Si concluderanno domenica 6 Maggio, alla Sala Giuseppe Di Martino di Catania, in via Caronda 82, - dopo le undici affollate rappresentazioni tra i mesi di Marzo ed Aprile - le ultime repliche della nuova produzione del Centro Teatrale Fabbricateatro, “Sperduti nel buio” (‘ntra lustru e scuru)- Viaggio nell’inferno di Catania da Nino Martoglio a Pippo Fava, drammaturgia di Nino Bellia e regia di Elio Gimbo. Protagonisti in scena sono la Marionettistica Fratelli Napoli, Cosimo Coltraro, Giuseppe Carbone, Sabrina Tellico, Cinzia Caminiti, per uno spettacolo di assoluto valore storico e culturale, che lascia spazio a riflessioni e suggestioni, parlando di figure quali Nino Martoglio e Pippo Fava, di personaggi quali Don Procopio, Cicca Stonchiti, Peppenino e dell’inferno - di ieri e di oggi - della città di Catania. [caption id="attachment_55925" align="alignleft" width="485"]

Una scena di "Sperduti nel buio" (Ph. Dino Stornello) [/caption] “Sperduti nel buio” è impreziosito dalle canzoni della tradizione, cantate con passione da Cinzia Caminiti di Schizzi d’Arte, dai video di Gianni Nicotra e dal fondamentale apporto della Marionettistica Fratelli Napoli, con la voce ammaliante di Fiorenzo e l’abilità di Marco che rende vivi il diavolo ed il mitico Peppenino dell’Opra dei Pupi catanese. Organizzazione di Daniele Scalia, scene di Bernardo Perrone. Tra ironia e sorrisi, il lavoro evidenzia anche le bellezze, le ricchezze del nostro territorio e quell’alternarsi, quel doppio volto della città di Catania, ieri come oggi, tra bene e male, tra “lustru e scuru”, tra paure e miserie. Una operazione complessa, che porta lo spettatore ad addentrarsi nei meandri dell'inferno in compagnia di Nino Martoglio, Pippo Fava, Cicca Stonchiti, Don Procopio e Peppenino, simbolo comico dell'Opra dei pupi catanese, incrociando anche la figura di un altro grande cronista e testimone delle complessità della città etnea come Pippo Fava. Ma soprattutto la pièce incuriosisce ed interroga il pubblico su quella sera del 15 Settembre 1921, su ciò che veramente accadde al reparto pediatrico dell'ospedale Vittorio Emanuele dove Nino Martoglio trovò la morte. E le domande, i misteri, gli interrogativi che lo spettacolo solleva sono tanti. [caption id="attachment_55922" align="alignright" width="389"]

Il regista Elio Gimbo [/caption] Ma in occasione delle ultime tre repliche abbiamo chiesto, proprio al regista Elio Gimbo, quali interrogativi, quali riflessioni, ha suscitato in lui "Sperduti nel buio" e quali puntualizzazione intende fare sulla pièce. "Quando completo con Fabbricateatro un ciclo di spettacoli, come quest'ultimo di “Sperduti nel buio”, - spiega il regista Gimbo - mi rimangono dentro più le emozioni degli spettatori che le premesse iniziali; gli spettatori immaginano che ne sia il demiurgo ma un regista non è nient'altro che il primo spettatore del proprio spettacolo. Quando si torna ad essere spettatori del proprio spettacolo, uno come gli altri, è interessante raccogliere ciò che esso, replica dopo replica, sussurra nelle orecchie di ciascun spettatore, nel caso di “Sperduti nel buio” questo aspetto diventa pressante al punto di meritare una puntualizzazione". Cosa ti ha sussurrato lo spettacolo “Sperduti nel buio”? "Da 25 anni guido questo peschereccio che è Fabbricateatro, il mio gruppo teatrale, questo ponte da 25 anni è il mio punto d'osservazione della città, da questo mare posso osservare la mia città che brucia con l'illusione di non scottarmi. “Sperduti nel buio” è stato percepito in molti modi, perlopiù lusinghieri e gratificanti, credo che questa molteplicità derivi da una sua propria ricchezza di tecniche teatrali. Nino Bellia, gli attori ed io ci siamo confrontati a mani nude e senza trucchi con l'intero corpo di tecniche e motivi del teatro catanese del '900; dalla drammaturgia martogliana all'Opra dei pupi, al lavoro degli attori sui personaggi, ecco che sento la necessità di puntualizzare alcuni aspetti di questa molteplicità ai miei colleghi-spettatori". [caption id="attachment_53327" align="alignright" width="492"]

