Clemente di Roma, la Lettera ai Corinzi: una prova del primato romano

Martirio di San Clemente Romano – Bernardino Fugai 1480 circa. York City Art Gallery – Lancashire, Regno Unito

Girolamo di Stridone (347-420), nel suo De viris illustribus, così presenta Clemente, papa: <<Clemente, del quale così dice l’apostolo Paolo, scrivendo Ai Filippesi: <<Assieme a Clemente e a tutti gli altri miei collaboratori, i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita>> (Fil 4,3), fu il quarto vescovo di Roma dopo Pietro; infatti, secondo fu Lino e il terzo Anacleto, anche se molti latini ritengono che Clemente fu il secondo, dopo l’apostolo Pietro. A nome della Chiesa Roma egli scrisse una Lettera alla Chiesa di Corinto, lettera quanto mai preziosa, che in varie parti si legge anche pubblicamente. Mi sembra che essa concordi con il carattere dell’epistola indirizzata Agli Ebrei sotto il nome di Paolo. Di quest’ultima  lettera molto si avvale Clemente, non solo riguardo al contenuto, ma anche per la forma stessa del periodare. Insomma, tra le due esiste grandissima affinità. Anche sotto il nome di Clemente circola una seconda lettera ai Corinzi, che però non è accolta dagli antichi. Lo stesso vale altresì per la Disputa di Pietro con Apione, scritta in forma prolissa e contestata da Eusebio nel terzo libro della sua Storia ecclesiastica. Clemente morì nell’anno terzo di Traiano (imperatore dal 98 al 117. Si tratta dell’anno 101), e il ricordo del suo nome è tuttora conservato da una chiesa edificata a Roma>> (De vir. ill. 15).

San Clemente, Basilica di San Paolo Fuori le Mura – Roma

Clemente, vescovo di Roma negli ultimi anni del I secolo, è il terzo successore di Pietro dopo Lino e Anacleto. Riguardo la sua vita, la testimonianza più importante ci viene da Ireneo, vescovo di Lione fino al 202. Egli attesta che <<Clemente aveva visto gli Apostoli… si era incontrato con loro, e aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione, e davanti agli occhi la loro tradizione>> (Ireneo, Adv. haers., III,3,3,).

L’autorità e il prestigio di questo Vescovo di Roma erano tali, che a lui furono attribuiti diversi scritti, ma l’unica opera sicura è la Lettera ai Corinzi. Eusebio, vescovo di Cesarea (265 ca. – 340 ca.), il grande <<archivista>> delle origini cristiane, la presenta in questi termini: <<E’ tramandata una lettera di Clemente riconosciuta autentica, grande e mirabile. Fu scritta da lui, da parte della Chiesa di Roma, alla Chiesa di Corinto… sappiamo che da molto tempo, e ancora ai nostri giorni, essa è letta pubblicamente durante la riunione dei fedeli>> (Eus. Hist. eccl., 3,16).

A questa lettera era attribuito un carattere quasi canonico. All’inizio di  questa lettera, scritta in greco, Clemente si rammarica perché <<le improvvise avversità, capitate una dopo l’altra>> (1,1), gli abbiano impedito un intervento più tempestivo. Queste avversità sono da identificarsi  con la persecuzione di Domiziano. Perciò la data di composizione della lettera deve risalire ad un tempo immediatamente successivo alla morte dell’imperatore e alla fine della persecuzione, quindi subito dopo il 96.

L’intervento di Clemente era sollecitato dai gravi problemi in cui versava la Chiesa di Corinto, la grande e cosmopolita città del Peloponneso con due grandi porti:  dal porto di Cencrea (Κεγχρειά) partivano le navi per le rotte commerciali verso il Mar Egeo, mentre dal porto di Lecheo (Λέχαιον), nel golfo di Corinto, quelle verso le colonie di Corinto in Magna Grecia. Nei due porti ormeggiav anche la flotta militare della polis.

