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Presentati, martedì 9 luglio, i primi risultati dell’indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia, edizione 2024, realizzata annualmente da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, con il supporto operativo di Mediatyche s.r.l., su un campione nazionale rappresentativo di 3427 studenti tra i 13 e i 19 anni.

È probabilmente la prima volta, dal dopoguerra ad oggi – afferma Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – che una generazione di adolescenti teme realmente (fondato o meno che sia questo timore) la possibilità di una guerra che ci coinvolga direttamente come Italia e come Europa. Un pensiero, o un “incubo”, che ha il 63% degli adolescenti intervistati e la percentuale, passando dai più piccoli ai più grandi, sale ulteriormente al 67%. Impossibile che questa sorta di spada di Damocle che pensano di avere sulla testa non condizioni anche tutto il resto e la nostra indagine di quest’anno ci restituisce proprio uno spaccato di adolescenti incerti e preoccupati per il futuro (41% dei tredicenni e, a salire progressivamente, 65% dei diciottenni), che dormono poco e male, si ubriacano sempre di più e, soprattutto, tendono – moto istintivo di difesa – a richiudersi sempre più nell’ambito amicale e familiare. È questo – si rammarica il presidente Tucci – il “capolavoro” che noi, società degli adulti, siamo riusciti a produrre: una generazione fragile e disorientata. Non possiamo e non dobbiamo nasconderci, perché, parafrasando una canzone di Fabrizio De André, anche se noi ci crediamo assolti siamo lo stesso coinvolti”.

Da alcuni anni nelle ricerche condotte su campioni giovanili – commenta Carlo Buzzi, Direttore scientifico dell’indagine e coordinatore del Comitato scientifico dell’Istituto IARD i dati declinati per le variabili strutturali mostrano una chiara tendenza all’omologazione dei comportamenti e degli atteggiamenti. Ovviamente emerge qualche differenza connessa all’età, che rileva il risultato dei processi di maturazione fisica, psicologica e sociale; e soprattutto al genere (le ragazze, molto di più dei coetanei maschi, appaiono considerevolmente  più riflessive e “adulte”); tuttavia nel complesso si assiste a un notevole fenomeno di convergenza: essere maschio o femmina, essere settentrionale o meridionale, vivere l’inizio dell’età adolescenziale oppure alla fine, per molteplici aspetti non fa molta differenza. Il caso emblematico è rappresentato proprio dall’appartenenza territoriale: i giovani oggi – culturalmente – sembrano aver realizzato quell’unità nazionale che il mondo adulto è ben lungi dall’aver raggiunto!

“In questi anni di perenne transizione – afferma Paolo Paroni, Presidente di Rete Iter – IARD Istituto di ricerca in cui le nostre società sono sottoposte a cambiamenti continui e imprevisti, con eventi che hanno rotto schemi precedenti (si pensi prima al Covid e poi ai conflitti diffusi, che appaiono sempre più come una guerra mondiale “a pezzi”), c’è sempre stata una costante: le giovani generazioni sono le più penalizzate, non solo in termini materiali, ma rispetto al tratto distintivo della giovinezza: pensarsi nel futuro. Oggi le giovani generazioni non hanno il futuro nella loro agenda! E questa mancanza non è tanto un problema dei giovani in sé, ma un deficit per la società nel suo complesso, che è più debole, più conflittuale, più complicata. In una parola, più povera. La nostra indagine fotografa impietosamente questa situazione, ma è importante che questi dati, che evidenziano dove si annidano le maggiori criticità, siano un punto di partenza per dare risposte concrete alle domande che implicitamente ed esplicitamente gli adolescenti ci pongono”.

I PRINCIPALI RISULTATI DELL’INDAGINE

I social vissuti pericolosamente

Sempre più “social” nella vita degli adolescenti, ma questo ormai lo si dà per scontato. L’indagine di quest’anno ha, invece, posto l’accento su una deriva pericolosa, sempre legata ai social, che è quella della pubblicazione di proprie foto intime o il loro invio al partner del momento.

Il 15% delle ragazze e il 10% dei maschi ammette di aver postato sui propri profili social, almeno una volta, proprie foto o video dal contenuto sessualmente provocante. E la percentuale, se ci spostiamo nella fascia 17-19 anni, arriva al 18%. Ancora più frequente l’invio di foto intime al proprio partner: a farlo è il 55% delle ragazze e il 52% dei maschi, ma se si arriva alla fascia di età più alta, rispetto al campione considerato, la percentuale è del 75% (tra le ragazze supera l’80%).

