La semplicità e l’inganno delle maschere in scena al “Brancati” di Catania con “Donnacce” di Gianni Clementi

Nella foto i tre protagonisti di "Donnacce"

Ancora una volta e lo ribadiamo sempre dopo aver assistito ai suoi lavori, il commediografo romano Gianni Clementi ha fatto centro, trattando con garbo, accuratezza, precisione, alcuni aspetti del nostro vivere, raccontando usi e costumi (o malcostumi) della nostra “Italietta”, facendoci sorridere e riflettere allo stesso tempo.

Anche in questa stagione Clementi è ospite del cartellone del Teatro Vitaliano Brancati di Catania con la sua divertente ed amara commedia “Donnacce”, pièce in due atti, diretta da Ennio Coltorti e che vede in scena le convincenti e scatenate Alessandra Costanzo e Paola Tiziana Cruciani, accompagnate da Pietro Bontempo. La commedia, in quasi due ore, giocando sulla diversità dei linguaggi, sui modi di vivere diversamente la vita da parte dei tre protagonisti, racconta della romanissima Tullia, in arte Sofia Loren, paurosa, senza sogni e illusioni, con i suoi gusti pacchiani e di Tindara, sicilianissima, detta Occhibeddi,  visionaria, ingenua e con un italiano storpiato, due signore di mezza età che hanno dedicato gran parte della loro vita alla pratica della professione più antica del mondo e che convivono in un appartamento di un palazzo della periferia romana, dividendo l’affitto.

Le due, per l’età e per la crisi di un mercato ormai governato da rampanti ragazze dell’est e trans brasiliani (come Terezinha che vive ed “esercita” nello stesso palazzo), raccolto un discreto gruzzolo hanno deciso di andare in pensione e sono in procinto di partire in aereo per una vacanza in Egitto, regalandosi una settimana All-inclusive a Sharm El Sheik. Ma proprio quando le due “peripatetiche” hanno preparato le valigie, discutono del loro peso e contenuto ed attendono chi le accompagnerà in aeroporto, ecco la sorpresa, l’imprevisto: un uomo seminudo, con calze a rete e il volto coperto da una maschera sadomaso precipita nel loro balconcino e da quel momento i loro progetti cambiano. L’uomo chiede aiuto per uscir fuori da una difficile situazione, si rivela come un importante personaggio pubblico, dialoga, ammalia, convince le due donne che lo aiutano a fuggire, promettendo loro una grossa somma di denaro ed una indimenticabile vacanza in un resort alle Barbados con tanto di fuoristrada a disposizione.

Il secondo atto è un interessante confronto tra la semplicità di Tullia e Tindara, con il loro linguaggio popolare e spontaneo e il comportamento freddo e calcolatore del noto personaggio pubblico, prima intimorito e timido per i suoi insoliti divertimenti e travestimenti, ma che poi manipola, raggira, tra soldi e sermoni, le due ingenue donne, raccontando dei suoi costosi pantaloni da 33mila euro, dei suoi “servi sciocchi”, della sua solitudine, del suo bisogno di affetto, ostentando la sua superiorità economica e sociale, facendone sfoggio ed impiegando termini che le due donne capiscono a stento. E l’uomo alla fine, attraverso il liquore “nocino”, i suo argomenti, usa Tullia e Tindara, per il raggiungimento del suo scopo.

Nella foto Paola Tiziana Cruciani, Pietro Bontempo e Alessandra Costanzo
Nella foto Paola Tiziana Cruciani, Pietro Bontempo e Alessandra Costanzo

La commedia, tra battute, gag, telefoni che squillano con suonerie vivaci (“Rose Rosse” di Massimo Ranieri e “Tomorrow” di Amanda Lear), con una colonna sonora che è il brano “La favola mia” di Renato Zero, regala tante risate, ma il finale è amaro, come accade spesso nelle opere del commediografo Gianni Clementi. Le due sempliciotte, le due simpatiche “donnacce”, Tullia e Tindara, che dall’inizio alla fine ci hanno sempre messo la faccia, senza mai fingere, pagheranno a caro prezzo la loro ingenuità popolare nel voler aiutare quel noto personaggio arrivato in casa loro con tanto di maschera.

Perfettamente integrati nei loro personaggi i tre interpreti in scena: l’ormai affiatata coppia (apprezzata già in “Sugo finto”) Alessandra Costanzo (nei panni di Tindara Occhibeddi) e Paola Tiziana Cruciani (Tullia Sofia Loren) e Pietro Bontempo, raffinato e calcolatore nel suo personaggio misterioso. Scorrevole nei due atti la regia di Ennio Coltorti, ben congegnata la scelta musicale, colorati  i costumi delle Sorelle Rinaldi, essenziale la scenografia di Jacopo Manni dove, nell’appartamento delle due donne con tanto di balconcino, spicca il vecchio tavolino, prezioso cimelio di famiglia di Tindara, le valigie strapiene e la coperta leopardata, intonata con il tendaggio.

Applausi reiterati degli spettatori alla fine per la messinscena, per gli interpreti e per un testo che affronta le tematiche dei nostri tempi, con  taglio sempre tra comico ed amaro e che stavolta si sofferma sull’aspetto dei due volti della nostra società, quello popolare, ingenuo, spontaneo (rappresentato dalle due simpatiche “donnacce”) e quello colto, fine ma falso, con tanto di maschera dell’arroganza e del doppio gioco (rappresentato dall’uomo pubblico e di classe che inganna tutti per arrivare al suo scopo). Clementi in scena ci mostra due mondi profondamente diversi, due mondi con i quali ci confrontiamo ogni giorno nelle nostre realtà, due mondi apparentemente lontani ma che, invece, si sfiorano per le stesse inquietudini e paure, gli stessi vizi inconfessabili, lo stesso desiderio di evasione e di tenerezza. Due mondi sempre con maschere diverse ed a dimostrazione che, forse, nessuno di noi può fare a meno del gioco ambiguo delle maschere, se vuole sopravvivere. “Donnacce” verrà replicato al “Brancati” sino al 24 Aprile.

Il trailer di “Donnacce”

di Maurizio Sesto Giordano 699 articoli
Giornalista con esperienza trentennale nella carta stampata, ha collaborato per oltre venticinque anni col “Giornale di Sicilia”. Cronista e critico teatrale, da anni collaboratore dell’associazione Dramma.it, cofondatore nel 2005 del quotidiano di informazione www.cronacaoggiquotidiano.it. Esperto in gestione contenuti, editing, video, comunicazione digitale e newmedia, editoria cartacea, consulenza artistica, teatrale e sportiva.

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