La penosa vicenda è ricordata ancora una volta da Ireneo di Lione, che scrive: <<Sotto Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinti una lettera importantissima per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la tradizione, che da poco tempo essa aveva ricevuto dagli Apostoli>> (Adv. haers., III,3,3,). Potremmo dire che questa lettera costituisce il primo esercizio del Primato romano dopo la morte di Pietro.

Il codice più antico che tramanda la lettera di Clemente ai Corinzi è un manoscritto greco A (Alexandrinus) del V secolo che ora si trova al British Museum di Londra proveniente dall’Egitto. La lettera ebbe anche una versione latina scoperta dal benedettino francese  dell’abbazia di Maredsous, dom Germain Morin (1861-1946) nella biblioteca del seminario di Namur in Belgio e pubblicata nel 1894. E’ una versione antichissima, forse del II secolo. Inoltre  abbiamo due versioni copte, C1 del IV secolo e  C2 del VII-VIII secolo.

La lettera di Clemente ai Corinzi, che si può considerare il primo documento di letteratura cristiana extrabiblica a cui si possa con sicurezza assegnare un autore ed una data,   viene da Roma dove la lingua greca ebbe il dominio incontrastato nell’uso della Chiesa almeno fino alla metà di II secolo,  L’epistola clementina, scrive l’illustre studioso delle origini cristiane e quindi dei Padri della Chiesa, Antonio Quacquarelli (1918-2001) ne I Padri Apostolici (Città Nuova Editrice, IV ed. 1984, pag. 4) <<è’ un capolavoro che racchiude valori espressivi e contenuti  dottrinari che da soli potrebbero costituire gli elementi di una teologia  completa dell’epoca. In questo documento, Clemente non elabora un sistema di teologia, ma con grande naturalezza scrive di Dio, del Cristo, della Chiesa e dell’uomo con una esegesi biblica che nasce dal suo animo. Egli, come tutti i Padri Apostolici, vive la Sacra Scrittura>>.

Corinto, che aveva sentito molto della predicazione di Paolo di Tarso, che a quella comunità fervida, attiva e turbolenta, aveva indirizzato due lettere, annoverava molti giovani desiderosi di novità e  impazienti verso i presbiteri. La situazione si trascinava avanti con modi assai penosi al punto che i dissidenti deposero i presbiteri.  La comunità così venne a trovarsi in un grande disorientamento. Tale crisi non mancò di interessare altre comunità vicine e lontane e in particolare i Corinzi che vivevano a Roma. Clemente, data la comunione che c’era tra Roma e le altre comunità cristiane, decise di intervenire. La fama che circondava la persona del quarto vescovo di Roma,  Clemente, era ben nota, infatti egli non intervenne di autorità, ma per far sentire la voce di pace nell’umiltà.  

Basilica di San Clemente – Scuola romana XI sec.

L’epistola di Clemente ai Corinti, come appare dalla testimonianza di tanti autori antichi e da diverse fonti, ebbe una grande risonanza. Secondo Dionigi, vescovo di  Corinto, era letta nella liturgia domenicale (Eus. Hist. eccl., IV,32,1). Già ne parla il primo scrittore post-apostolico  Egesippo,  che fu a Roma tra il 155 e il 166, sotto il papa Aniceto (Eus, Hist. eccl., IV, 23,1; III.16). Tradotta subito in latino, l’epistola di Clemente fu accolta in alcuni codici biblici subito dopo il Nuovo Testamento. Della lettera, che ebbe una larga  diffusione, si sono interessati Ireneo di Lione (130-202), Clemente Alessandrino  (150.– 215 ca.), Origene di Alessandria (185-254),  a citare gli autori cristiani più antichi. Origene chiama Clemente <<discepolo degli Apostoli>> (De principiis, II,3,6,) ed è anche il primo ad identificarlo con quel Clemente ricordato da Paolo nella lettera Ai Filippesi (4,3), insieme a Evòdia e Sintiche (Origene, In Ioannis,, VI,36)

Clemente la trovò l’occasione di scrivere questa lettera subito dopo in una sedizione suscitata da pochi faziosi contro i capi della Chiesa di Corinto <<eletti da Dio>> (1,1).

