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Scuola: Save the Children, presenta il Rapporto “Il Mondo in una classe. Un’indagine sul pluralismo cultur

2023-09-06 14:14

Redazione

Prima pagina, save-the-children,

Scuola: Save the Children, presenta il Rapporto “Il Mondo in una classe. Un’indagine sul pluralismo culturale nelle scuole italiane”

La ripresa dell’anno scolastico, il primo dalla fine ufficiale dell’emergenza sanitaria da Covid-19 annunciata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, non ha cancellato l’impoverimento educativo generato dalla pandemia sull’apprendimento e sul benessere psicologico delle studentesse e degli studenti, soprattutto tra i minori in svantaggio socioeconomico.


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Se la pandemia ha rimesso al centro l’importanza degli investimenti sull’istruzione, dopo l’emergenza la percentuale di Pil investita dal nostro Paese in questo settore è tornata a scendere al 4,1%, contro una media europea del 4,8%[1], a cui si aggiunge la carenza di servizi come asili nido, mense e tempo pieno, che restano ancora appannaggio di pochi. La copertura nelle strutture educative 0-2 anni pubbliche e private nell’anno educativo 2021/2022 è pari a 28 posti disponibili per 100 bambini residenti, ancora ben al di sotto dell’obiettivo europeo del 33% entro il 2010 e molto lontano dal nuovo obiettivo stabilito a livello europeo del 45% entro il 2030[2]. Secondo gli ultimi dati disponibili (a.s. 2021/2022) ancora solo il 38,06% delle classi della scuola primaria è a tempo pieno (sebbene in crescita rispetto a 5 anni prima, 32,4% nell’a.s. 2017/2018) e poco più della metà degli alunni della primaria frequenta la mensa scolastica (54,9%, contro 51% dell’a.s. 2017/2018)[3].


Non sorprende che la dispersione scolastica in Italia sia superiore rispetto alla media europea (rispettivamente 11,5% e 9,6% nel 2022)[4] e che l’8,7% di studenti si trovi in condizione di dispersione implicita (secondo i dati INVALSI del 2023), percentuale in diminuzione rispetto allo scorso anno, ma ancora più elevata rispetto a quella registrata prima della pandemia (era del 7,5% nel 2019)[5]. Gli studenti che si trovano in condizione di dispersione implicita sono studenti che, pur ottenendo il diploma di scuola superiore, non raggiungono i livelli di competenze richieste nelle prove di italiano, matematica e inglese, bensì mostrano livelli corrispondenti agli obiettivi formativi previsti per gli studenti di terza media.


Queste sono alcune evidenze emerse nel Rapporto “Il Mondo in una classe. Un’indagine sul pluralismo culturale nelle scuole italiane”, diffuso oggi da Save the Children - l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e le bambine e garantire loro un futuro - in vista della riapertura delle scuole: una fotografia delle diseguaglianze educative che compromettono i percorsi di crescita di bambine, bambini e adolescenti in Italia.


In uno scenario in cui la scuola italiana è alle prese con un numero sempre minore di studenti, a causa del calo demografico che da anni investe il nostro Paese (rispetto a 7 anni fa, quasi 71.000 bambini in meno hanno varcato la soglia della scuola elementare[6], 511.485 nell’a.s. 2015/16, 440.733 nell’a.s. 2021/22).) e con classi sempre più multiculturali, quest’anno il Rapporto annuale sulla scuola di Save the Children mette a fuoco i percorsi educativi degli studenti con background migratorio, evidenziando l’opportunità per il nostro Paese di riconoscere e valorizzare le diversità a scuola e superare gli stereotipi legati al percorso migratorio, con proposte capaci di sostenere una scuola inclusiva e multiculturale. Stiamo parlando di più di 800 mila minori, pari ad oltre 1 su 10[7] (10,6%) tra gli iscritti nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie nel nostro Paese[8]. Il mancato riconoscimento della cittadinanza italiana ha un impatto sul successo scolastico e segna il loro percorso di crescita e di formazione rispetto ai coetanei[9].


