Fulgenzio, Vescovo di Ruspe: “La Chiesa unificata dallo spirito parla tutte le lingue”

Fonte quasi unica è la Vita S. Fulgentii, attribuita con unanime consenso degli studiosi a Ferrando, diacono cartaginese morto nel 546 circa, che fu discepolo di Fulgenzio e che lo seguì  nell’esilio in Sardegna. Ferrando fu monaco nel monastero fondato da Fulgenzio a Cagliari. Questa vita del santo vescovo fu composta subito dopo la sua morte, quindi nel 533. Altre notizie di se stesso, anche se poche, Fulgenzio ce li fornisce nelle sue lettere.

Fulgenzio Claudio Gordiano, che nacque a Telepte nella provincia Bizacena (attuale Medinet-el Kedima, in Tunisia)  nel 467 circa, era di nobile famiglia senatoriale. Dalla madre Marianna, rimasta vedova, ebbe una profonda educazione religiosa ed una accurata formazione culturale degna del suo stato, estesa cioè alla lingua e alla letteratura greca: parlava perfettamente il greco e conosceva a memoria Omero. Ancora giovane Fulgenzio, pur conducendo sempre una fervorosa vita cristiana, fu nominato procuratore delle imposte. La lettura di una omelia di Agostino d’Ippona sul Salmo 36, lo indusse ad interrompere la carriera statale e ad intraprendere la vita monastica, che praticò esemplarmente, fra molte peripezie, in vari luoghi dell’Africa, della Sicilia, anche se per un tempo breve, e poi nuovamente in Africa.  Nel 500 fu a Roma. Ritornato in Africa fu ordinato presbitero e poi, vincendo la sua riluttanza, nel 507 circa   vescovo di Ruspe, una piccola città portuale della Bizacena. Continuò anche da vescovo un austero tenore di vita. In seguito il re dei Vandali Trasamondo (496-523), ariano e sostenitore degli ariani, lo esiliò in Sardegna con altri 60 vescovi. L’esilio non sminuì la sua attività pastorale: fondò un monastero a Cagliari, lavorò intensamente nella cura d’anime e fondò anche un monastero secondo la regola dettata da Agostino d’Ippona

Per la grande stima che si era acquistata con la sua dottrina e la sua vita ascetica, nel 516 fu chiamato a Cartagine quale capo di una commissione  cattolica che doveva sostenere una disputa contro i teologi ariani del re. In essa  si segnalò notevolmente e trionfò sugli Ariani che lo fecero di nuovo esiliare in Sardegna. Nel 517 poté tornare a Ruspe. Solo nel 523, con il nuovo re dei Vandali Ilderico, successo a Trasamondo,  cessarono i tentativi di arianarizzare i cattolici, e quindi Fulgenzio poté finalmente riprendere il suo posto. Negli ultimi dieci anni di vita non fu più molestato dalle autorità statali.

Il significato storico di Fulgenzio non è nel valore della sua speculazione, ma nella fedeltà  con cui espone e diffonde la dottrina agostiniana. Egli, nelle sue opere, si oppone al semipelagianesimo e all’arianesimo, cioè alla religione delle tribù germaniche dominanti. La sua prima opera antiariana sembra collegata alla disputa teologica per la quale era stato richiamato dall’esilio della Sardegna dal re Trasamondo.

Il Contra Arianos liber unus (Il libro contro gli Ariani) risponde infatti ai problemi posti da Trasamondo. Subito dopo compose Ad Thrasamundum regem Vandalorum libri tres (Tre libri al re dei vandali Trasamondo), che rispondono più dettagliatamente alle obiezioni del re alle quale rispose il vescovo di corte di fede ariana, e Fulgenzio ribatté con l’Adversus Pintam liber unus (Il libro contro Pinta), ora perduto. Un suo scritto sullo Spirito Santo, il De Spiritu Sancto ad Abragilam presbyterum commonitorium parvissimum è forse da identificare con uno scritto pervenutoci anonimo, stampato con il titolo di Adversus Pintam. L’opera Contra sermonem Fastidiosi ariani ad Victorem  (Contro l’omelia dell’ariano Fastidioso a Vittore) si occupa dei frequenti <<furti spirituali>> dell’ariano nominato. I dieci libri Contra Fabianum (Contro Fabiano), di cui ci sono giunti solo 39 frammenti, dimostrano che l’ariano Fabiano, pubblicando il resoconto  di una disputa teologica, aveva alterato e falsificato l’esposizione di Fulgenzio stesso.

