Girolamo di Stridone nel suo De viris illustribus scritto nel 392 a Betlemme, così ricorda lo scrittore africano: < [caption id="attachment_195019" align="alignleft" width="199"]

Quinto Settimio Florente Tertulliano [/caption] Quinto Settimio Florente Tertulliano è una delle figure di maggior rilievo dell’antichità cristiana, il più vigoroso fra gli apologisti e i polemisti dei primi secoli, il primo tra i Latini che tentò di elaborare il dato rivelato con l’impegno di una travagliata speculazione, creando pure un linguaggio teologico. Tertulliano, che fu tra i più potenti scrittori di tutta la latinità, è considerato il primo autore cristiano a menzionare il martirio di Pietro e Paolo, anche se non fornisce dettagli specifici sull’avvenimento. Le fonti principali per conoscere la vita di Tertulliano sono alcuni accenni che si trovano nelle sue opere e le notizie che ci da Girolamo di Stridone (De viris illustribus 53; Epist., 70,5; Chronicon. Ad a. 2224 = 208 d.C), Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., II,2,4), Agostino d’Ippona (Ad haer., 86), Vincenzo di Lerino (Commonit., 18) e il Praedestinatus (di F. Oehler, Corpus haereseolog., I., Berlino 1856, pag. 242, 264 ). Tertulliano, figlio di un centurione proconsolare pagano, nacque a Cartagine verso il 160, e fu forse iniziato ai misteri del dio Mitra, infatti scrive: < I suoi scritti danno prova che Tertulliano ebbe una formazione accurata nello studio delle lettere, della storia, della filosofia e particolarmente del diritto. Apprese perfettamente il greco, sino a comporre in questa lingua alcune delle sue opere ora perdute. Tertulliano fu anche a Roma (De cultu fem., I,7), dove si suppone abbia esercitato l’avvocatura. Sulla data e sul processo della sua conversione al cristianesimo mancano notizie precise, ma lo spettacolo dell’eroica fortezza dei martiri (Scap., 4; cfr. Apol., 50,15) gli diede la prima spinta e la lettura della Bibbia (Apol., 18) poi lo persuase della verità del cristianesimo (Cfr. De exhort. cast., 7). Nel 213 Tertulliano venne ad aperta rottura con la Chiesa cattolica, aderendo formalmente al montanismo, eresia così chiamata dal frigio Montano, che predicava il rigorismo morale e si presentava come un’incarnazione del Paraclito, contrapponendo all’autorità della gerarchia una chiesa carismatica. Fu la sua indole, portata agli eccessi e insofferente del freno dell’autorità, che lo spinse verso questo movimento ereticale caratterizzato da un rigorismo fanatico e visionario. La testimonianza isolata, che Tertulliano sia passato all’eresia a causa di violenti contrasti con il clero di Roma, è giustamente considerata sospetta. Ma, insoddisfatto anche della nuova esperienza, costituì una sua chiesa, i cui aderenti presero il nome di “tertullianisti” e le cui propaggini durarono fino al tempo di Agostino d’Ippona (354-430). Dopo il 220 non si hanno più tracce della sua attività. Secondo Girolamo, Tertulliano morì verso il 240. La produzione letteraria di Tertulliano è molto vasta ed abbraccia molti campi con scritti che troviamo in Patrologia Latina 1 e 2. Il primo dei suoi scritti fu il trattato De pallio (197), un'opera in cui l’autore si difende dalle accuse degli abitanti di Cartagine che gli rimproveravano di preferire il mantello del filosofo alla toga. A differenza di altre sue opere prevalentemente catechetiche, l'autore sviluppa qui una ricchezza di letture intorno al motivo del mantello. Non molto dopo, forse quando ancora era pagano, Tertulliano compose il De angustiis nuptiarum ad amicum philosophum, indirizzato ad un amico filosofo sulle angustie della vita coniugale, ma ambedue scritti sono andati perduti. Tra le opere a noi pervenute, la più antica è l’Ad martyras (197), per confortare un gruppo di cristiani incarcerati e sostenerli nella prova suprema del martirio. [caption id="attachment_195020" align="alignright" width="312"]

