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A Pordenone conclusione delle “Giornate del Cinema Muto” con un omaggio al “genio di Hitchcock”, il 12

2019-09-17 08:09

Michele Minnicino

Spettacolo, Cinema,

A Pordenone conclusione delle “Giornate del Cinema Muto” con un omaggio al “genio di Hitchcock”, il 12 Ottobre proiezione di “The Lodger”, operatore il catanese Gaetano Ventimiglia, pittore, giornalista, fotografo

Sarà dedicato ad Alfred Hitchcock l’evento di chiusura della 38^ edizione delle “Giornate del Cinema Muto di Pordenone” (5-13 ottobre 2019, domenica 13 è riservata alla repliche) - nate nel lontano 1982 e divenute ormai il più importante appuntamento mondiale consacrato ai “silent movies” - che ogni anno richiamano da tutto il mondo i maggiori studiosi dell’ “arte muta” insieme ad un irriducibile battaglione di semplici cinephiles, immancabile zoccolo duro d’entusiastici e ossequiosi spettatori. Presente già nel 1999 (quando in occasione del centenario della nascita venne proiettata tutta la sua produzione muta) e nel 2012, con un nuovo restauro dei film muti diretti dal “Genio di Hitchcock”, quest’anno le “Giornate” proporranno nella serata conclusiva (12 ottobre) il terzo lungometraggio (il secondo sopravvissuto) del regista londinese, The Lodger (Il pensionante, 1926) in una copia sfavillante  accompagnata da una nuova partitura orchestrale composta da Neil Brand, diretta da Ben Palmer (Covent Garden Sinfonia, London) nell’esecuzione dal vivo dell’Orchestra San Marco, Pordenone. “Avevo visto un lavoro teatrale intitolato “Chi è ?” tratto dal romanzo di Belloc Lowndes, The Lodger. L’azione si svolge nella casa di un affittacamere e la proprietaria si chiede se il nuovo inquilino sia un assassino conosciuto come il Vendicatore. Un tipo del genere di Jack lo Squartatore. Ho trattato questo soggetto in modo molto semplice, interamente dal punto di vista della donna, la proprietaria. Poi sono stati fatti due o tre remake troppo complicati” (F. Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Milano 1977, p. 38). Più defilati, in qualche modo oscurati dalla fama del regista, i pur indispensabili “collaboratori”  a partire dall’importante produttore inglese Michael Balcon, che lo lanciò come regista, gli permise di compiere le prime esperienze in Germania e gli mise accanto due sceneggiatori fondamentali per la sua formazione: Charles Bennett (autore della serie di thriller sonori) ed Eliot Stannard, che tra gli altri film è accreditato come unico autore di The Lodger. Stannard ha lasciato alcuni articoli scritti nel 1918 per una rivista specializzata (“The Art of the Kinematograph”) che anticipano profeticamente il linguaggio hitchcockiano. Come aiuto regista si ritrova poi Alma Reville, nel 1926 sposa di Hitchcock e Ivor Montagu (montaggio e didascalie).


Spicca ancora tra i talentuosi collaboratori il nome di  Gaetano Ventimiglia, nato a Catania 1888 e morto a Roma 1974, all’età di 85 anni. Allievo di talento dell’Accademia di Belle Arti di Roma, pittore, poi negli Stati Uniti giornalista e fotografo per il New York Times e l’American Press Association; operatore della “Jonio Film” (1914), della “Katana Film” (1915-16), della “Filmgraf” (1919) e della “Fert” di Torino (1921-22); collaboratore del mitico documentarista del muto Giovanni Vitrotti (1921-22), inventore di un otturatore (1921), negli anni ‘20 lavora in mezza Europa (Francia, Inghilterra, Germania) e proprio in tre film del grande Alfred Hitchcock del periodo inglese (1925-26). Assunto dalla “Cines” di Stefano Pittaluga come direttore tecnico (1930), alla metà di quel decennio si ritrova docente di Tecnica della ripresa nel neonato  Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC) di Roma, dove finalmente riesce a realizzare il suo grande sogno: l’invenzione di una cinepresa “italiana”.