Nella prima parte della lettera (1-36), Clemente affronta argomenti di carattere generale e, nello stesso tempo, descrive il miserando stato di quella Chiesa, un giorno tanto fiorente: <<Tutti eravate umili e senza vanagloria, volendo più ubbidire che comandare, più dare con slancio che ricevere. Contenti degli aiuti di Cristo nel viaggio e meditando le sue parole le tenevate nel profondo dell’animo, e le sue sofferenze erano davanti ai vostri occhi. Così una pace profonda e splendida era data a tutti e un desiderio senza fine di operare il bene e una effusione piena dello Spirito Santo era avvenuta su tutti>> (1-3), ne indica la causa nell’invidia e nella gelosia(5-6), e i rimedi nelle virtù della penitenza, dell’obbedienza, dell’ospitalità, della pietà dell’unità (7-19). Egli richiama i benefici di Dio a cui obbediscono le creature, le esortazioni della Sacra Scrittura, la risurrezione, l’onniscienza divina. La ricompensa promessa da Dio (20-36).

Nella seconda parte (37-61), più aderente all’occasione della lettera, Clemente illustra l’ordinamento gerarchico della Chiesa stabilito da Gesù Cristo, che richiede l’ordine e la disciplina nella liturgia e nel governo (37-44); rimprovera i sediziosi, esortandoli alla penitenza, elogia e raccomanda la carità (45-58), prega per la Chiesa e per i pubblici poteri (59-61), infine, riassume le sue esortazioni, fa menzione dei legati inviati da lui a Corinto, che spera possano ritornare presto con buone notizie (62-65).

Storicamente sono importanti le attestazioni che la lettera ci dà della persecuzione di Nerone, in cui subirono il martirio Pietro e Paolo, delle sette prigionie e del viaggio di  Paolo in Spagna: <<Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono fino alla morte. Prendiamo i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due  ma molte fatiche sopportò, e così con il martirio raggiunse il posto nella gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando le catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza>> (5,2-7).

Clemente sottolinea nella lettera che, se a Corinto ci sono stati degli abusi, la causa va cercata nell’affievolimento della carità e di altre virtù cristiane indispensabili. Per questo richiama i cristiani di Corinto all’umiltà e all’amore fraterno, due virtù veramente costitutive dell’essere Chiesa: <<Siamo una porzione santa, pratichiamo tutto ciò che appartiene alla santità: fuggiamo le maldicenze, gli amplessi impuri e ignobili, l’ubriachezza, la mania innovatrice, le passioni orribili, l’adulterio infame e l’orgoglio odioso>> (30,1). In particolare, il Vescovo di Roma, ricorda che il Signore stesso ha stabilito dove e da chi vuole essere servito: <<Egli ci prescrisse di fare le offerte e le liturgie, e non a caso o senza ordine, ma in circostanze ed ore stabilite. Egli stesso con la sua sovrana volontà determinò dove e da chi vuole siano compiute, perché ogni cosa fatta santamente con la sua santa approvazione sia gradita alla sua santa volontà… Al gran sacerdote sono conferiti particolari uffici liturgici, ai sacerdoti è stato assegnato un incarico specifico, ai diaconi incombono i propri servizi. Il laico è legato ai precetti laici>> (40,1-5).  E’ importante notare che in questa lettera della fine del I secolo, per la prima volta nella letteratura cristiana, compare il termine greco λαϊκός (laikos), uno del popolo, che significa <<menbro del λαός (laos), cioè del popolo (40,5).

