quotidianamente, affliggono la nostra esistenza. Si tratta di un gioco a tratti amaro, proposto con un pizzico di distacco, di ironia e di sano divertimento. Al centro della vicenda, interpretata con brio e leggerezza, la figura di Mao che finisce il soggiorno terreno e al momento del distacco è costretto a passare al vaglio della giustizia divina. Il Padreterno è buono e interpreta a modo proprio la rivoluzione maoista facendo santo il nostro eroe. Non tutti, però la pensano allo stesso modo e ciò porta a qualche scontro. In scena si presenta anche il diavolo che avanza i suoi diritti su Mao, suscitando un  dibattito che, tra il serio e il faceto, che evidenzia istanze che l’uomo, dalla sua nascita, porta avanti.

In primo piano Letizia Tatiana Di Mauro e Alfio Guzzetta

Alla fine, tra le rivendicazioni del Diavolo, le parole di chi sottolinea che gli stessi “Pensieri” di Mao ed il suo libretto sono stati strumentalizzati ed usati per altri scopi, con amarezza – sia il Padreterno che Belzebù – si dimettono dal loro compito, il primo deluso dal comportamento dell’uomo sulla terra ed il secondo perché riconosce che ha ben poco di diabolico da fare in quanto le vere diavolerie sono sulla Terra e non all’inferno. Attraverso la vena ironica, comica ed allo stesso tempo amara del dialetto siciliano, la pièce induce il pubblico a riflettere sui momenti utopici della storia dell’uomo e di chi ha vissuto un ideale e per questo ha lottato tutta una vita. Quanti, però, di questi ideali hanno mantenuto lo spirito iniziale e quanti, alla fine, non sono stati stravolti da interessi di potere?

Nello spettacolo, godibile ed apprezzato dal pubblico, con l’agile regia di Alfio Guzzetta (nei panni anche di uno stanco e deluso Padreterno), si sono ben disimpegnati nei vari ruoli della pièce Carmelo Catania, Letizia Tatiana Di Mauro, Nino Patanè, Gaetano Gullo, Pinella Calogero, Orazio Patanè, Maria Valentina Patanè e Gregorio Lui (chitarra e voce).

Tema più coinvolgente e profondo, nel secondo spettacolo, “Aracneide”, novità di Alfio Guzzetta,  testo che racconta gli intrighi, le ragnatele e l’attesa di giustizia delle vittime di alcuni episodi accaduti in Sicilia dal secondo dopoguerra in poi. “Aracneide”, emblema dell’intrigo, parla di storie di giustizia negata. “Aracne – sottolinea l’autore – tesse una continua ragnatela dove rimangono imprigionate le verità che non devono essere svelate e più si cerca di districarle, più rimangono nascoste. E le tante tragedie hanno prodotto centinaia di morti, ma di cui non sono stati ancora liberati i fantasmi che li hanno prodotti. Come in uno spazio irreale, una sorta di Limbo, si muovono le anime che, tutt’ora, rimangono in attesa della Verità”.

Una scena di “Aracneide”Foto di Pinella Calogero

Su una scenografia essenziale (con una piccola fontana con l’acqua che scorre, due panche foderate di giornali, dei praticabili e una rete-ragnatela che domina), in una immaginaria stazione ferroviaria, uno spazio dell’attesa, troviamo un uomo seduto, con la pipa accesa, che sembra aspettare, un viaggiatore con una valigia, un ombra e delle figure di donne che poi diventano coro, vittime, fantasmi che chiedono giustizia, avvolti, impigliati sempre in una fitta ragnatela. La pièce, in circa 50 minuti, tra le riflessioni, i rimorsi, le attese, del viaggiatore e dell’uomo con la pipa, mette in evidenza – anche attraverso i brani eseguiti da Gabriella Rodia – delle figure raggomitolate, che aspettano da anni risposte, delle vittime di cui la storia non vuole parlare, di cui non vuole sapere. Il lavoro, quindi, parla dei fatti accaduti a Palermo nell’ottobre del 1944 nell’attacco della divisione Sabauda contro i dimostranti comunali, delle vittime di Comiso, di Portella della Ginestra nel 1947, di Mussomeli e del DC 9 abbattuto nel 1980 sui cieli di Ustica.

Tra parole, pause, appassionati brani musicali e coreografie, si mette il pubblico davanti al dramma delle vittime che non hanno mai avuto giustizia e che, imprigionate da una fitta ragnatela di omissioni e silenzi, non hanno mai visto emergere la verità. Nel lavoro di Alfio Guzzetta emergono proprio “quelle vittime che continuano a morire ogni giorno” ed il pubblico si ritrova quindi a riflettere sulle dimenticanze, sulle ragnatele che continuano ad imprigionare la verità. L’anaro e dolente atto unico si chiude, comunque con uno sguardo positivo al domani: “Non c’è nuttata ca finisci o scuru ca nautru suli l’indomani aggiorna”.

Da sinistra: Alfio Guzzetta, Letizia Tatiana Di Mauro e Gabriella Rodia Foto Pinella Calogero

Alla fine applausi per la pièce e per i protagonisti Alfio Guzzetta (il viaggiatore con la valigia, disperato e stanco), Giovanni Calabretta (l’uomo seduto con la pipa accesa), Letizia Tatiana Di Mauro (l’ombra che emerge alle spalle), Gabriella Rodia (voce ed interprete dei profondi brani musicali) e il Centro professionale di Danza Eventi d’Arte Catania con Michelangela Cristaldi, Tiziana Cavaleri, Tecla Guzzardi. Tutti abili nel rappresentare i misteri, i silenzi, le sofferenze di tanti fantasmi che ancora aspettano verità e giustizia. Le musiche sono di Gregorio Lui (chitarra) supportato da Ferdinando Lui (percussioni), le coreografie sono di Michelangela Cristaldi, la regia di Alfio Guzzetta.

Diventa il primo a commentare

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*