L’avventuroso e


leggendario Gaetano Ventimiglia, rampollo d’una famiglia blasonata e


capostipite d’una stirpe d’inventori-operatori, nasce dunque a Catania (che lo


ha del tutto dimenticato) nel 1888. Dopo gli studi a Roma e un suo primo del


tutto casuale (così si favoleggia) contatto con il cinema in Sicilia, chiusa


l’esperienza americana, rientra in Italia dove (dopo aver girato il tedesco Das fraulein von Capri, 1912)  lavora come operatore della “Jonio Film”, una


delle quattro case di produzione catanesi, fondata nel 1915 da Filippo Benanti,


industriale catanese del vetro. Il film è Valeria,


un “peplo” d’ambiente antico-romano, rimasto però inedito. Più fortunata la sua


collaborazione con la “Katana Film” - altra casa di produzione etnea, fondata


dai fratelli Scalia Zappalà e Giuseppe Coniglione nel febbraio del 1915 - con


la quale Ventimiglia gira cinque film, tutti per la regia del versatile


avvocato-scrittore catanese Raffaele Cosentino, due dei quali - Il latitante e Per te, amore! - di matrice letteraria catanese. Il primo tratto da


un soggetto del giornalista-commediografo Peppino Fazio, con Virginia Balistrieri


(moglie di Giovanni Grasso jr., cugino dell’omonimo), Francesca Anselmi


Quintavalle (madre della più famosa Rosina), Desdemona Balistrieri (sorella di


Virginia e moglie di Angelo Musco) e i catanesi Mariano Bottino (il latitante)


e Attilio Rapisarda; il secondo - ricavato da un soggetto della scrittrice Tina


Zappalà-Paternò, interpretato dalla corpulenta e stizzosa Rosina Anselmi (poi


indimenticabile compagna artistica di Musco), Attilio Rapisarda, Mariano


Bottino, Elvira Radaelli, girato in contrada “Leucatia”, in una proprietà del


marchese di Sangiuliano.. Quest’ultimo


si fa notare soprattutto per gli “effetti di luce”, dovuti all’abile mano di


Ventimiglia. Il satirico La guerra e la


moda, sempre con la Balestrieri, Il


signor Diotisalvi e Anime gemelle


- definiti da un anonimo recensore “veri gioielli d’arte…che strappano il riso


anche ai più musoni” (“Corriere di Catania, 28 settembre 1915) - suggellano la


fine della “Katana” (il 1916 è l’anno in cui chiudono definitivamente le


quattro case di produzione etnee).


Dopo la guerra passa


alla “Filmgraf” (1919), come operatore dei film di Gian Orlando Vassallo (Noemi, Sinfonia del mare e Sogno di


primavera) e successivamente alla “Fert” di Torino (L’isola della felicità e Il


silenzio regia di Luciano Doria, La


preda di Guglielmo Zorzi, tutti


del 1921, quindi L’incognita di


Gennaro Righelli e Il ladro di


Luciano Doria, del 1922). Insieme a Vitrotti gira Teodora (1922) di Leopoldo Carlucci, prodotto dalla torinese


Ambrosio, “kolossal” sulla prostituta-imperatrice di Bisanzio. Instancabile,


brevetta nel 1921 un “otturatore a specchio riflettente” (probabilmente venduto


al governo fascista e a quello tedesco); collabora al film Toilers of the sea (1923)


di Roy William Neil, The city of temptations


(L’inferno dei profughi, 1924) e The money habit (1924) regia di Walter


Niebuhr, finché tra il 1925-26 passa tra gli altri nientemeno che con il


maestro del brivido e della “suspance”,


appunto l’insuperabile Alfred Hitchcock del periodo inglese (che gli affibbia


l’epiteto di “barone” e lo chiama “Baron Vingtimiglia”). Con Hitch lavora in


tre film: Irrgarten der Leidensshaft


o The pleasure garden (1925), quasi interamente girato


in Italia; Der Berglader o The Mountain Egle (1926), girato tra il Tirolo e Monaco di Baviera, entrambi


di produzione anglo-tedesca; infine The


lodger (1926) che il grande


Hitch definisce “il mio primo film”. La rivista francese “Ciné-Mirror” scrive


del Catanese che è “un asso tra gli operatori più celebri…un cervello che cerca


e lavora senza sosta…un gigante buono che mette le sue energie a servizio


dell’arte”. Lavora ancora in Venetian


lover (1925) regia di Walter Niebuhr, La


bonne hotesse (1926) di Jeanne Bruno-Ruby, Sables (1927) di Dimitri Kirsanoff, Morgane la sirene (Morgana la


sirena, 1927) di Léonce Perret e S.O.S.