Ma la cosa che sorprende di più è che tali comportamenti siano adottati nonostante ci sia un’ampia consapevolezza dei rischi a cui espongono (consapevolezza che, grottescamente, aumenta con l’età, quando aumenta anche la diffusione di foto e video intimi): dal revenge porn alla diffusione virale delle immagini; dalla compromissione della propria immagine ad un inesistente “reato contro la morale”. Ma una delle preoccupazioni maggiori è il timore di essere “bannati” dalla piattaforma, perdendo la possibilità di continuare ad interagire con il loro mondo social. – vedi tabella 1 –

Tabella 1 – Riguardo i rischi derivanti dalla pubblicazione in rete o dall’invio privato di proprie foto e/o propri video dal contenuto sessualmente esplicito, con quale delle seguenti affermazioni sei d’accordo o non d’accordo?

Risposta d’accordo Totale Femmine Maschi 17-19 anni
Subire revenge porn 54,2% 56,7% 51,7% 65,7%
Diffusione virali in rete senza consenso 52,9% 57,5% 49,0% 63,9%
Si commette un reato contro la morale 70,1% 72,6% 67,9% 71,2%
Si compromette la propria immagine 78,8% 80,3% 77,7% 80,1%
Si può essere “bannati” dalle piattaforme 73,6% 74,9% 72,5% 71,8%

Certo non basta, per spiegare il fenomeno, che il 15,7% affermi che “non c’è problema se si ha fiducia nell’interlocutore al quale si invia la foto o il video”. Forse è più sincero quel 34% che riconosce che “non è prudente, ma è comprensibile che si faccia”. Inspiegabile, invece, quel 45% che afferma categoricamente che “non andrebbe mai fatto”, ma poi, almeno in parte, lo fa.

L’unico “conforto” è sapere che, se si ritrovassero in una situazione critica, il 42% sporgerebbe denuncia alla Polizia Postale (percentuale che, anche in questo caso, aumenta con l’età). Il 20% si confiderebbe con i genitori (percentuale in netto calo all’aumentare dell’età) e l’11% con gli amici.

Condividere immagini o momenti intimi attraverso la rete – afferma Loredana Petrone, psicologa e sessuologa dell’Università di Roma – ha un nome ben preciso, sexting, ed è espressione di come anche la sessualità si sia trasformata con l’utilizzo delle nuove tecnologie. Vale per gli adulti e, dobbiamo farcene una ragione, vale anche per gli adolescenti. Ma mentre per gli adulti sembra ormai essere stato normalizzato all’interno del nostro scenario culturale, quando si parla di adolescenti i discorsi relativi al sexting virano verso il panico morale e, ancora una volta, discriminano le donne.

Il sexting è considerato spesso un affronto ad una moralità sana e soprattutto ad una femminilità appropriata, tanto che quando si parla sexting ci si focalizza molto di più sulle ragazze che producono e veicolano immagini di sé stesse che sui ragazzi che – l’indagine di Laboratorio Adolescenza lo conferma – lo fanno altrettanto spesso.

Consapevoli di questo, dobbiamo liberarci dall’ipocrita assunto dell’innocenza ad oltranza di ragazze e ragazzi; dobbiamo accettare l’idea che gli adolescenti hanno diritto alla sessualità; e dobbiamo renderci conto che la rete oggi – per gli adolescenti come per gli adulti – è un “luogo” (non deve essere il solo) dove questa sessualità si esprime.

Solo facendo così avremo la serenità di parlare con gli adolescenti di queste cose e cercare di evitare che si imbattano nel revenge porn o nella sextortion (estorsione sessuale) che rappresentano – questi, sì – dei rischi gravissimi.

Porno, salute e OnlyFans, proprio come i “grandi”

Poche novità sulla “classifica” dei social. Instagram e Tik Tok sempre in testa. Seguono YouTube (con utenza prevalentemente maschile) e Pinterest (con utenza prevalentemente femminile). Una presenza decisamente “attiva”, considerando che l’86% delle ragazze e il 76% dei ragazzi (sia pure con minore frequenza) posta dei propri reel.