L’ecclesiologia è particolarmente sviluppata: la Chiesa per Clemente è il corpo di Cristo infatti egli scrive ai Corinzi: <<Perché tra voi contese, ire, dissensi, scismi e guerra? Non abbiamo un solo Dio, un solo Cristo e un solo Spirito di grazia effuso su di noi e una sola vocazione in Cristo? Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e insorgiamo contro il nostro corpo giungendo a tanta pazzia da dimenticarci che siamo membra gli uni degli altri?… Ricordatevi le parole di Gesù: <<Guai a quell’uomo;  sarebbe stato meglio che non fosse mai nato, piuttosto che scandalizzare uno dei miei eletti… Il vostro scisma ha sconvolto molti e molti gettato nello scoraggiamento, molti nel dubbio, tutti noi nel dolore. Il vostro dissidio è continuo>> (46,5-8). Clemente ribadisce che le varie membra del nostro corpo hanno distinte funzioni: <<La testa non può stare senza i piedi, né i piedi senza la testa Le più piccole parti del nostro corpo sono necessarie e utili a tutto il corpo; ma tutte convivono ed hanno una sola subordinazione per salvare tutto il corpo>> (37,5). La gerarchia della Chiesa, composta da vescovi, chiamati anche presbiteri, e di diaconi, è di istituzione divina: <<Gli apostoli predicarono il vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. Cristo da Dio e gli apostoli da Cristo, ambedue le cose ordinatamente dalla volontà di Dio. Ricevuto il mandato e pieni di certezza nella risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella parola di Dio con l’assicurazione dello Spirito Santo andarono ad annunziare che il regno di Dio era per venire. Predicavano per le campagne e le città e costituivano le loro primizie, provandole nello spirito, nei vescovi e nei diaconi dei futuri fedeli. E questo non era nuovo ; da molto tempo si era scritto intorno ai vescovi e ai diaconi: Così, infatti, dice la Scrittura: <<Stabilirò i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi nella fede>>  (42,1-5).

Ma Clemente, scrivendo sul giusto ufficio sottolinea: <<I nostri apostoli conoscevano da parte del Signore Gesù Cristo che ci sarebbe stata contesa sulla carica episcopale. Per questo motivo, prevedendo esattamente l’avvenire, istituirono quelli che abbiamo detto prima e poi diedero ordine che alla loro morte succedessero nel ministero altri uomini provati>> (42,1-2).  Il primato romano era ampiamente riconosciuto, sia che l’intervento di Roma sia stato sollecitato dai Corinzi, sia che, com’è più probabile, Clemente ne abbia preso l’iniziativa: <<Per le improvvise disgrazie e avversità capitatevi l’una dietro l’altra, o fratelli, crediamo di aver fatto troppo tardi attenzione alle cose alle cose che si discutono da voi, carissimi, all’empia e disgraziata sedizione aberrante ed estranea agli eletti di Dio. Pochi sconsiderati e arroganti l’accesero, giungendo a tal punto di pazzia che il vostro venerabile nome, celebre ed amato da tutti gli uomini, è fortemente compromesso>> (1,1).  

La Messa di San Clemente – Basilica romana di San Clemente –XI sec.

Clemente, che  è consapevole di adempiere un dovere, parla con autorità, esige l’obbedienza e minaccia i disobbedienti: <<Quelli che disubbidiscono alle parole di Dio, ripetute per mezzo nostro, sappiano che incorrono in una colpa ed un pericolo non lievi. Noi saremo innocenti di questo peccato e chiederemo, con preghiera assidua e supplica, che il creatore dell’universo conservi intatto il numero dei suoi eletti (59,1-2) <<Ci darete esultanza di gioia se, divenuti obbedienti a ciò che vi abbiamo scritto  mediante lo Spirito Santo, smorzerete la collera ingiusta della vostra gelosia, secondo l’esortazione fatta in questa lettera alla pace e alla concordia. Vi abbiamo inviato uomini fedeli e saggi, vissuti in mezzo a noi con modi corretti dalla gioventù alla vecchiaia che saranno testimoni tra noi e voi. Abbiamo fatto questo  perché sappiate che ogni nostro pensiero è stato ed è che ritroviate presto la pace (63,2-4)… Rimandateci presto nella pace  e nella gioia i messaggeri da noi inviati, Claudio, Efebo e Valerio Bitone con Fortunato perché  ci annunzino quanto prima la pace e la (65,1) concordia invocate e desiderate e presto noi ci rallegriamo della vostra serenità>>  il risultato  mostra che tale autorità fu pienamente riconosciuta (Eusebio, Hist. eccl., IV,23,11).