Molti studenti con background migratorio, pur nascendo o crescendo in Italia, hanno  meno opportunità rispetto ai loro compagni di scuola, a partire dall’inserimento alla scuola dell’infanzia, al ritardo scolastico dovuto alla collocazione in classi inferiori a quelle corrispondenti all’età anagrafica o alla mancata ammissione all’anno successivo, fino all’abbandono precoce, passando in alcuni territori anche per il cosiddetto fenomeno del white flight[10], ovvero lo spostamento, da parte delle famiglie italiane, di bambini e adolescenti verso scuole situate in aree urbane centrali, con il conseguente aumento della concentrazione di alunni stranieri nelle scuole periferiche e il distanziamento, non solo fisico, ma anche sociale e culturale tra studenti di origine italiana e studenti con background migratorio. Il percorso scolastico di queste bambine, bambini e adolescenti nel nostro Paese è reso ancora più difficile dalla mancanza del riconoscimento della cittadinanza italiana. Questi studenti incontrano maggiori difficoltà, ad esempio, a partecipare a gite scolastiche e scambi culturali all’estero, riservati spesso ai soli cittadini comunitari, o a competizioni sportive, e, successivamente, anche ad accedere all’Università o ai concorsi pubblici[11].


Il Rapporto offre alcuni spunti per comprendere la relazione tra educazione e cittadinanza, e, in particolare, quanto i percorsi educativi e scolastici dei minori di origine straniera possano essere influenzati positivamente dal riconoscimento dello status di cittadina o cittadino italiano. Varie ricerche condotte a livello europeo mostrano che esiste una correlazione positiva tra il successo formativo e il riconoscimento dello status di cittadino ai minori con background migratorio.


Nel nostro Paese, solo il 77,9% dei bambini con cittadinanza non italiana è iscritto e frequenta la scuola dell’infanzia (percentuale che sale all’83,1% per i nati in Italia) contro il 95,1% degli italiani, sperimentando così, fin dai primi anni di vita, percorsi scolastici e educativi diversi, che incidono sui risultati e sulle opportunità future. Tra gli studenti con background migratorio si registrano maggiori ritardi scolastici, casi di dispersione e abbandono scolastico. Mentre gli studenti di origine italiana in ritardo nell’anno scolastico 2021/22 rappresentavano l’8,1%, quelli con cittadinanza non italiana erano il 25,4%, con un divario che diventa ancora più allarmante nella scuola secondaria di II grado (16,3% contro il 48,4%).


Le disuguaglianze si rilevano anche negli apprendimenti: al termine del primo ciclo di istruzione la percentuale degli studenti che non raggiungono le competenze adeguate in italiano, matematica e inglese (secondo i dati INVALSI del 2023) tra gli immigrati di prima generazione è doppia (26%) rispetto agli studenti italiani o stranieri di seconda generazione[12]. A gravare sul percorso educativo dei minori con background migratorio, anche le condizioni di povertà economica – con un’incidenza del 36,2% della povertà assoluta tra le famiglie con minori composte esclusivamente da stranieri (per le famiglie composte solo da italiani si ferma all’8,3%, per quelle miste arriva al 30,7%) - e l’impatto della pandemia, che ha in molti casi comportato l’interruzione dell’insegnamento della lingua italiana e delle attività extrascolastiche, la mancanza di dispositivi tecnologici per seguire le lezioni, la mancanza di occasioni di socialità e di rapporto scuola-famiglia.