Pressocché scomparso Facebook. La sorpresa non piacevole è la crescita di OF-OnlyFans: una sorta di TikTok senza censure, dove è possibile postare e vedere (a pagamento) contenuti ad esplicito riferimento sessuale (al quale, peraltro, i minorenni non potrebbero accedere). Lo frequenta il 10% delle ragazze e il 20% dei maschi. Ma se il ruolo dei maschi è prevalentemente quello di “voyeur”, quello delle ragazze è verosimilmente quello di protagoniste attive.

Tra i generi di siti maggiormente frequentati si contendono la vetta i siti che parlano di salute (56,3% femmine e 43,7% maschi) e i siti porno (42,8% femmine e 64,3% i maschi). Si potrebbe definire un comportamento “di tipo adulto”, considerando che su questo fronte i comportamenti degli adulti coincidono. Peccato, ancora una volta, che ai siti pornografici i minorenni non potrebbero proprio accedere. Così come non potrebbero accedere ai siti di gambling (gioco d’azzardo online) che invece sono tranquillamente frequentati dal 20% dei maschi e dal 7% delle femmine.

…Non fidarsi è meglio

Crolla, rispetto al 2014, la fiducia nelle principali figure di riferimento della società, con l’unica eccezione dei medici nei confronti dei quali la percentuale di adolescenti che si fida è passata dal 59% (dato rilevato nel 2014) all’84% di oggi. Resta ancora di poco sopra il 50% la fiducia nelle forze dell’ordine, ma si abbassa di oltre 10 punti dal 2014 (53% vs 64%), mentre sono in controtendenza i magistrati nei quali la fiducia, rispetto al 2014, è salita in modo significativo (50,6%, contro il 28,4% di dieci anni fa).

Nella parte “bassa” del tabellone, dove prevale la sfiducia, troviamo gli insegnanti (crollati, in 10, anni dal 70% al 48%) e i sacerdoti (scesi anche loro dal 52% al 29%). Con un tasso di fiducia ancora più basso troviamo i giornalisti (25%) che però risultano in crescita rispetto al 2014 quando a fidarsi di loro era appena il 10%. Mentre oggi al 10% ci sono gli “influencer” (non erano presenti nella rilevazione del 2014). Velo pietoso sulla fiducia riposta nella classe politica che, “stabile nei secoli”, era al 3,3% nel 2014 ed è riuscita a scendere ulteriormente al 2,9%.

Unici “soggetti” di cui gli adolescenti si fidano in pieno sono i genitori (si fida di loro il 90%) e gli amici (86%). E sono proprio gli amici – confrontando le risposte alla stessa domanda posta 10 anni fa (2014) – a guadagnare fiducia (87% vs 63%), mentre i genitori, seppur di poco, sono in calo (90% vs 93%).

Fidarsi, e quindi sentirsi al sicuro solo nel mondo circoscritto a familiari e amici – afferma Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – è inequivocabilmente un segno di disagio ad affrontare il mondo esterno. Ma ritirarsi nel guscio come le tartarughe quando hanno paura o, per dirla con un termine che oggi va di moda, chiudersi nella propria “comfort zone” a sedici anni, quando il desiderio dovrebbe essere quello di esplorare, e possibilmente conquistare il mondo, è una sorta di preoccupante contraddizione in termini sulla quale dovremmo riflettere. Anche perché, oltre determinate soglie, la famiglia rischia di diventare familismo e l’amicizia “clan”, se non addirittura “gang”.

Notti in bianco

Il Covid è un ricordo, ma la cattiva abitudine di andare a dormire tardissimo anche se il giorno dopo c’è scuola si è ormai radicata. Oltre il 47% va a dormire intorno a mezzanotte e, se si considera la fascia di adolescenti degli ultimi due anni di scuola superiore, la percentuale arriva al 66%.

Ma anche una volta spenta la luce – o meglio, appoggiato sul comodino il cellulare, (ovviamente acceso, perché tanto non si spegne mai) – il sonno tarda ad arrivare. Fa frequentemente fatica ad addormentarsi il 60% delle ragazze e il 45% dei maschi. Percentuali in costante aumento nel corso degli anni.

Interessante osservare le cause per cui gli adolescenti dicono di non riuscire ad addormentarsi. Se la scuola è sempre al primo posto (indicata dal 57% del campione), sono sempre più in crescita, specie tra le ragazze, le motivazioni legate non a cause specifiche, ma a più indefinibili “nervosismo” (72% femmine, 46% machi) o “senso di tristezza” (66% femmine, 37% maschi).

