Alla Sala Magma di Catania il 24, 25 e 26 Maggio in scena “Alcibiade” di Renato Pennisi con Antonio Caruso, regia Salvo Nicotra

La squadra di "Alcibiade": Pennisi, Nicotra, Indelicato, Caruso, Marù (Ph. Simone Nicotra)

Lo spettacolo “Alcibiade”, prodotto dal Centro Magma in collaborazione con le associazioni Terre Forti e Darshan e sotto gli auspici della Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo, debutterà alla Sala Magma di Catania (via Adua n. 3) venerdì 24 Maggio alle ore 21; al momento, sono previste repliche nei giorni di sabato 25 (ore 21) e domenica 26 (ore 18,30). Ingresso: Euro 10,00 – Ridotto (studenti, ultrasessantacinquenni e convenzionati) euro 8,00 – Info e prenotazioni: 095 444312 – 3333337848 – 3475768457 – mail@centromagma.it – Fb: Sala Magma.

Le musiche sono state appositamente composte ed eseguite da “Oi Dipnoi” (Valerio Cairone, Marco Carnemolla e Mario Gulisano) e contengono anche le sonorità vocali di Lucia Nicotra e Donatella Marù (la quale collabora alla messa in scena in molteplici ruoli). Al lavoro “collettivo” ha partecipato anche Orazio Indelicato; la produzione video è di Simona Brancè mentre fotografo ufficiale è Simone Nicotra.

Antonio Caruso in “Alcibiade”

Che su molta parte delle vicende umane la storiografia non sia univoca è cosa acclarata; figurarsi se lo potrebbe essere su quelle di Alcibiade (circa 450-404 a. C.). Per com’è stata tramandata, comunque, l’importanza del “personaggio” è comparabile in “quantità” con le sue contraddizioni, tutte o in parte vere, tutte o in parte false che siano. Sembra chiaro che fosse proiettato in quel “nuovo mondo” che poneva in primo piano l’uomo («misura di tutte le cose») e se stesso. L’empietà dei sofisti e di Socrate (di cui fu discepolo) era in lui più o meno latente, talora esasperata e “manipolata”, nelle affermazioni ed esplicita nei comportamenti, sposandosi perfettamente con un certo senso di sacralità di cui riteneva fosse dotata la sua persona. Per ragioni inverse, era facile ai suoi avversari tramutare questi atteggiamenti in pretesti per accusarlo e privarlo delle prerogative possedute e persino di condannarlo a morte. In qualche modo erede di Pericle, visse durante lo svolgimento dell’interminabile  guerra del Peloponneso, combattuta da spartani, ateniesi e loro alleati per il predominio sull’intera penisola. Si tratta di una pagina di storia che interessa profondamente anche la Sicilia, poiché una delle intuizioni di Alcibiade fu quella di attaccare Siracusa, fondamentale alleata di Sparta, avvalendosi di quella porzione di Sicilia che parteggiava, invece, per Atene (Catania, l’Atene della Magma Grecia, in testa). Per una serie di eventi che sono raccontati (in sintesi) nello spettacolo, quel progetto non sarà portato a termine dal suo ideatore e terminerà con la disfatta degli ateniesi.

Quale più stimolante “materia” per una azione teatrale! Il resto è, infatti, riservato all’azione, all’«hic et nunc» (qui e adesso) di un certo modo di intendere il teatro. Se, poi, si ha la ventura che un testo scritto – in versi, come sa fare Lui – da Renato Pennisi incontri due sodali “storici” come Antonio Caruso (attore) e Salvo Nicotra (regista), allora l’avventura non può che prendere corpo, e vivificarsi nel solco che da un quarto di secolo contraddistingue la loro creatività e quella del Centro Magma che la propone.

Così Pennisi: “Il fantasma di Alcibiade si è aggirato nei miei pensieri per molti anni. Dovevo in qualche modo dare corpo a un giocatore, a un personaggio che doveva sentirsi un predestinato. Alcibiade, infatti, ha giocato con uomini e donne, con la religione, con la sua città e con il suo tempo muovendo popoli e nazioni come su una scacchiera. Ha giudicato l’umanità guardandola dall’alto, ha messo a frutto le sue qualità, la bellezza, il denaro, la capacità oratoria, la sua cultura, la sua scaltrezza, per diventare il motore e l’essenza stessa della Storia, persino inconsapevole di cosa fosse il tradimento. Alcibiade non aveva un progetto politico, l’agire doveva essere un finale di partita con un esito positivo. Sempre. Dovevo raccontare quest’uomo come lo avvertivo, come lo immaginavo. Fino all’epilogo da esiliato, fino al confrontarsi con la solitudine e la morte”.

Nella messa in scena il testo è affrontato tenendo conto di diversi piani di lettura (da quello narrativo-storico a quello allusivo di uomini e cose di ogni tempo e luogo); purtuttavia, con la profonda consapevolezza che la trasfigurazione teatrale si spinge sino agli interstizi più reconditi dell’umano, avvalendosi di tutte le componenti che interagiscono. A cominciare dai suoni, dalle parole (come significato e come suono esse stesse), dai colori e persino dai materiali spesso “impropriamente” utilizzati, dai gesti che un gruppo di persone (autore del testo, regista, attore, musicisti, ecc.) hanno vissuto assieme tra di loro e che si propongono di rivivere assieme a quanti interverranno.

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