Le Celebrazioni dell’Epifania del Signore nell’itinerarium Egeriae nei luoghi Santi

Betlemme -Interno della Basilica Costantiniana della Natività

San Girolamo (347–419)), che visse l’ultima parte della sua vita a Betlemme in una grotta, accanto a quella dove nacque Gesù, nel 386 scrisse a Marcella, a nome di Paola ed  Eustochio,  illustrandole il fascino della Terra Santa ed esortandola a lasciare Roma e ad unirsi ai suoi vecchi amici a Betlemme: <<Sarebbe troppo lungo elencare anno per anno, dall’Ascensione del Signore e fino ad oggi, tutti i vescovi, i martiri e le persone esperte in dottrina ecclesiastica, che sono venuti a Gerusalemme, nella convinzione che, mancando qualcosa alla loro fede e alla loro scienza, non avrebbero potuto conseguire – a dir così – il massimo della perfezione, se non avessero adorato Cristo in quegli stessi luoghi nei quali il Vangelo aveva cominciato a risplendere dalla Croce… Le persone più rappresentative in tutto il mondo qui si ritrovano insieme… Dalla Gallia i migliori vengono qui, i Britanni… se hanno progredito nella vita spirituale, abbandonano la loro terra… e raggiungono questo luogo, che conoscono solo per fama e per tramite le Scritture. E che dire degli Armeni, dei Persiani e delle popolazioni dell’India, dell’Etiopia, del vicino Egitto ricco di monaci, del Ponto, della Cappadocia, della Celesiria, della Mesopotamia e di tutti gli altri paesi dell’Oriente?>> (Ep. 46.9-10).

La grotta di San Girolamo a Betlemme

Sono ben pochi gli scritti patristici composti da mano femminile che possiamo leggere: a prescindere da qualche lettera di vergini, pervenutaci tramite epistolari maschili. Faltonia Betizia Proba, una dama dell’alta nobiltà romana,  intorno al 367/370 compose un Carmen sacrum, in esametri virgiliani, che canta i momenti salienti della storia della salvezza. Dobbiamo ricordare e soffermarci, però, sul racconto straordinario di un pellegrinaggio in Terra Santa, l’Itinerarium Egeriae, realizzato da una donna dal 381 al 384.

La Grotta della Natività con l’Altare dei Greci  Ortodossi

Questo manoscritto, l’Aretinus VI,3, redatto nell’abbazia di Montecassino nell’XI sec., che lascia ancora oggi molti problemi irrisolti, è stato scoperto nel 1884 dallo storicoarcheologo Gian Francesco Gamurrini (18351923) nella biblioteca della Fraternità Laica di Santa Maria ad Arezzo. Quest’opera, che si presenta come il diario di un anonimo, che ha fatto un pellegrinaggio nell’Oriente cristiano, pur essendo mutilo al principio e alla fine, si articola in due parti: la prima è il diario, che descrive quattro itinerari compiuti da una pellegrina: in primo luogo al monte Sinai, <<la montagna santa, la montagna di Dio>> (1,2) da dove <<scorgevano… l’Egitto, la Palestina, il Mar Rosso, il  Mare Partenico che si estende tra l’Egitto e Cipro>> (4,7), con il Roveto Ardente dove Dio disse a Mosè: <<Sciogli i lacci dei tuoi calzari, perché il luogo nel quale stai è terra santa (Es 3,5)>> (3,5); nella penisola Arabica con ritorno a Gerusalemme, attraverso l’Egitto; poi al Monte Nebo, <<da dove era visibile una grandissima parte della Palestina e anche la regione del Giordano>> (12,5), e dove Mosè morì e <<fu deposto dagli angeli…fino a tutt’oggi non si mostra la tomba dove fu sepolto>> (12,2); e poi ancora in Idumea, a Carneas, paese di Giobbe; e infine in Mesopotamia, l’attuale Irak. Un viaggio, quest’ultimo, nei luoghi che ricordano Abramo e la sua uscita da Ur dei Caldei, e che vede la pellegrina passare attraverso le città di Antiochia, Batnis, Edessa, Charris, per poi tornare a Costantinopoli, dopo aver percorso da sud a nord l’Asia Minore, passando per Tarso, la città natale dell’apostolo Paolo, per Selucia di Isauria e per Maalula per <<giungere a S. Tecla e pregare presso la tomba della Martire, dopo aver letto gli Atti di Santa Tecla>> (23,1.5), e da qui, prima   lungo la costa e poi, per via interna, arrivò nelle regioni della <<Cappadocia, della Galazia e  della Bitinia>>, per giungere a Calcedonia, dove si fermò <<per visitare il famosissimo martyrium di santa Eufemia>> (23,9) e, finalmente, a Costantinopoli, la seconda Roma, capitale dell’Oriente.