A questo si associa, per il 65%, anche una mancanza di sonno che fa generare spesso un pericolosissimo circolo vizioso: l’assenza di sonno induce a proseguire nell’utilizzo di smartphone e computer, le cui stimolazioni luminose e la luce bianca/bluastra dei monitor sono forti inibitori della produzione di melatonina che è l’ormone che ci fa addormentare.

I dati dell’indagine – afferma Marina Picca, Vicepresidente di Laboratorio Adolescenza e Presidente della Società italiana delle cure primarie pediatriche, sezione Lombardia – confermano che i ragazzi dormono molto meno delle 8-10 ore raccomandate dalla National Sleep Foundation per i 13-18 anni (da 9 a 12 ore per i bambini dai 6 ai 12 anni). Questo preoccupa molto perché il “debito di sonno” può avere gravi ripercussioni sulla salute sia fisica, che psichica e comportamentale di una persona. Quanto più è precoce questo debito    tanto maggiori sono le conseguenze sul benessere fisico, sugli aspetti emotivo-comportamentali come ansia, depressione,   stanchezza, irritabilità e sui processi cognitivi,  su concentrazione,  attenzione e  apprendimento con conseguente impatto negativo  anche sui risultati scolastici. Il circolo vizioso mancanza di sonno–utilizzo dei dispositivi multimediali-inibizione della produzione di melatonina–maggiore difficoltà ad addormentarsi rende importantissimo seguire la raccomandazione di effettuare una sorta di ”coprifuoco  digitale” con chiusura degli schermi da una a due ore prima di andare a dormire.  

Il “mood”… sotto i piedi

Futuro incerto e preoccupante, guerra alle porte, fiducia nel mondo che cala, notti insonni: non meraviglia che il “mood” degli adolescenti non sia al settimo cielo e che sia confermato e peggiorato il trend negativo che registriamo da anni.

Il 68,7% (85,0% delle ragazze) si sente (spesso o qualche volta) triste senza riuscire ad attribuire questa tristezza ad una causa specifica e con l’età il fenomeno aumenta. – vedi tabella 2 –

Tabella 2 – Ti capita di sentirti triste senza riuscire a capire il motivo per cui lo sei?

  Totale 2024 Femmine Maschi 12-13 anni 14-15 anni 16-17 anni 18-19 anni Totale 2023
Spesso 35,4% 51,5% 21,2% 29,3% 34,5% 38,6% 39,9% 29,3%
Qualche volta 33,3% 33,5% 33,1% 29,2% 31,2% 36,2% 37,3% 34,4%
Raramente 20,2% 10,6% 28,6% 23,3% 23,0% 18,0% 16,3% 22,6%
Mai 10,7% 4,1% 16,6% 18,0% 10,6% 7,0% 6,3% 12,9%

Il 39% (49% delle ragazze) afferma anche che questi momenti di tristezza immotivati sono aumentati rispetto al recente passato, e il 15% che sono più altalenanti.

Alcol da sballo

Resta critico il rapporto con l’alcol. Non tanto per ciò che concerne il bere abituale (beve alcol più volte alla settimana meno del 15% dei maschi e uno scarso 10% delle femmine, e il 50% afferma di non bere mai alcol), ma il bere “da sballo”. Tra i non astemi, il 75% si è ubriacato almeno una volta, il 32% dei quali più di tre volte. E nella fascia degli ultimi due anni di scuola superiore la percentuale di chi si è ubriacato più di tre volte sale al 45% e la percentuale di chi non si è mai ubriacato scende all’11%. Una sorta di “passaggio obbligato”, dunque, dove nel 20% dei casi il condizionamento degli amici è forte.

D’altra parte, la percezione degli adolescenti è che bere alcol faccia molto meno male alla salute che fumare sigarette e meno male anche di quello che può derivare da una vita stressante. Alla domanda “Quanto sei d’accordo nell’affermare che bere alcol può provocare problemi di salute?” solo poco più del 30% ha risposto “molto d’accordo”, mentre il 40% si è indirizzato su un più vago “abbastanza d’accordo”. Forse hanno ragione nel desiderare che la scuola dia loro informazioni più precise al riguardo. – vedi tabella 3 –

Tabella 3 – Quanto sei d’accordo nell’affermare che i seguenti comportamenti provocano problemi di salute?

