Omelia del Santo Natale di Gregorio di Nazianzo: “Cristo nasce, cantate gloria, Cristo scende dal cielo, andategli incontro, Cristo è in terra, alzatevi. Cantate al Signore da tutta la terra”

San Gregorio di Nazianzo

Girolamo di Stridone (347-420) nel suo De viris illustribus, così scrive: <<Gregorio, vescovo di Nazianzo, dotato di somma eloquenza, mio maestro nell’interpretazione delle Sacre Scritture, compose tutte le opere in circa trentamila righe.  Tra di esse figurano le seguenti: Sulla morte del fratello Cesario, Sull’amore dei poveri, Elogio dei Maccabei, Eelogio di Cipriano, Elogio di Atanasio, Elogio del filosofo Massimo, tornato dall’esilio, che taluni vollero poi sostituire con il falso nome di Erone (dato che esiste un altro libro che racchiude improperii  contro il medesimo Massimo; come se non fosse possibile lodare e biasimare la stessa persona in circostanze diverse). Scrisse, inoltre: un Libro, in esametri della Verginità e delle Nozze, disputanti tra di loro, due libri Contro Eunomio, un libro Sullo Spirito Santo, un libro Contro l’imperatore Giuliano. Riguardo allo stile, seguì Polemone. Dopo aver nominato a suo posto un altro vescovo, si ritirò in campagna a far vita solitaria. Morì all’incirca tre anni fa (389-390), sotto l’imperatore Teodosio >> (cap. 117).

Gregorio di Nazianzo (329-390), insieme con Basilio di Cesarea (330-379), soprannominato il Grande,  e Gregorio di Nissa (335-395), è uno dei <<tre grandi cappadoci>> che alla fine del IV secolo riuscirono con il loro impegno dottrinale, teologico e politico a concludere positivamente le polemiche trinitarie.

Gregorio nacque nel 329 ad Arianzo, sobborgo della Tiberina in Cappadocia in vicinanza di  Nazianzo o Diocesarea. Il padre, Gregorio di Nazianzo il Vecchio (280 ca.-374) che si era convertito al cristianesimo dalla setta giudaico-pagana degli Hypsistari,  cioè degli adoratori dell’Altissimo, grazie alle preghiere della moglie Nonna, di fede cristiana e <<di carattere superiore ad un uomo>> (De vita sua: PG 37,1053),  nel 374  divenne vescovo della Chiesa di Nazianzo.  

Frammento di affresco di anonimo dell’VIII sec. di San Gregorio di Nazianzo
parete a destra dell’abside della Chiesa di S. Maria Antiqua, Roma

Il giovane Gregorio frequentò prima la scuola di retorica a Cesarea di Cappadocia, dove strinse amicizia con Basilio, futuro vescovo di Cesarea, poi le scuole cristiane di Cesarea di Palestina, dove ebbe per maestro il retore Thespesio, e di Alessandria, nel tempo in cui vi era patriarca Atanasio (295 ca.-373), dove fu discepolo di Didimo il Cieco (313-398) e lì conobbe pure Girolamo e incontrò di nuovo Basilio (Cfr. Disc. 43,14,24 In laudem Basilii magni, PG 36,493-606). Infine si recò alla scuola superiore pagana di Atene, illustre per ottocento anni di tradizione, patria della filosofia platonica, dove allargò la sua formazione culturale secondo le tendenze dell’ambiente e l’attrattiva del suo spirito appassionato del bello, allo studio dei grandi scrittori e dell’arte del dire. La frequenza a questa scuola di eccellenza lasciò in Gregorio un’orma profonda: là Gregorio ascoltò le lezioni Imerio di Prusia (315-386), importante esponente della Sofistica Tardoantica, e di Proeresio (276-368), retore e insegnante di filosofia cristiana di origine armena tra i più celebrati del tempo, e lesse con ammirazione le opere del filosofo Polemone dell’Accademia Platonica del II secolo e di Temistio (317 – 387), filosofo esegeta di Aristotele in una sua scuola di Costantinopoli. Gregorio indirizzò a Temistio due lettere la n. 24 e la n. 38. In quest’ultima egli definisce il filosofo “il re delle parole”.  Poco dopo di lui, vi giunse anche Basilio che Gregorio aveva già conosciuto a Cesarea di Cappadocia e con il quale ad Atene si era legato di sincera e profonda amicizia. Rientrato nella nativa Cappadocia,  per qualche tempo Gregorio continuò gli studi e, all’età età di quasi trent’anni, ricevette il Battesimo  anche se per breve tempo insegnò retorica e si occupò degli affari di famiglia. Poi, attratto dal desiderio di solitudine, accettò l’invito di Basilio di condividere con lui la vita di preghiera e di penitenza nel cenobio che lui aveva fondato sulle sponde dell’Iris, nel Ponto.