Tutto il racconto, ricco di notizie topografiche, geografiche e archeologiche, ci fornisce una quantità eccezionale di dati concernenti fiumi, province, regioni, centri abitati, città fortificate, monti, valli, strade, mansiones, cioè posti di sosta lungo le strade, monasteri, monumenti, rovine, tombe dedicate a martiri, chiese e basiliche; inoltre ci dà notizie di personaggi, di usi e di abitudini. Non meno interessanti sono i cenni al numero delle tappe di viaggi perché consentono di ripercorrere con precisione il cammino fatto e le distanze coperte, qualche volta con la misura del giorno. Non manca qualche bella descrizione dei luoghi: la terra di Gessen, lungo le rive del Nilo in Egitto, si snoda <<tra viti che producono vino e viti che producono balsamo, tra frutteti, campi ben coltivati e giardini bellissimi… tra poderi molto fertili che un tempo erano stati luoghi di residenza dei figli di Israele>> (9,4). L’autrice menziona pure i mezzi usati per procedere o in sella ad una cavalcatura o a piedi: <<Aiutata dalle preghiere degli uomini santi che ci accompagnavano – scrive la pellegrina – procedevo con grande fatica, poiché era necessario che salissi a piedi … pur tuttavia non avvertivo la stanchezza… perché vedevo compiersi il desiderio che avevo, secondo la volontà di Dio. Pertanto all’ora quarta giungemmo alla sommità della montagna santa di Dio, il Sinai, là dove è stata data la Legge, ossia là dove discese la Maestà del Signore, nel giorno in cui il monte fumava tutto>> (3,2). Per la salita al monte Nebo, dopo essersi ristorati nel monastero con <<l’acqua che il santo Mosè diede ai figli di Israele in questo deserto… continuammo il nostro cammino verso il monte.  Anche molti di quei santi monaci che vivevano nei pressi dell’acqua… si degnarono di fare con noi l’ascensione al monte Nebo… per la maggior parte… al dorso d’asino. Solo un piccolo tratto era troppo scosceso e lo si doveva affrontare a piedi, faticosamente; e così anche noi lo facemmo>> (11,2-4).

La Carta di Madaba, parte del pavimento a mosaico nella chiesa bizantina di San Giorgio a Madaba – Giordania

La seconda parte del diario riporta la liturgia cristiana celebrata a Gerusalemme e l’istruzione che in quella Chiesa veniva impartiva a coloro che entravano a far parte della comunità ecclesiale. Un dato importante, che dà modo di stabilire il tempo del soggiorno di Egeria a Gerusalemme, sarebbe il riferimento al vescovo di quella Comunità, Cirillo (+387), autore delle Catechesi battesimali e  mistagogiche, indirizzate ai catecumeni e ai neobattezzati della sua Chiesa. L’autrice si sofferma dapprima a parlare del ritmo della settimana, con gli Uffici delle singole Ore, per poi rivolgersi all’anno liturgico, scandito dalle grandi feste che ripercorrono nei dodici mesi i fatti salienti della vita di Cristo: dall’Epifania (25,6), giorno nella quale in Palestina in quel tempo si faceva memoria dell’incarnazione del Verbo e quindi della nascita di Gesù, alla Presentazione al Tempio (26), dalla Quaresima (27) alla “Grande Settimana” (30), dalla Pasqua (39) all’ottava di Pasqua (40), dalla Pentecoste (43) al tempo liturgico che la segue (44). Feste celebrate in tutte le Chiese, ma che, a seconda dei luoghi e delle diverse tradizioni, assumevano caratteri differenti, come dimostra la descrizione fatta da Egeria di Gerusalemme. Per i giorni che seguivano immediatamente la Pasqua vengono nominati espressamente gli edifici in cui avevano luogo le liturgie, non solo della città, ma anche di Betlemme; sono descritte le processioni che ogni giorno avvenivano, le preghiere recitate, gli inni cantati, i passi evangelici che quotidianamente il vescovo e i suoi sacerdoti leggevano con i neofiti, cioè con coloro che erano stati appena battezzati, i luoghi in cui avvenivano. Una parte del testo è dedicata ai contenuti e alle circostanze della preparazione al Battesimo a Gerusalemme. Sono fornite precise informazioni sui momenti più significativi del catecumenato, che si svolgeva durante la Quaresima e la “Grande Settimana” a cui seguivano, dopo il rito d’iniziazione, le catechesi post-battesimali per svelare al neofita <<i misteri più segreti di Dio>> (46,6), cioè l’ordinamento di Sacramenti perché, prima di ascoltare la spiegazione relativa, occorreva averne esperienza.