Il motivo e il tema dominante della lettera, che è una esortazione all’ubbidienza, all’umiltà, alla concordia, si allarga, come spesso avviene nell’epistolario di Paolo, a una esposizione, fervida di senso religioso e di ansia pastorale, di un programma di vita cristiana fondato sulla Sacra Scrittura.

La lettera si conclude con “la grande preghiera” (59-61), che conferisce un respiro cosmico alle argomentazioni precedenti, dove il senso di fratellanza tra i cristiani è   disposta ad un palpito di carità per tutti gli uomini. Particolare rilievo assume nella preghiera lo schietto lealismo verso l’autorità imperiale. Dopo i testi del Nuovo Testamento, essa rappresentava la più antica preghiera  per le istituzioni politiche. Così, all’indomani della persecuzione, i cristiani, pur sapendo che sarebbero continuate le persecuzioni, non cessano di pregare per quelle stesse autorità che li avevano ingiustamente condannati,  non cessano di pregare per quelle stesse autorità. Il motivo è anzitutto cristologico: bisogna pregare per i persecutori, come fece Gesù sulla Croce. Questa preghiera contiene anche un insegnamento che guida, lungo i secoli, l’atteggiamento dei cristiani dinanzi alla politica e allo Stato. Pregando per le autorità, Clemente riconosce la legittimità delle istituzioni politiche nell’ordine stabilito da Dio nello stesso tempo, egli manifesta la preoccupazione che le autorità siano docili a Dio.  