Risposta “Molto d’accordo” Totale Femmine Maschi
Fare uso di droghe sintetiche 86,6% 88,8% 84,8%
Fumare sigarette 77,1% 78,2% 76,1%
Fumare cannabis 66,1% 72,1% 61,1%
Fumare sigarette elettroniche 44,7% 48,6% 41,2%
Avere una vita stressante 38,6% 42,7% 34,8%
Bere alcolici 33,9% 34,9% 32,6%
Poca attività fisica 28,1% 23,9% 31,9%
Mangiare cibo non salutare 18,1% 15,7% 20,0%

L’emergenza alcol – afferma Gianluigi Marseglia, Direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Pavia e membro del Consiglio direttivo di Laboratorio Adolescenza è forse oggi una delle maggiori per quel che riguarda l’adolescenza. Ogni sabato sera, tanto per citare un caso pratico, il pronto soccorso del Policlinico San Matteo di Pavia si prepara alla sfilata notturna di adolescenti e giovani adulti con disturbi legati all’abuso di sostanze alcoliche. Malessere, stato confusionale, fino ad arrivare a vere e proprie intossicazioni e al coma etilico. A volte sono i genitori, ma spesso sono altri giovani, gli amici, che accompagnano al pronto soccorso, spaventati, il loro o la loro socia di bevute. Ma, al di là del superamento del momento critico, quello che i giovanissimi sembrano non comprendere – e i dati dell’indagine purtroppo lo confermano – è la pericolosità dell’alcol non solo nell’immediato dell’ubriacatura, ma anche a medio e lungo termine. Di fronte a questa situazione l’impegno dei pediatri e dei medici di famiglia deve essere massimo per affrontare attivamente l’argomento con i loro pazienti adolescenti per fare prevenzione.

L’86% dei giovani intervistati considera il fare uso di droghe sintetiche un fattore di alto rischio per la salute. Il dato cala vertiginosamente a un 33,9% quando si fa riferimento all’alcol. Secondo l’Oms – sottolinea Giada Giglio Moro, psicologa e psicoterapeuta di Milano – l’alcol rientra tra la classificazione delle droghe, per cui appare chiara una grave disinformazione riguardo al fatto che l’alcol è a tutti gli effetti una droga. Questa differenza nella percezione del rischio può essere molto pericolosa ed è più che mai necessario aiutare i ragazzi ad interrogarsi circa le ragioni che li conducono a fare uso e abuso di alcol. Dietro questa scelta c’è sempre un tentativo di gestire qualcosa, e l’alcol interviene come apparente soluzione a questi problemi. Allora sarebbe opportuno fare prevenzione là dove i ragazzi sono, online e offline, ovvero sui canali digitali e nelle scuole, per aiutarli a trovare modalità adattive che rispondano in modo efficace a ciò che li turba dentro, che li aiuti nella regolazione delle proprie emozioni, nel loro processo di crescita e di sviluppo al fine promuovere il loro bisogno evolutivo di esplorazione e di non permettere all’alcol, come ad altre sostanze, di mettere un punto alla loro ricerca di sé.

La scuola: piacevole, ma…

Se la fiducia verso gli insegnanti non è al massimo, la scuola, nel suo complesso, resta un luogo piacevole da frequentare. Il tempo trascorso a scuola è considerato “decisamente piacevole” dall’11% del campione e “moderatamente piacevole” da un ulteriore 61%. Larga maggioranza, dunque, dove solo il 17% considera la scuola noiosa e l’8% addirittura un incubo. I giudizi positivi si attenuano passando dalle scuole medie agli istituti tecnici e professionali e ai licei, ma restano comunque sempre ampiamente maggioritari.

Maggioritaria (60%) anche la percezione di essere “giudicato” in base alla effettiva percezione individuale, mentre il 34% (ai licei diventa il 43%) ritiene di essere sottovalutato e il 5% di essere sopravvalutato.

Anche il registro elettronico, tutto sommato, viene accettato, sia pure con dei distinguo. Il 37% lo considera utile, il 31% vorrebbe che i voti fossero inseriti non immediatamente, ma qualche giorno dopo, per dare modo di poter essere “loro” a comunicarli ai genitori nel momento più adatto. Il 31% (34% nei licei) considera, invece, il registro elettronico una forma di controllo inaccettabile.