Il Cenacolo di Gerusalemme dove avvenne la Pentecoste (cfr. At 2,1-4)

Nel De Trinitate ad Felicem notarium (La Tinità al notaio Felice) Fulgenzio espone la fede cattolica a Felice che viveva tra gli Ariani.  Qui non segue Agostino nell’approfondimento speculativo,  perché l’opera non suscitava l’interesse degli oppositori. La cristologia è esposta con l’esattezza   a cui si era pervenuti  con le dispute del V sec, e in rapporto con la soteriologia. Ciò avviene anche nel De fide seu de regula verae fide ad Petrum liber unus (La fede, ossia la regola della vera fede a Pietro); è un compendio della dogmatica cattolica che nel Medioevo fu considerato un’opera di Agostino d’Ippona, e quindi molto letto.  Il De incarnatione Filii Dei et vilium animalium auctore ad Scarilam liber unus dà le seguenti risposte a due quesiti: 1- non tutte e tre le Persone divine, ma solo il Figlio ha assunto la natura umana: 2- non il diavolo, ma Dio ha creato le zanzare, le mosche, gli scorpioni e le cimici.

Anche i due libri De remissione peccatorum ad Euthymium (La remissione dei peccati ad Eutimio) rispondono al quesito se l’onnipotenza di Dio possa perdonare anche nell’aldilà i peccati. Fulgenzio spiega che nell’aldilà non vi è remissione dei peccati, ma solo su questa terra e solo nella Chiesa cattolica.

Combattono il semipelagianesimo tre scritti di Fulgenzio: Ad Monimum libri tres (Tre libri a Monimo) che rispondono a vari quesiti: il libro primo rimanda la praedestinatio gemina; il libro secondo affronta problemi diversi; il libro terzo è una esegesi di Giovanni 1,1: <<In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio>>.

Ma la dottrina agostiniana viene esposta da Fulgenzio con maggiore profondità nei tre libri De veritate praedestinationis  et gratiae Dei ad Ioannem et Venerium  libri tres (La verità della predestinazione e della grazia di Dio) indirizzati a Giovanni, archimandrita di Costantinopoli  e a Venerio, suo diacono.

Contro l’opera sulla grazia del vescovo semipelagiano Fausto di Riez erano diretti i 7 libri  del Contra Faustum Reiensem libri septem, i quali erano andati perduti. Oltre a queste opere ci sono state conservate 18 sue lettere ed un certo numero di omelie, di cui 8 autentiche e 6 dubbie.  

L’uomo di cultura, che da giovane aveva appreso a fondo la lingua  greca, si rivela nell’arte dello scrivere. Fulgenzio, come è fedele alla teologia del suo maestro Agostino d’Ippona, così cerca di imitarne lo stile; e, come facilmente avviene in tali casi, accentuandone gli aspetti meno riusciti.

L’identificazione sostenuta da vari studiosi del Fulgenzio vescovo e teologo con l’erudito Fabio Planciade  Fulgenzio, un mitografo noto soprattutto per l’interpretazione allegorico-morale dell’Eneide di Virgilio,  autore di opere capitali per la cultura medievale quali la Expositio Virgilianae continentiae, i Mythologiarum libri tres e l’Expositio sermonum antiquorum, ancora oggi è discussa, sebbene molti studiosi propendano per essa.

L’Africa agostiniana: stampa del 1659 di Lubin; in rosso il sito di Ruspe (da http://www.cassiciaco.it/navigazione/monachesimo/historia_ordinis/medioevo/alto_medioevo.html)

Il Concilio Vaticano II, trattando dell’Attività Missionaria della Chiesa farà riferimento anche al pensiero di Fulgenzio  di Ruspe sull’evangelizzazione nel Decreto Ad gentes  del 7 dicembre 1965, espresso in una lettera al re Trasamundo (Epist. 17,3,5: PL 65,454; Ad Trasamundum, III,21: <<I Santi Padri affermano costantemente che non fu redento quel che da Cristo non fu assunto>> (AG  3).