<<per esercitare con pietà nella pace e nella dolcezza  il potere che tu , o Dio, hai dato e ti trovino misericordioso>>(61,2). Cesare non è tutto perché emerge anche un’altra sovranità, la cui origine ed essenza non sono di questo mondo, ma di “lassù: è quello della Verità, che vanta anche nei confronti dello Stato il diritto di essere ascoltata: <<Quelli che disubbidiscono alle parole di Dio, ripetute per mezzo nostro, sappiano che incorrono in una colpa e in un pericolo non lievi. Noi saremo innocenti di questo peccato e chiederemo, con preghiera assidua e supplica, che il creatore dell’universo conservi intatto il numero dei suoi eletti che si conta in tutto il mondo per mezzo dell’amatissimo suo figlio Gesù Cristo Signore nostro, col quale ci chiamò dalle tenebre alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza del suo nome glorioso, 3. a sperare nel tuo nome, principio di ogni creatura: Tu apristi gli occhi del nostro cuore perché conoscessimo te, il solo altissimo nell’altissimo dei cieli, il santo che riposi tra i santi, che umilii la violenza dei superbi, che sciogli i disegni dei popoli, che esalti gli umili e abbassi i superbi. Tu che arricchisci e impoverisci, che uccidi e dai la vita, il solo benefattore degli spiriti e Dio di ogni carne, che scruti gli abissi, che osservi le opere umane, che soccorri quelli che sono in pericolo e salvi i disperati, creatore e custode di ogni spirito che moltiplichi i popoli sulla terra, e che fra tutti scegliesti quelli che ti amano per mezzo di Gesù Cristo, l’amatissimo tuo figlio mediante il quale ci hai educato, ci hai santificato e ci hai onorato. Ti preghiamo, Signore, sii il nostro soccorso e sostegno. Salva i nostri che sono in tribolazione, rialza i caduti, mostrati ai bisognosi, guarisci gli infermi, riconduci quelli che dal tuo popolo si sono allontanati, sazia gli affamati, libera i nostri prigionieri, solleva i deboli, consola i vili. Conoscano tutte le genti che tu sei l’unico Dio e che Gesù Cristo è tuo figlio e “noi tuo popolo e pecore del tuo pascolo”. Con le tue opere hai reso visibile l’eterna costituzione del mondo. Tu, Signore, creasti la terra. Tu, fedele in tutte le generazioni, giusto nei tuoi giudizi, mirabile nella forza e nella magnificenza, saggio nel creare, intelligente nello stabilire le cose create, buono nelle cose visibili, benevolo verso quelli che confidano in te, misericordioso e compassionevole, perdona le nostre iniquità e ingiustizie, le cadute e le negligenze. Non contare ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve ma purificaci nella purificazione della tua verità e dirigi i nostri passi per camminare nella santità del cuore e fare ciò che è buono e gradito al cospetto tuo e dei nostri capi. Sì, o Signore, fa’ splendere il tuo volto su di noi per il bene, nella pace, per proteggerci con la tua mano potente e scamparci da ogni peccato col tuo braccio altissimo, e salvarci da coloro che ci odiano ingiustamente. Dona concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terra, come la desti ai padri nostri quando ti invocavano santamente nella fede e nella verità; rendici sottomessi al tuo nome onnipotente e pieno di virtù e a quelli che ci comandano e ci guidano sulla terra. Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magnifica e ineffabile forza, perché noi, conoscendo la gloria e l’onore loro dati, ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore, sanità, pace, concordia e costanza, per esercitare al sicuro la sovranità data da te. Tu, Signore, re celeste dei secoli, concedi ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra. Signore, porta a buon fine il loro volere, secondo ciò che è buono e gradito alla tua presenza, per esercitare con pietà, nella pace e nella dolcezza, il potere che tu hai loro dato e ti trovino misericordioso. Te, il solo capace di compiere questi beni ed altri più grandi per noi, ringraziamo per mezzo del gran Sacerdote e protettore delle anime nostre Gesù Cristo, per il quale ora a te sia la gloria e la magnificenza e di generazione in generazione e nei secoli dei secoli. Amen>> (59-61).

La lettera di Clemente, che affronta numerosi temi di perenne attualità, è stata  definita Epifania (cioè manifestazione) del primato romano. Perciò si diffuse in tutta la cristianità antica. Essa è e resta un documento valido in ogni tempo. La voce di Clemente, scrive il gesuita francese storico del cristianesimo Jules Lebreton (1873-1956), parla <<con una gravità saggia, paterna, cosciente delle proprie responsabilità, ferma nelle esigenze e al tempo stesso indulgente nei suoi rimproveri>>.

Non è estranea nell’autore della lettera l’influenza filosofica, che appare specialmente nelle considerazioni sull’ordine che regna nel mondo, ispirate al pensiero stoico.

Sotto il dettato semplice e spontaneo non è difficile scorgere un tentativo di elaborazione letteraria, dove l’ellenismo ha lasciato le sue tracce, a differenza di altri scritti di questo gruppo, in una certa purità di lessico e correttezza di stile, come pure nella regolarità della composizione.

Clemente romano,  martire secondo la tradizione, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica che ne celebra la memoria il 23 novembre nel giorno della deposizione del suo corpo a Roma nella Basilica di San Clemente in Laterano a Roma., mentre la Chiesa ortodossa lo ricorda il 15 novembre.

Il Martirologio Romano lo ricorda così: <<San Clemente I, papa e martire, che resse la Chiesa di Roma per terzo dopo san Pietro Apostolo e scrisse ai Corinzi una celebre Lettera per rinsaldare la pace e la concordia tra loro. In questo giorno si commemora la deposizione del suo corpo a Roma>>.

Diac. Dott. Sebastiano Mangano

già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nell’Università di Catania 

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