“I bambini, le bambine e gli adolescenti, italiani di fatto, ma non per legge, sono più di 800 mila nelle nostre scuole e in costante crescita, ma non beneficiano delle stesse opportunità di sviluppo dei loro coetanei italiani. Il loro percorso formativo è segnato da ostacoli e difficoltà che si manifestano fin dall’infanzia, a partire dall’accesso ai servizi, all’accertamento della carriera scolastica, al riconoscimento della validità dei titoli conseguiti in un altro Paese o alla piena partecipazione alle attività scolastiche e extrascolastiche. Per questo, sono necessari interventi e politiche ampie che sostengano nella scuola e nella società le opportunità date da una società multiculturale e consentano di far fiorire i talenti di tutte le studentesse e gli studenti, cosa di cui, peraltro, il nostro Paese ha un enorme bisogno per il suo sviluppo”, ha dichiarato Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children. “La scuola è lo spazio per eccellenza dell’incontro e dello scambio tra bambini e ragazzi con provenienze diverse e la relazione è spesso la chiave per avviare un processo di inclusione sociale di successo. Per questo, chiediamo al Governo di investire risorse per valorizzare il pluralismo culturale nelle scuole, potenziando la presenza di mediatori culturali negli istituti con un’alta presenza di alunni con background migratorio, ma anche corsi di italiano e attività di socializzazione extrascolastica, soprattutto nelle aree più svantaggiate e a rischio povertà dove si concentrano le famiglie con entrambi i genitori nati all’estero”.


“Da troppo tempo l’Italia attende una riforma legislativa che riconosca piena cittadinanza ai bambini e alle bambine che nascono o giungono da piccoli nel nostro Paese, rafforzando così il senso di appartenenza alla comunità nella quale crescono e spingendo in avanti le loro aspirazioni per il futuro. È un’opportunità che il nostro Paese non può perdere”, ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice Programmi Italia Europa di Save the Children. “L’impegno a favore dei percorsi scolastici degli studenti con background migratorio deve inserirsi, a pieno titolo, in un piano di contrasto a tutte le gravi disuguaglianze educative che oggi pregiudicano il futuro dei bambini: le disuguaglianze territoriali (con i gravi divari tra Nord e Sud), quelle legate alla condizione economica delle famiglie, quelle relative al genere, in particolare per l’accesso delle bambine alle discipline scientifiche. Il superamento delle disuguaglianze educative va messo al centro degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, così come dei fondi ordinari e della nuova programmazione europea. Un intervento organico e strutturale a sostegno delle scuole e dei territori che affrontano giornalmente questa sfida è la strada per assicurare davvero, nei fatti, una scuola ‘aperta a tutti‘, come recita la nostra Costituzione”.


 


I risultati dell’indagine Immerse


Il 67,5% degli studenti stranieri iscritti nelle nostre scuole è nato in Italia[13]: dall’anno scolastico 2017/18 al 2021/22 il numero è cresciuto del 10,8%, passando da 531.467 a 588.986 alunni, con un incremento di oltre 57 mila minori. Nella scuola dell’infanzia, su 100 alunni con background migratorio circa 83 sono nati in Italia; nella scuola primaria quasi tre minori su quattro (73,6%); nella scuola secondaria di I grado sono il 67% e nella scuola secondaria di II grado il 48,3%, quasi uno su due. Il 65,5% degli studenti stranieri presenti in Italia si concentra nelle regioni del Nord, seguite, a distanza, dal Centro (21,9%), Sud e Isole (12,6%).


Per comprendere la relazione tra educazione e cittadinanza, ovvero quanto i percorsi dei minori con background migratorio si differenzino in base al possesso dello status di cittadina o cittadino italiano, il Rapporto presenta i risultati di un’indagine quantitativa realizzata da Save the Children, che ha coinvolto 6.059 studenti tra i 10 e i 17 anni, che frequentano la scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado in cinque città (Catania, Milano, Napoli, Roma e Torino)[14]. La ricerca approfondisce il senso di appartenenza alla scuola, le relazioni sociali, il sostegno dei docenti e della comunità educante, le aspirazioni future degli alunni stranieri. L’indagine fa parte del più ampio progetto di ricerca europeo IMMERSE - Integration Mapping of Refugee and Migrant children in Schools and other Experiential environments in Europe, che si propone di individuare una nuova generazione di indicatori per studiare lo stato dell’inclusione sociale e scolastica dei minorenni rifugiati e migranti in Europa.