Riguardo al carico di studio, la maggioranza (58%) lo trova pesante o eccessivo. Ancora peggio nei licei, dove questa maggioranza sale al 64%. A lamentarsi di più sono le femmine rispetto ai maschi, forse perché studiano di più (e mediamente hanno anche risultati migliori). Sul fronte opposto, solo il 2,8% lo trova leggero.

Un grosso limite che gli studenti attribuiscono alla scuola, già registrato gli scorsi anni, è di essere troppo ingessata sui “programmi” tralasciando di trattare argomenti più vicini ai concreti interessi degli adolescenti. In primis – vedi tabella 4 – l’educazione sessuale (così avrebbero una fonte di informazione autorevole da affiancare, quanto meno, ai siti pornografici) e informazioni corrette sulle forme di addiction: fumo, alcol, sostanze. E anche di questo abbiamo visto quanto avrebbero effettivamente bisogno. Per le ragazze la priorità, dopo l’educazione sessuale, è il rispetto di genere. Ma il 62% degli adolescenti (che nei licei diventa 67%) vorrebbe che si dedicasse tempo anche ad una lettura approfondita della Costituzione italiana.

Tabella 4 – Vorrei che a scuola si parlasse di:

  Totale Femmine Maschi Tecnici Licei Medie
Educazione sessuale 78,4% 82,5% 74,8% 78,6% 84,9% 68,8%
Comportamenti a rischio (alcol, droghe, fumo) 75,8% 78,8% 73,3% 70,5% 75,1% 79,8%
Rispetto tra i generi 68,1% 80,7% 57,3% 63,0% 66,8% 73,1%
Bullismo e cyberbullismo 64,2% 68,9% 60,1% 64,2% 60,5% 69,8%
Costituzione italiana 62,3% 62,9% 62,2% 55,1% 67,3% 59,2%
Utilizzo corretto dei social network 61,1% 60,2% 61,9% 61,9% 52,7% 73,0%
Internet informazioni affidabili 61,1% 58,3% 63,6% 58,9% 57,8% 67,1%

La considerazione prevalente della scuola come luogo piacevole da frequentare scuola – commenta Paolo Demolli, professore di filosofia al liceo Giovanni Berchet di Milano e membro del Consiglio direttivo di Laboratorio Adolescenza – suggerisce che gli adolescenti la vivano essenzialmente come luogo della socializzazione e di un’esperienza a 360°. L’elemento percepito come pesante e obsoleto è quello dei carichi di lavoro e dei programmi, che viceversa sono il focus prevalente di noi insegnanti: rischiamo così di sprecare una grande opportunità educativa se deludiamo la fiducia che i ragazzi, nonostante tutto, mostrano verso la scuola quando auspicano che sia aperta alla realtà e capace di rispondere alle questioni per loro più importanti, come la sessualità e le dipendenze.

Non mi identifico

Per la prima volta, nella nostra indagine, alla domanda in cui si chiede di indicare il proprio genere oltre a “femmina” e “maschio” è stata inserita l’opzione “non mi identifico”. Una richiesta che ci è stata avanzata, attraverso i loro insegnanti, dagli stessi ragazzi, ma che lo scorso anno non avevamo accolto, scoraggiati da qualche dirigente scolastico che temeva “reazioni” da parte dei sempre più invadenti genitori. Quest’anno – opportunamente – abbiamo deciso di inserire l’opzione “non mi identifico” che è stata scelta da un minoritario ma significativo 3,6%. Una opzione di libertà che cerca, nel suo piccolo, di contribuire a far rientrare nella normalità una condizione esistente e diffusa.

Un’opportunità importante, data agli adolescenti, e un dato interessante da registrare – afferma Piernicola Garofalo, endocrinologo, già Presidente della Società italiana di medicina dell’adolescenza – che probabilmente, confrontando studi simili effettuati negli USA, ancora sottostima la realtà. Il nostro interesse primario di medici e educatori deve essere quello di dare la possibilità ai giovani (ma non solo a loro, ovviamente) di esprimere serenamente la percezione che hanno della loro identità con tutte le sfumature e le incertezze che caratterizzano questo percorso, per aiutarli e supportarli nel modo più opportuno se e quando ce ne fosse bisogno. L’errore che non dobbiamo commettere è quello di ignorare il fenomeno o cercare ipocritamente di occultarlo, perché sarebbe una imperdonabile disattenzione.

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