I Re Magi – affresco dalle Catacombe di Priscilla – II.-V sec.

Al di là dei tanti interrogativi che rimangono senza risposta, ci troviamo dinanzi ad un testo che offre una serie di dati e di notizie che ci danno la possibilità di conoscere la vita di quel tempo, i modi di viaggiare, i costumi degli uomini, in certi tratti l’aspetto del territorio, naturale e umano, l’organizzazione delle Chiese dell’Oriente cristiano, i loro riti, le loro feste, le loro preghiere. Questo scritto ci offre pure tanti indizi circa la psicologia di chi lo ha redatto: innanzi tutto ci mostra una donna che gode di una notevole libertà e indipendenza per il tempo in cui vive e per il sesso a cui appartiene, è dinamica e vuole conoscere, constatare, toccare con mano, generosa nei rapporti con gli altri; non è frenata dalla difficoltà e dalla fatica, anzi da queste è stimolata.

Di questo diario ci rimane tutto il valore di un testo molto antico, scritto probabilmente a Gerusalemme nel 384, mentre l’autrice aveva in animo di intraprendere un nuovo viaggio, <<nel nome di Cristo nostro Dio>>, verso Efeso <<per pregare sul martyrium del santo e beato apostolo Giovanni>> (23,10).

L’Itinerarium Egeriae, che è il diario di un pellegrinaggio e non di un viaggio, per le condizioni materiali in cui si è svolto e per la sua stessa durata, necessitava di larghi mezzi finanziari. L’autrice, probabilmente una vergine consacrata, appartenente ad una classe sociale elevata, ovunque arrivava era ricevuta con riverenza e ancor più, come essa stessa scrive, veniva dotata anche di una scorta militare quando il  percorso del suo pellegrinaggio appariva insicuro: <<Da Clysma, ossia dal Mar Rosso, fino alla città d’Arabia, vi sono quattro tappe da fare attraverso il deserto; un deserto dove tuttavia di tappa in tappa si trovano distaccamenti di soldati e ufficiali che ci scortavano sempre da un forte all’altro (7,2)… Da quel luogo congedammo i soldati che ci avevano fatto da scorta in nome dell’autorità romana, fin tanto che avevamo camminato per luoghi insicuri; ma ora non era più necessario incomodare i soldati, poiché la via che attraversa la città dell’Arabia conducendo dalla Tebaide, (il deserto dove era vissuto il grande anacoreta Antonio (251357),  a Pelusio è una via pubblica dell’Egitto>>  (9,3).

Circa la nazionalità di Egeria, che probabilmente era originaria della Spagna, per il Gamurrini e altri dopo di lui, che si facevano  forti di un’osservazione del diario relativa al modo impetuoso con cui scorre l’Eufrate paragonato al Rodano, ritennero di identificarla con una  donna originaria della Gallia del sud o che almeno le persone a cui era destinato il suo testo conoscessero il Rodano e non abitassero lontano dal <<grande fiume Eufrate… che scorre impetuoso allo stesso modo del fiume Rodano, con la differenza che l’Eufrate è ancora più grande>> (18,2).

La porta dell’umiltà della Basilica della Natività – Betlemme

Egeria, nel suo diario, mette in rilievo anche lo splendore e la preziosità degli oggetti che ornavano le chiese di Gerusalemme in occasione della festa dell’Epifania. L’ammirazione che traspare dalle sue parole fa supporre  che ben minore fosse il decoro delle chiese della terra da cui veniva. Non per nulla a Gerusalemme, come a Roma e altrove l’intervento dell’imperatore e di Elena sua madre aveva lasciato una traccia rilevante: <<…Benedetto colui che viene nel nome del Signore e ciò che segue. E poiché a causa dei monaci che vanno a piedi bisogna procedere lentamente, si arriva a Gerusalemme in quell’ora in cui le persone incominciano a riconoscersi, cioè quando è già un po’ chiaro, prima però che faccia giorno.