L’11% degli alunni con background migratorio ha dichiarato di aver avuto periodi di interruzione della scuola di sei mesi o più – assenze prolungate che rappresentano uno dei campanelli d’allarme della dispersione scolastica – contro il 5,9% degli studenti con genitori italiani. Tra i minori con background migratorio che hanno risposto di aver smesso di frequentare la scuola per periodi prolungati e che non hanno cittadinanza italiana, l’8,3% indica tra le motivazioni principali[15] il fatto che non ci fossero posti disponibili a scuola, il 3,2% la conoscenza limitata della lingua italiana, il 2,2% la necessità di aiutare i genitori a casa e il 2,5% il fatto che la scuola non sia utile. Queste percentuali scendono nettamente tra i minori con background migratorio che hanno la cittadinanza italiana: solo l’1,5% afferma di non aver trovato posto a scuola, mentre quasi nessuno sostiene di non conoscere la lingua italiana o di dover restare a casa per aiutare la famiglia, o ancora ritiene che frequentare la scuola sia inutile.


La cittadinanza italiana sembra influire positivamente sul livello di istruzione più alto che gli studenti si aspettano di raggiungere. Il 45,5% degli studenti italiani (43,2% per quelli con background migratorio) intervistati ritiene di poter ottenere un diploma di laurea, un master o un dottorato, dato che scende al 35,7% per gli studenti con background migratorio senza cittadinanza. Questi risultati mostrano come i minori con background migratorio, se cittadini del Paese ospitante, tendono a maturare aspettative e aspirazioni equivalenti a quelle dei coetanei nati in Italia.


Nel processo di integrazione, di crescita e formazione di questi studenti è fondamentale anche il grado di fiducia degli insegnanti nelle loro capacità e potenzialità, che può influenzare negativamente le aspirazioni future di bambini, bambine e adolescenti. Se per il 64,5% degli studenti italiani intervistati i docenti manifestano sempre o quasi sempre fiducia nelle loro capacità, nel caso degli studenti con background migratorio solo il 53,4% afferma che gli insegnanti dimostrano fiducia nelle loro capacità di proseguire gli studi, mentre in un caso su 10 (10,8%) questo non avviene mai o quasi mai. Anche nella scelta degli indirizzi di studio il luogo di nascita svolge un ruolo determinante: mentre gli studenti con cittadinanza non italiana nati nel nostro Paese si orientano verso gli istituti tecnici (39,7%) e i licei (23,8%), gli studenti nati all’estero si iscrivono prevalentemente agli istituti tecnici (37,8%) e ai professionali (34,9%)[16].


L’indagine ha permesso infine di tracciare un quadro più generale circa le difficoltà degli studenti in Italia e il loro senso di appartenenza alla scuola, al quartiere e al Paese. Gli studenti intervistati, di qualsiasi origine siano, incontrano ostacoli e difficoltà legate alla mancanza o scarsità delle opportunità offerte nel territorio: solo il 22% degli intervistati, poco più di 1 su 5, dichiara di vivere in aree dove sono presenti attività di sostegno, di apprendimento o di supporto linguistico (aiuto per fare i compiti, corsi di lingua, ecc.), organizzate nel tempo extrascolastico e solo il 38,9% dichiara di partecipare a qualche attività nel dopo scuola, come attività sportive, corsi di arte o musica.