I santi Martiri in un affresco della II metà del IV sec. [/caption] Le opere di Tertulliano, la cui cronologia è tutt’altro che sicura, le possiamo distinguere in apologetiche, catechetiche, polemiche, montaniste e tardive. Sono apologetiche: L’Ad nationes (Ai pagani, PL 1,629-688; CCL. 1, 9-75), del 197, che rappresenta il primo tentativo apologetico del Cartaginese; l’opera prelude all’altro scritto dello stesso anno, l’Apologeticum (PL 1,305-604; CCL. 1, 77-171) indirizzato alle autorità imperanti e ai governanti delle province. Qui Tertulliano si rivela uno scrittore assai esperto di diritto, perciò in grado di denunciare le ingiustizie, l’illegalità e le contraddizioni delle procedure dei vari tribunali, intentate contro i cristiani. Sono rimasti celebri due passi di quest’opera: il suo giudizio sulla risposta data da Traiano a Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, che chiedeva come comportarsi nei confronti dei cristiani (PL 2,6-8) e l’altro passo dell’opera, non meno famoso, è la conclusione da lui dedotta dall’infierire delle persecuzioni contro i cristiani: <<A nulla giova ogni vostra raffinata crudeltà… Più numerosi diventiamo, ogni volta che da voi siamo mietuti: è semenza il sangue dei Cristiani - Sanguinis martyrum semen est Christianorum>> (Apol. 50,13). Subito dopo la stesura dell’Apologeticum troviamo l’operetta De testimonio animae (197), dove si incontrano testimonianze attestanti che anche tra i pagani l’anima è naturalmente cristiana e comprova anche la conoscenza di alcuni insegnamenti essenziali del cristianesimo, come per esempio l’unità di Dio. Nell’opera De spectaculis (197), Tertulliano fa divieto ai cristiani di partecipare agli spettacoli teatrali e ai giochi circensi per la loro poca moralità e per il loro stretto legame con la religione pagana. Nel De cultu feminarum (197/206), l’autore esorta le donne cristiane a vestire modestamente, differenziandosi così dai costumi pagani. Nel trattato Ad uxorem (200/206), l’autore esorta la moglie, perché Tertulliano probabilmente era sposato, ma non è escluso che questo titolo fosse una finzione letteraria, a non risposarsi nel caso della morte del marito, ma se ciò le fosse impossibile sposi almeno un cristiano. Con il De idolatria (211), Tertulliano ricorda ai cristiani che l’idolatria sotto qualsiasi forma è proibita. Il De patientia (200/203) si presenta come un trattato filosofico che il Cartaginese per ampi tratti sviluppa in modo estremamente scolastico. Tra le opere catechetiche, è notevole, dal punto di vista esegetico, il Commento al Padre nostro di Tertulliano inserito nell’opera De Oratione (198/200), indirizzata ai catecumeni. Il trattato De baptismo (200) è una importante esposizione catechetica per la teologia del sacramento. Nel De anima (210-213) il Cartaginese combatte le teorie della preesistenza e della metempsicosi dell’anima mediante la generazione dai genitori ai figli, vengono così trattati i vari problemi relativi alla crescita, alla pubertà, al sogno, alla morte e alla sorte dell’anima dopo la morte. Il trattato De paenitentia (203) è incentrato sul sacramento della penitenza e sui metodi per raggiungere la riconciliazione ecclesiastica da parte del penitente. Tra i trattati polemici emerge anzitutto il De prescriptione haereticorum (200/205) (PL 2,9-12; CCL i,185-224), che è considerato il capolavoro di Tertulliano in questo genere di scritti. Esso costituisce quasi una introduzione alla polemica contro l’eresia. Egli, in quest’opera si richiama ad una legge romana che legittimava ogni proprietà avuta e tenuta in possesso da un certo tempo. Così egli legittima, contro gli eretici e specialmente contro gli gnostici, il diritto della Chiesa cattolica a detenere il possesso delle Sacre Scritture, ereditate dagli apostoli e da loro trasmesse. Il trattato Adversus Hermogenem, è uno scritto in difesa della fede cristiana scritto da Tertulliano intorno al 205. Il bersaglio della polemica è Ermogene, un cristiano che si trasferì da Antiochia a Cartagine, dove le sue dottrine, profondamente influenzate dalla filosofia greca, era entrato in forte polemica con il vescovo Teofilo di Antiochia. [caption id="attachment_195021" align="alignright" width="250"]
scoperto recentemente nelle catacombe di Santa Tecla di Roma