(1928) di Leslie Hiscott, The


Physician (1928) di Georg Jacoby.


Nel 1928 è a Londra e


due anni dopo in Italia dove diventa Direttore tecnico della riorganizzata


Cines di Stefano Pittaluga. Da docente di Tecnica della ripresa ottica nel


neonato Centro Sperimentale di Cinematografia, il suo genio d’inventore si


sbriglia. Cura la fotografia de L’ultima


carta (1938) di Piero Ballerini, concepisce due macchine da presa: la “O.G.


300” che illustra a Mussolini nel 1940, prodotta in pochi esemplari e la più


fortunata “Vistavision” (1955) a scorrimento orizzontale della pellicola, con


la quale (modificata) sono stati realizzati molti film (tra cui Il


Gattopardo, 1963, celeberrimo


capolavorodi Visconti). Sua


la fotografia del satirico Abbiamo vinto!


(1950) del tedesco Robert Adolf  Stemmle  e del documentario Ippodromi all’alba (1950) di Alessandro Blasetti (ma molto


probabilmente è stato direttore della fotografia di altri film). Conclude la


strepitosa carriera come apprezzato docente del Centro Sperimentale di


Cinematografia, dove insegna dal 1951 al 1967. Nel 1963 viene insignito del


prestigioso “Premio A.T.I.C. per la Tecnica”. Muore a Roma nel 1974.   I figli Giovanni (Roma 1921-1989), direttore


della “Tecnicolor”, inventore di un sistema “Techiscope” operatore e direttore


della fotografia di decine di film e Carlo (Monaco di Baviera 1925-Roma 1981),


prolifico creatore di molte macchine particolari, tra cui la “Verticale”) -


morti entrambi prematuramente - hanno proseguito con successo la sua opera


d’infaticabile ricercatore.


Tornando a The Lodger il thriller, giudicato


velleitario dalla distribuzione non ebbe un successo immediato, ma appena


uscito nelle sale ebbe subito il consenso del pubblico e della critica,


contribuendo ad accrescere ed affermare definitivamente la fama del giovane


cineasta. Come in The


Pleasure Garden (sceneggiatura di


Stannard) il film, considerato - come già detto - dallo stesso regista “il


primo vero film di Hitchcock”  si apre


“con il volto di una ragazza bionda che urla”, che subito dopo si rivede morta


annegata, vittima di un serial killer (nella citata intervista a Truffaut, Hich


spiega puntualmente la tecnica usata).  Fino alla fine non si saprà se  l’assassino è ospite della pensione. Daisy,


la bionda figlia dei padroni di casa (e qui torna la sua ossessione per le


donne bionde) potrebbe essere la prossima vittima? Angoscianti tutte le


sequenze, dalla prima vittima (una vecchia, sfregiata sadicamente) a quelle


riservate a Daisy e alle altre donne bionde, fino a quella indimenticabile della


madre della giovane che ascolta i movimenti notturni dell’ospite della pensione.


Cominciava timidamente ad affiorare la categoria dei “thriller alla Hitchcock”, fatti di violenza maschile, sessualità contorta, ingegnosa manipolazione del pubblico, ingiuste persecuzioni di uomini innocenti per colpe non commesse, simbolismo degli oggetti. Una sorta di remake può essere considerato Frenzy (1972), sentimentale ritorno nella Londra dei suoi natali. In The Lodger, paurosa storia della nebbia londinese, Hitchcock appare per la prima volta in due sequenze, una pratica che diverrà comune in tutti i suoi film, “un gag abbastanza ingombrante - dirà poi il regista - e per permettere alla gente di vedere il film con tranquillità mi preoccupo di farmi notare nei primi cinque minuti”.Infine il ruolo del protagonista affidato ad un divo del tempo - Ivar Novello, vedette del teatro inglese - condizionò non poco la conclusione del film perché Hitchcock avrebbe “preferito che fosse scomparso nella notte in modo che non se ne sapesse più niente”. Una conclusione inaccettabile per lo star-system.


Franco La Magna


CRONACA

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