Il 17,9% degli studenti con background migratorio senza cittadinanza italiana afferma di non sentirsi mai o quasi mai parte della scuola. Tale percentuale scende al 13,8% per gli studenti con background migratorio e con cittadinanza italiana e al 10,6% per i coetanei con entrambi i genitori italiani.  I minori che dichiarano di provare un forte senso di appartenenza verso l’Italia, il proprio quartiere e la propria città sono pochi, sia tra chi ha origini italiane, sia tra i minori con background migratorio. Tra i primi, solo il 26,2% si sente “vicino” all’Italia, il 30% al quartiere e il 24% alla propria città. Tra i minori con background migratorio, coloro che hanno ottenuto la cittadinanza italiana si sentono più vicini all’Italia (18,5%)[17] e più vicini al loro quartiere (26%) e città (18%) rispetto ai minori stranieri senza cittadinanza italiana (rispettivamente 14%; 21,5%; 13%). L’indagine fa emergere dunque un senso di estraneità tra la maggioranza degli studenti interpellati, indipendentemente dalle loro origini, rispetto al territorio in cui crescono, mentre il senso di appartenenza più forte è quello che li lega al gruppo dei pari, agli amici. Che siano italiani, oppure nati e/o cresciuti in Italia, oppure arrivati da poco, i legami di amicizia abbattono differenze e stereotipi. La maggioranza dei minori con background migratorio (51,5%), così come quelli di origine italiana (64,2%) hanno degli amici provenienti da un Paese diverso rispetto a quello in cui sono nati. Meno di uno studente italiano su quattro (22,6%) afferma di non avere alcun amico di origine straniera. Le relazioni tra pari possono rappresentare una chiave su cui far leva per strategie di coesione che mettano al centro il protagonismo delle giovani generazioni, di ogni provenienza.


La petizione: https://www.savethechildren.it/petizionecittadinanzaitalianabambiniLa versione integrale del rapporto “Il mondo in una classe. Un’indagine sul pluralismo culturale nelle scuole italiane” è disponibile al link: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/il-mondo-in-una-classe  

 


La campagna sulla cittadinanza di Save the Children


In Italia più di 800 mila bambine, bambini e adolescenti sono italiani di fatto, ma non di diritto. In base a una legge che risale a trent’anni fa, possono ottenere la cittadinanza italiana solo quando diventano maggiorenni e dopo un complesso iter burocratico. In una fase delicata come quella della crescita, non avere la cittadinanza italiana e sentirsi diversi rispetto ai compagni di classe ha ripercussioni sia pratiche – come la possibilità di partecipare alle gite scolastiche e alle attività sportive - che psicologiche, nella maturazione del senso di appartenenza alla comunità nella quale si vive. Tutto ciò può avere impatto negativo anche sui percorsi scolastici.


Per questo, Save the Children ha lanciato oggi una campagna per la cittadinanza. Con la petizione “Cittadinanza italiana per i bambini nati o cresciuti in Italia. È il momento di riconoscere i loro diritti!”, l’Organizzazione chiede al Parlamento italiano di riformare la legge sulla cittadinanza e consentire a bambine, bambini e adolescenti nati in Italia o arrivati nel nostro Paese da piccoli, figli di genitori regolarmente residenti, di diventare italiani prima del compimento della maggiore età.


Più volte il Parlamento ha affrontato la questione, senza però arrivare mai a un risultato. Save the Children, con questa campagna, chiede una riforma della legge sulla cittadinanza perché la domanda di appartenenza delle nuove generazioni alla comunità nazionale sia finalmente riconosciuta. L’opportunità di sviluppo dell’intero sistema Paese che una riforma sulla cittadinanza porta con sé è un’occasione che l’Italia non può perdere.


L’Organizzazione chiede, inoltre, al Governo italiano di sostenere l’inclusione delle studentesse e degli studenti con background migratorio nelle scuole, potenziando l’offerta educativa a loro dedicata, soprattutto nei territori dove la concentrazione degli stessi è più alta, attraverso servizi di mediazione culturale e la costruzione di percorsi che valorizzino il pluralismo linguistico e culturale nelle scuole. Il PNRR contempla diverse riforme e investimenti per rafforzare il sistema educativo, dedicando un’intera Missione (la n.4) al miglioramento qualitativo e quantitativo dei servizi di istruzione, dagli asili nido all’università. Un intervento che richiede necessariamente di prevedere un approccio attento anche ai bisogni specifici degli studenti con background migratorio per offrire a tutti i minori, a prescindere dalla propria origine, la possibilità di costruire il proprio futuro.


CRONACA

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