I santi Pietro e Paolo [/caption] Nel 202 l’imperatore Settimio Severo proibì la conversione al cristianesimo; ne derivò una persecuzione diretta esclusivamente contro i catecumeni e i catechisti. A Cartagine furono martirizzate allora Perpetua e Felicita; dagli Atti del loro martirio, alla cui redazione forse prese parte Tertulliano, risulta che in quel tempo la comunità non era ancora divisa tra cattolici e montanisti, ma risulta che la divisione era già nell’aria. Sembra che si sia concretizzata subito dopo la persecuzione. In questo periodo i collocano le tre opere montaniste del Cartaginese, delle quali ci è pervenuto solo il titolo: I sette libri sull’estasi, La speranza dei fedeli e Il Paradiso. La netta decisione di aderire al montanismo ci mostra che Tertulliano ad un certo punto non seppe più controllare il suo rigorismo. Nell’opera De verginibus velandis (207 ca.) Tertulliano propugna l’obbligo per le vergini di portare il velo sia in chiesa che in pubblico, e nel trattato De exhortatione castitatis (204/212 ca.) egli si oppone al secondo matrimonio. Con il passare dell’età Tertulliano si mostrò sempre più duro in questo argomento; in seguito attaccherà ancora più furiosamente questa forma di <<impudicizia>> quale a lui apparivano le seconde nozze dei vedovi e delle vedove. Durante queste contese con i suoi fratelli nella fede, Tertulliano continuava la sua opera polemica contro le eresie. La sua opera, Adversus Apelleiacos è un trattato polemico scritto contro la dottrina del teologo cristiano Apelle. Egli in quest'opera combatte le idee di Apelle, un seguace di Marcione, che sosteneva una visione dualistica del mondo e di Dio. Il trattato, del 200 circa, è andato perduto. Nel trattato De corona (211) Tertulliano, che esprimeva una posizione di netta opposizione al servizio militare nell'esercito romano, sosteneva che la violenza e la guerra fossero intrinsecamente negative, ritenendoli incompatibili con la fede cristiana e considerava il mestiere del soldato simile a quello di un gladiatore o un brigante. Nel De fuga in persecutione (212 ca.) egli considera inaccettabile la fuga come strategia per evitare la persecuzione dei cristiani e sostiene pure che abbandonare la propria fede o città per sfuggire alla persecuzione è una forma di rinuncia alla testimonianza e alla confessione di Cristo, e, quindi, un tradimento. Due scritti, dal titolo simile, sono diretti contro lo gnosticismo: Il De risurrectione carnis (prima del 212), che attacca la concezione gnostica della vita eterna, e il De Carne Christi (209/212), che impugna il docetismo gnostico, il quale negava la realtà fisica e materiale dell'incarnazione di Gesù Cristo, sostenendo che il suo corpo fosse solo un'apparenza (da dokéo, "sembrare"). I doceti credevano che Gesù non avesse un vero corpo umano e che le sue sofferenze e la sua morte fossero solo un'illusione. [caption id="attachment_195022" align="aligncenter" width="478"]
Vetro dorato – IV sec.
Museo Sacro – Biblioteca Apostolica Vaticana