Subito dopo che si è giunti, il vescovo entra nell’Anastasis e tutti con lui: ivi le lampade risplendono già in modo straordinario. Si dice un salmo, si recita una preghiera, quindi il vescovo benedice prima i catecumeni, poi i fedeli. Il vescovo si ritira e il vescovo torna al proprio alloggio per riposare. I monaci, però, rimangono fino a giorno fatto e recitano inni.

Quando si è ristorati, all’inizio dell’ora seconda (ore 7-8) tutti si radunano nella chiesa maggiore, che è al Golgota. Quale sia in quel giorno lo splendore della chiesa, all’Anastasis, o alla Croce o a Betlemme, è superfluo dire. Non si vede altro che oro, gemme, sete; se guardi i paramenti, sono in seta ricamata con oro. In quel giorno ogni genere di oggetti usati per il culto è d’oro tempestato di pietre preziose. Quanto poi al numero e al peso delle torce di cera, dei candelabri, delle lucerne, dei differenti arredi per il culto, come può essere valutato o descritto?

E che cosa posso dire dello splendore degli edifici stessi delle chiese che Costantino, con la sovrintendenza di sua madre, utilizzando le risorse del suo impero, abbellì con oro, mosaici, marmi preziosi: tanto la chiesa maggiore dell’Anastasis, la croce e gli altri luoghi santi di Gerusalemme? Ma per tornare al nostro argomento, nel primo giorno si celebra la Messa nella chiesa maggiore, quella che sorge sul Golgota. E le prediche, le letture, gli inni, tutto è appropriato alla festività. Quando poi è avvenuto il commiato dalla chiesa, si va all’Anastasis, con inni, secondo la consuetudine: così il congedo ha luogo attorno all’ora sesta (ore 11-12).

In quel giorno il lucernare si fa secondo l’uso di ogni giorno. Il giorno dopo, similmente, ci si reca alla chiesa del Golgota; e così anche il terzo giorno. Per tre giorni quindi si celebra questa festa solenne nella chiesa costruita da Costantino, fino all’ora sesta. Il quarto giorno con il medesimo splendore e le stesse celebrazioni la liturgia si svolge all’Eleona, cioè nella chiesa molto bella che sorge sul Monte degli Ulivi, il quinto giorno al Lazarium, che si trova a circa 1500 passi da Gerusalemme, il sesto a Sion, il settimo all’Anastasis; l’ottavo giorno alla Croce. Così dunque per otto giorni, questa festa solenne è splendidamente celebrata in tutti i luoghi santi che ho appena nominato.

La Basilica del Santo Sepolcro – Gerusalemme

Anche a Betlemme, durante l’ottava, ogni giorno i sacerdoti, tutto il clero del luogo e i monazontes che ivi risiedono celebrano la medesima festa solenne con eguale splendore. Infatti dall’ora in cui tutti ritornano a Gerusalemme nella notte insieme al vescovo, nella chiesa di Betlemme i monaci del luogo, quanti sono, non cessano di vegliare fino all’alba, dicendo inni e antifone. Il vescovo, da parte sua, durante questi giorni deve rimanere sempre a Gerusalemme. Per la solennità e per la festa di quel giorno una grandissima folla si raccoglie nella città da ogni luogo, non solo monaci, ma anche laici, uomini e donne>> (Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa, 25,6-11, Città Nuova Editrice, 1985, pag. 142-143).

Da quanto Egeria scrive, a proposito dell’Epifania, a cominciare dagli uffici liturgici particolarmente solenni  celebrati a Betlemme, si capisce che la festa commemorava in primo luogo il mistero della nascita del Signore, dell’Incarnazione del Verbo. Tale è il significato più antico dell’Epifania, che è una festa di origine orientale come indicato dal vocabolo greco Epifaneia, mentre il Natale, celebrato il 25 dicembre, è di origine occidentale romana, ed è stato introdotto in Oriente non prima del 385-390, in anni dunque immediatamente successivi a quelli del pellegrinaggio di Egeria. Il Natale, che probabilmente è la cristianizzazione della celebrazione pagana del Sol Invictus, produsse lentamente una variazione di senso della festa dell’Epifania: giacché essa, pur conservando il carattere di celebrazione dell’Incarnazione, ne mise in luce alcuni aspetti, tra i quali prevalse l’adorazione dei Magi raccontata dall’evangelista Matteo (2,1-12), la cui testimonianza raffigurata più antica è in un affresco delle catacombe di Priscilla.

  Diac. Dott. Sebastiano Mangano

Già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere dell’’Università di Catania

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