Da sinistra Cosimo Coltraro, Sabrina Tellico e Giuseppe Carbone [/caption] "Iniziamo da Cicca stonchiti. Per me le Cicca Stonchiti nello spettacolo sono due: sia Cinzia Caminiti che Sabrina Tellico danno al celebre personaggio martogliano due incarnazioni differenti, entrambe plausibili, se si vuole complementari, ciò grazie alla natura tutta teatrale della storia raccontata: “Sperduti nel buio” è implicitamente un racconto sul nostro teatro, sui suoi personaggi, sui suoi artefici, sulle tecniche; su un mondo che non a caso con la sua vitalità consentì a Luigi Pirandello nel '21 il guizzo, l'illuminazione dei “Sei personaggi in cerca d'autore”. Altro aspetto quello delle immagini proiettate sui muri della Sala Di Martino sull'Inferno catanese. Non sono che i fantasmi che ritengo ci vengono incontro in qualsiasi viaggio nell'Aldilà; riguardano sostanzialmente noi e Catania, ciò che la condanna, ciò che ci impedisce di volare; in questo senso non ho nessuna adesione o visione salvifica della festa di Sant'Agata, essa ci viene incontro, sul finale dello spettacolo, con tutto lo spaventoso carico di ambiguità che si può immaginare. Anche gli effetti luce a volte molto carichi, riprendono analoghe caratteristiche derivanti dalla tradizione dell'Opra dei pupi. [caption id="attachment_53325" align="alignleft" width="469"]
Quali sono gli aspetti di "Sperduti nel buio"che vuoi puntualizzare?

Da sinistra: Cosimo Coltraro, Marco Napoli e Peppenino, Giuseppe Carbone, Sabrina Tellico e Cinzia Caminiti [/caption] Ma insieme alla storia interna dello spettacolo rimane, al termine di questo ciclo di repliche, la vicenda esterna e questa riguarda per intero le circostanze della morte di Nino Martoglio. Non esagera il nostro attore, Cosimo Coltraro, quando, alla fine di ogni replica, sottolinea che il teatro è un'alternativa al lavoro classico; il teatro è ciò che ci protegge dalla vita. Non è soltanto un mestiere, ma un esiguo e un po’ infantile microcosmo in cui vivere altre vite. Il suo vulnerabile spazio di finzione e il fatto d’essere play, jouer, giuoco, ma terribilmente serio, ci immiserisce o ci benedice? La sua Arte, che non lascia forme durevoli, è davvero un’arte minore, o un esercizio di conoscenza che può trascendere l’arte? Oggi il teatro ha molte nature. Ma nessuna può creare il proverbiale monumento “più duraturo del bronzo”. Aldilà di qualsiasi obiettivo e senso che ognuno di noi dà alla natura del teatro che fa, il nostro lavoro non resta però annoda relazioni. Serve a viaggiare, ciascuno nel proprio individuo interno e assieme agli altri. Le sue radici sono le relazioni, sia prima che dopo lo spettacolo, fra coloro che fanno teatro e con coloro che vi assistono: relazioni fra il passato e il presente, fra la persona e il personaggio, fra l’intenzione e l’atto, fra la storia e la biografia, fra il visibile e l’invisibile, fra i vivi e i morti. Il microcosmo del teatro non si nutre dei successi. Gli eventuali trionfi sono solo la schiuma dell’indifferenza circostante quando si infrange sulle spiagge dei nostri isolotti teatrali. E' così che nell'agire teatrale può capitare qualcosa di inaspettato, di imprevisto; uno scarto del percorso che ci costringe ad entrare in una “terra di nessuno”, in una landa dove le tue tecniche non servono più, dove occorre trasformarsi in qualcos'altro". https://www.youtube.com/watch?v=TsLl2uguhWU
Le riflessioni del regista Elio Gimbo (Fabbricateatro) su "Sperduti nel buio"






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