Crocifissione di Pietro [/caption] Nella terza fase della sua attività letteraria, contrassegnata dalla intransigenza del suo montanismo, Tertulliano compose ancora una Apologia, che indirizzò al proconsole d’Africa, di nome Scapula, in cui l’autore minaccia il giudizio divino per la persecuzione contro i cristiani da lui organizzata. Lo Scorpiace (213 ca), cioè il rimedio contro le la puntura dello scorpione, è diretto contro l’affermazione gnostica che nelle persecuzioni è lecito mentire (questa asserzione sarebbe il morso dello scorpione). Per il Cartaginese nelle persecuzioni il rimedio è il martirio. Altre due opere morali, che sono violente polemiche, rispettivamente dal titolo De monogamia per condannare le seconde nozze, strettamente proibite dal montanismo e il De Ieiunio 217/220 uno scritto anticattolico in difesa della pratica montanista del digiuno, assai più rigida di quella praticata dai cattolici. Dobbiamo, infine, ricordare il trattato De pudicitia (220) in cui l’autore attacca la disciplina penitenziale della Chiesa cattolica africana soprattutto per la remissione dei peccati di impudicizia, che riguarda il perdono dei peccati di fornicazione e adulterio. L’autore qui sostiene che a coloro che hanno commesso questi atti la Chiesa non può concedere il perdono. Il De baptismo (200), scritto intorno al 200, è il primo trattato completo sul battesimo. Affronta diversi aspetti del sacramento, tra cui la sua importanza, il modo in cui viene amministrato e la sua relazione con la fede e la salvezza. Il temperamento dell’uomo influì certamente sullo svolgimento del pensiero. La sua individualità si rivela soprattutto nel campo della controversia e della morale; ma anche nel settore teologico egli ha lasciato tracce di non comune rilevo, anche se si deve riconoscere che, per effetto della sua irrequieta individualità, egli non ha costruito nessun sistema teologico. Nella sua dottrina trinitaria si possono scoprire due aspetti: nelle espressioni di sintesi egli, in genere, è felice ed esatto nel definire l’unità della natura e la Trinità delle Persone. Qualcuna delle sue formule fu ripresa anche dal Concilio di Nicea (325): <<Il Figlio è della sostanza del Padre>> (Adversus Praxean. 4,1). Quando egli intende dare ragione per spiegare la generazione del Figlio, cade in analogie prese dalla natura e dalla materia, inaccettabili. Per questo egli risulta più felice nel campo della morale, in cui emerge la sua indignazione per la corruzione del mondo pagano, come pure la sollecitudine nell’indicare nella vita cristiana il modello e il mezzo per raggiungere i migliori ideali della perfezione. [caption id="attachment_195023" align="alignleft" width="290"]
Michelangelo Buonarroti- Cappella Paolina- Città del Vaticano

Basilica Papale di San Pietro in Vaticano - Roma [/caption] Ma quello che lo distingue maggiormente come apologista, è l’aver posto nella difesa dei cristiani, più che le prove della filosofia, le basi del diritto: egli parla e scrive da esperto giurista e sa cogliere tutte le contraddizioni e l’infondatezza delle leggi e del comportamento imperiale nell’infierire contro i cristiani. Tertulliano non è noto per aver scritto una narrazione specifica sul martirio di Pietro e Paolo. Tuttavia, le sue opere riflettono una chiara consapevolezza dei martiri cristiani e contengono elementi che, in qualche modo, si riferiscono al martirio degli apostoli. Tertulliano, nel trattato De praescriptione haereticorum, scritto tra il 200 e il 205, ci fornisce una visione del martirio dei santi Pietro e Paolo. Questi due apostoli, insieme a molti altri cristiani, subirono il martirio durante le persecuzioni romane di Nerone. Sebbene non ci siano narrazioni specifiche sulla morte di Pietro e Paolo, le opere del Cartaginese ci forniscono un contesto storico-teologico in cui gli apostoli sono considerati modelli di fede e sacrificio: < [caption id="attachment_195024" align="aligncenter" width="457"]

Decollazione di San Paolo, [/caption] Benedetto XVI, concludendo l’Udienza Generale del 30 maggio 2007, dice: < [caption id="attachment_195025" align="alignright" width="400"]
Taddeo Zuccari - 1558–1559
chiesa di San Marcello al Corso, Roma

Sepulcrum Sancti Pauli [/caption] Negli scritti dell’Africano, insomma, si rintracciano numerosi temi che ancor oggi siamo chiamati ad affrontare. Essi ci coinvolgono in una feconda ricerca interiore, alla quale esorto tutti i fedeli, perché sappiano esprimere in maniera sempre più convincente la Regola della fede, quella, per tornare ancora una volta a Tertulliano, «secondo la quale noi crediamo che esiste un solo Dio, e nessun altro al di fuori del Creatore del mondo: egli ha tratto ogni cosa dal nulla per mezzo del suo Verbo, generato prima di tutte le cose» (La prescrizione degli eretici 13,1). Diac. Dott. Sebastiano Mangano già Cultore di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania
Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura – Roma














.jpeg)
-(1)-1.jpeg)

.jpeg)



