Martirio ed eucaristia nell’epistolario di Ignazio di Antiochia celebrato il 17 ottobre

Girolamo di Stridone (347-420), nel suo De viris illustribus, così presenta Ignazio d’Antiochia, il più importante dei Padri Apostolici: <<Ignazio, terzo vescovo della Chiesa di Antiochia, dopo l’apostolo Pietro, durante la persecuzione provocata da Traiano (imp. dal 98 al 117), fu condannato alle belve e tradotto a Roma in catene.

Giunto per mare, di cui era vescovo Policarpo, discepolo di Giovanni, scrisse una lettera Agli Afesini, una Ai Magnesi, una Ai Tralliani, una Ai Romani e, ripartito di là, scrisse Ai Filadelfiesi e Agli Smirnesi, e in particolare A Policarpo, raccomandandogli la Chiesa di Antiochia. Nella sua lettera agli Smirnesi, Ignazio mette pure una testimonianza sulla persona di Cristo, ricavandola dal Vangelo, che ho da poco tradotto: <<In verità, io l’ho visto nella sua carne anche dopo la sua risurrezione, e credo nella sua esistenza. Quando apparve a Pietro e a quelli che si trovavano con lui, disse loro: ”Ecco, palpatemi e guardate: io non sono uno spirito senza corpo”. E subito lo toccarono e credettero>>.

Ma ora, poiché si è parlato di un autore così grande, sembra pure opportuno trascrivere alcuni piccoli brani della lettera da lui indirizzata Ai Romani:  <<Dalla Siria fino a Roma, per terra e per mare, di notte e di giorno, io sto lottando con le belve, legato a dieci leopardi, cioè ai soldati che mi scortano; gente che e se tu la benefichi, diventa peggiore. La loro malvagità è per me una scuola, ma non per questo sono giustificato, possa io godere delle belve che stanno preparate per me! Io bramo che esse provvedano veloci alla mia rovina. Anzi, io stesso le inviterò a divorarmi, perché non temano di addentare il mio corpo, come già rispettarono quello di altri martiri. E se non vorranno attaccarmi, io stesso, con tutte le mie forze, le aizzerò perché mi divorino. Ma voi perdonatemi, o figlioli: io so bene quello che mi giova. Incomincio ora ad essere discepolo di Cristo, non desiderando alcuna delle cose visibili, al solo scopo di incontrare Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, lo spezzamento delle ossa, la mutilazione delle membra, lo stritolamento di tutto il corpo e tutte quante le torture del demonio piombino su di me, purché io possa godere il Cristo (Rom. V).

Martirio di Sant’Ignazio vescovo di Antiochia, Filippo Paladini di Benedetto  (1612) Chiesa di S. Ignazio all’Olivella, Palermo  

Ormai condannato alle belve, udendo il ruggito dei leoni, per la brama di affrontare il martirio, Ignazio esclamò: <<Sono frumento di Cristo: che io sia macinato dai denti delle belve, per diventare un pane mondo>> (Rom. IV,1). Morì martire nell’anno undicesimo di Traiano. I suoi resti mortali riposano ad Antiochia, nel cimitero che si trova fuori la porta Dafnitica>> (De vir. Ill,, XVI).

Il martirio, nella spiritualità della Chiesa, ha profondamente segnato la speranza escatologica dei cristiani. Gli Atti dei Martiri che, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica <<costituiscono gli archivi della Verità scritti a lettere di sangue>> (CCC. N. 2474), hanno grande importanza per la spiritualità cristiana. La forma del primo martirio nel Nuovo Testamento – la lapidazione del diacono Stefano avvenuta nel 36 a Gerusalemme – è raccontata negli Atti degli Apostoli (At 6,8-8,3) redatti poco tempo dopo l’avvenimento, che si è svolto alla presenza di Saulo di Tarso (At 7,53). Un’altra testimonianza importante ci viene offerta anche dalle lettere di Ignazio, terzo vescovo d’Antiochia dal 70 al 107 ca., cioè alla data del suo martirio. Dirigendosi verso Roma, dove l’attendeva il martirio, Ignazio scrisse alle Chiese che gli avevano dato ospitalità e, soprattutto, a quella di Roma perché non intervenisse per evitargli il supplizio. In queste lettere troviamo delle riflessioni ispirate dall’attesa del martirio che il grande vescovo d’Antiochia subì sotto l’imperatore Traiano (98-117).