Fulgenzio, vescovo di Ruspe, che è considerato il migliore teologo della sua epoca, si ispira costantemente al grande Vescovo di Ippona che, Esposizione sul Salmo 147,19, così si esprime: «Io parlo tutte le lingue: te lo posso dire con tutta franchezza. Sono nel corpo di Cristo, sono nella Chiesa di Cristo. Ora, se il corpo di Cristo già al presente parla tutte le lingue, anch’io sono là dove si parlano tutte le lingue. Mia è la lingua greca, la lingua siriaca, la lingua ebraica; mia è la lingua di tutte le genti perché io sono nell’unità di tutte le genti» e nel. Commento al Vangelo di san Giovanni, 32,7 l’Ipponate continua: «Ogni lingua è la mia, in quanto è la lingua di quel corpo di cui io sono membro».

La Pentecoste, Tiziano Vecellio – 1545-1546 – Basilica S. Maria della Salute – Venezia

Nel sermone di seguito riportato, Fulgenzio dice: <<Dio ha voluto che la presenza dello Spirito Santo fosse testimoniata da questo prodigio: chi lo aveva ricevuto parlava tutte le lingue… Fratelli carissimi, dobbiamo sapere che, grazie allo Spirito Santo, l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori (Rom. 5,5). E poiché l’amore doveva unificare la Chiesa di Dio in tutto il mondo, il dono di parlare tutte le lingue, che un tempo era dato anche a un solo uomo che avesse ricevuto lo Spirito Santo, ora è dato a tutta la Chiesa, una in se stessa, unificata dallo Spirito. Allora, se qualcuno ci viene a dire: «Hai ricevuto lo Spirito Santo: perché non parli tutte le lingue?» dobbiamo rispondere: «Ma è appunto quel che sto facendo, dato che appartengo al corpo stesso di Cristo che è la Chiesa, e che parla tutte le lingue». Che cosa dunque Dio ha voluto significare, con la presenza dello Spirito Santo, se non che la sua Chiesa avrebbe parlato tutte le lingue? Si è compiuto così quello che il Signore aveva promesso: Nessuno mette… del vino nuovo in otri vecchi…, ma vino nuovo in otri nuovi così che l’uno e gli altri si conservino (Mt 9,17).Per questo, sentendo parlare tutte le lingue, alcuni dicevano: Costoro sono pieni di vino (At 2,13). Infatti essi erano ormai diventati degli otri nuovi, rinnovati dalla grazia santificante. Pieni del vino nuovo che è lo Spirito Santo parlavano con ardore tutte le lingue, per essere segno, mediante quel miracolo così evidente, della Chiesa, futura, che sarebbe stata cattolica per l’universalità dei popoli e delle lingue… Fratelli, celebrate allora questo giorno, consapevoli di essere le membra dell’unico corpo di Cristo. E non lo celebrerete invano, se siete ciò che celebrate: strettamente congiunti con quella Chiesa che il Signore ha riempito di Spirito Santo e fatto crescere in tutto il mondo, riconoscendola come sua e facendosi riconoscere da lei; così lo sposo non si separa dalla propria sposa, e nessuno può sostituirgliela con un’altra. A voi infatti che, sparsi nelle diverse nazioni, siete la Chiesa di Cristo, a voi, membra di Cristo, a voi, corpo di Cristo, sposa di Cristo, l’apostolo dice: Sopportatevi a vicenda con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace (Ef. 4,2-3). Notate: ha comandato di sopportarci a vicenda, e in questo ha fatto consistere la carità fraterna; ha parlato di speranza di unità, e in questa ha indicata il vincolo della pace. Questa è la casa di Dia, fabbricata con pietre vive, dove ama abitare questo incomparabile padre di famiglia, il cui sguardo non deve essere offeso dalla rovina della divisione>> (Fulgenzio di Ruspe, Sermo VIII2-3: PL 65, 743-744).

Il Martirologio Romano così ricorda questo santo vescovo: <<A Ruspe, nel territorio bizaceno, nell’odierna Tunisia, san Fulgenzio, vescovo, che dopo essere stato procuratore di quel territorio, si fece monaco; nominato poi vescovo, patì molto sotto la persecuzione dei Vandali ad opera di molti ariani e per due volte fu relegato in Sardegna dal re Trasamondo; restituito finalmente al suo popolo, lo nutri fedelmente per i restanti anni della sua vita con la parola di verità e di grazia>>.

La Chiesa cattolica venera come santo Fulgenzio, che morì nel 532 a sessantacinque anni di età e venticinque di episcopato, e ne celebra la memoria l’1 gennaio, giorno del suo dies natalis.

Diac. Dott. Sebastiano Mangano

già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania

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