La personalità di Ignazio, ricca di profonda spiritualità, emerge dai suoi scritti dove fa un accostamento tra il martirio e l’Eucaristia. Rivolgendosi ai cristiani di Efeso, Ignazio scrive che l’Eucaristia è <<rimedio di immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere sempre in Gesù Cristo>> (Efes. XX,2). Per il vescovo d’Antiochia, l’Eucaristia è partecipazione al Cristo risuscitato, il quale assicura che anche noi risorgeremo. Ma il Risorto, che noi riceviamo, è colui che ha sofferto nella sua carne, salvandoci così nell’agape che essa manifestava. Ignazio scrive, dunque, ai cristiani di Smirne, presso i  quali il docetismo costituiva una vera minaccia, che  gli eretici <<stanno lontani dalla Eucaristia e dalla preghiera perché non riconoscono che l’Eucaristia è la carne del nostro salvatore Gesù Cristo che ha sofferto per i nostri peccati e che il Padre nella sua bontà ha risuscitato. Costoro che disconoscono il dono di Dio, nella contestazione muoiono. Sarebbe meglio per loro praticare la carità per risorgere>> (Smirn. VII,1).

Icona greca, XVII sec., raffigurante  il martirio di sant’Ignazio di Antiochia

E’ importante notare come Ignazio passi sempre dalla presenza del Christus passus nell’Eucaristia, alla carità. Ai cristiani di Filadelfia scrive: <<Preoccupatevi di attendere ad una sola Eucaristia. Una è la carne di nostro Signore Gesù Cristo e uno il calice dell’unità del suo sangue, uno è l’altare come uno solo è il vescovo con il presbiterato e i diaconi, miei conservi. Se ciò farete, lo farete secondo Dio>> (Filad. IV). Dopo aver letto queste lettere, quanto Ignazio scrive nella lettera ai Romani, acquista un senso particolare: <<Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di  Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo… (Rom. IV,1) Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di Davide e come bevanda voglio il suo sangue che è amore incorruttibile>> (Rom. 7,3).

Per Ignazio l’Eucaristia è il cibo del martire che conferisce al martirio la sua sostanza, perché è il martire stesso che diventa Eucaristia. Senza forzare il pensiero del vescovo Ignazio, potremmo dire che l’Eucaristia, nutrendoci del Cristo risorto, ci associa alla sua passione e, più particolarmente, all’agape che ne è l’anima. Nell’Eucaristia noi, soffrendo con lui, non soltanto risuscitiamo con lui, ma diventiamo in qualche maniera come il Risorto. Ignazio, quando parlava della sua prossima fine non esitava ad offrire la sua vita in sacrificio per amore della Chiesa. Infatti scriveva ai Romani: <<Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui>> (Rom. II,2). Ai cristiani di Efeso, Ignazio scrive: <<Sono la vostra vittima e mi offro in sacrificio per voi Efesini, Chiesa celebrata nei secoli>> (Efes. VIII,2). Ma soprattutto nella lettera alla comunità di Tralli, scrive: <<La mia anima si offre per voi, non solo ora ma anche quando raggiungerò Dio>> (Trall. XIII,3).

In queste lettere possiamo notare come il martire, in procinto della morte, si rivela come essere un tutt’uno con Cristo, morto e risorto. Infatti, quando Ignazio scrive ai Romani non lascia dubbi sul suo pensiero: <<Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino>> (Rom. VI,1). Queste parole di Ignazio, riprese  dalla liturgia dei martiri della Chiesa, che celebra l’Eucaristia e dall’Eucaristia è resa forte per testimoniare la fede, sottolineano che la loro morte è una nascita, e per questo l’anniversario del loro martirio sarà sempre ricordato come il vero dies natalis. Nel giorno della sua morte, ogni martire nasce ad una vita che è la vita stessa di colui che è morto e risorto: anzi quando il martire muore, è Cristo risorto che vive in lui. L’assimilazione fra l’Eucaristia e il martirio non significa che il martirio sia un equivalente dell’Eucaristia, ma quel che è dato misteriosamente nell’Eucaristia rivela la sua realtà nel martirio: la presenza in noi di Cristo Gesù, morto e risorto.

Santo Stefano, affresco del IV-VI secolo Catacombe di Commodilla Roma

Il Martirologio Romano così fa <<Memoria di sant’Ignazio, vescovo e martire, che, discepolo di san Giovanni Apostolo, resse per secondo dopo san Pietro la Chiesa di Antiochia. Condannato alle fiere sotto l’imperatore Traiano, fu portato a Roma e qui coronato da un glorioso martirio: durante il viaggio, mentre sperimentava la ferocia delle guardie, simile a quella dei leopardi, scrisse sette lettere a Chiese diverse, nelle quali esortava i fratelli a servire Dio in comunione con i vescovi e a non impedire che egli fosse immolato come vittima per Cristo>>.

Le ossa del santo vescovo Ignazio furono raccolte da alcuni fedeli e ricondotte ad Antiochia, dove furono sepolte nel cimitero della chiesa fuori della Porta di Dafne. A seguito dell’invasione saracena, le reliquie del martire antiocheno furono ricondotte a Roma e lì sepolte nel 637 nella basilica di San Clemente al Laterano dove tuttora riposano sotto l’altare maggiore.

La Chiesa Cattolica e tutte le Chiese che ammettono il culto dei Santi celebrano la memoria del martire Ignazio di Antiochia il 17 ottobre.                               

Diac. Dott. Sebastiano Mangano

già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania

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