Gregorio stesso scriverà: <<Nulla mi sembra più grande di questo: far tacere i propri sensi , uscire dalla carne del mondo, raccogliersi in se stesso, non occuparsi più delle cose umane, se non di quelle strettamente necessarie; parlare con se stesso e con Dio, condurre una vita che trascende le cose visibili; portare nell’anima immagini divine sempre pure, senza mescolanza di forme terrene erronee; essere uno specchio immacolato di Dio e delle cose divine,  e di divenirlo sempre di più, prendendo luce da luce…; godere, nella speranza presente, il bene futuro, e conversare con gli angeli; avere già lasciato la terra, pur stando in guerra, trasportati in alto con lo spirito>>   

Fu probabilmente là che lavorò con Basilio alla Filocalia (antologia origeniana) e alla compilazione delle due regole monastiche tramandate sotto il suo nome. Nel 362, cedendo alle insistenze del padre, vescovo di Nazianzo, e di quella comunità, anche se riluttante, abbandonò la solitudine del cenobio e si lasciò ordinare presbitero. In un primo momento, non del tutto raro a quei tempi, cercò di sottrarsi all’ordinazione presbiterale con la fuga e giustificò il suo comportamento  nel celebre  discorso autobiografico  Apologeticus de fuga sua in cui il Nazianzeno chiarisce i motivi del suo rifiuto a ricevere l’ordinazione presbiterale illustrando nello stesso tempo anche la dignità e i doveri del sacerdozio (PG 35.407-514). Poi tornò e aiutò il padre nel governo della diocesi in piena obbedienza ma alternando l’intenso ministero pastorale con le fughe nella solitudine. Tutto questo però non durò a lungo perché il vescovo Gregorio di Nazianzo il Vecchio morì nel 374. Basilio, il grande amico di Gregorio, che nel 370 era divenuto Metropolita di Cesarea, chiese il suo aiuto durante la lotta di giurisdizione che egli ebbe con Antemio, vescovo di Tiana (†372). Basìlio, che aveva creato alcune nuove diocesi, a capo di una di queste, la diocesi di Sàsima, pose l’amico Gregorio, che a malincuore, nella Pasqua del 371 si lasciò ordinare vescovo da Basilio, Metropolita di Cesarea. Gregorio però non andò mai in quel borgo strategicamente importante della Cappadocia e non ne prese mai possesso rimanendo a Nazianzo, sentendosi inadatto a sostenere una lotta difficile e ingrata.

San Gregorio di Nazianzo, affresco medievale;  Monastero di SimonopetraMonte Athos (Grecia)

Nel 379 accettò, con molte esitazioni, di andare a Costantinopoli a reggere la piccola  comunità  di fede nicena che era minacciata dalle violenze degli ariani. Inaspettatamente Gregorio si mostrò un uomo di governo deciso ed energico, in grado di riaccendere le speranze nel cuore del piccolo gruppo fedele al Concilio di Nicea e alla fede trinitaria, finché l’editto di Tessalonica, emanato da Teodosio I nel febbraio del 380, stabilì che l’unica fede dell’impero era quella professata da papa Damaso (305-384) e da Pietro II d’Alessandria (+380), quindi la nicena.

Durante il suo soggiorno a Costantinopoli Gregorio, nella piccola chiesa dell’Anastasis pronunciò cinque Discorsi teologici (n. 27-31: PG 36, 11-26; 25-74; 73-104; 103-134; 133-72) proprio per difendere e rendere intellegibile la fede trinitaria, dando così il meglio di sé sul piano intellettuale. Il Nazianzeno ricevette, a motivo di questi discorsi, l’appellativo di <<teologo>>. In queste omelie Gregorio affronta il problema trinitario in senso stretto. Egli nell’omelia n. 29 confuta le obiezioni ariane riguardo alla generazione del Figlio; in essa il Nazianzeno raccoglie i passi scritturistici che confermano la perfetta parità di sostanza del Figlio con il Padre. Infine, nell’omelia n. 31, egli riprende il problema dello Spirito Santo, la cui piena e perfetta divinità apertamente proclamata, superando chi l’aveva affermata solo implicitamente, ricavandola, cioè, dal fatto che lo Spirito gode di pari onore con le altre due Persone divine, il Padre e il Figlio. Gregorio espone la sua dottrina teologica partendo dai fondamenti posti da Basilio e introduce i concetti di <<non generazione>>, <<generazione>>, <<processione>>, in modo che quest’ultimo termine, che indica lo Spirito, inserisce la terza Persona in modo più organico dentro la sostanza divina.

Gregorio espone la sua dottrina trinitaria anche in altre omelie: per esempio in quella che celebra il Natale (n. 38: In Theophania PG 36, 311-331), in quella sull’Epifania di Cristo (n.39: In sancta lumina, PG 36. 335-360), in quella che celebra il Battesimo di Cristo (n. 40: In sanctum baptisma, PG 36, 359-428), esempio e modello per il battesimo di tutti i cristiani, i quali, secondo un’abitudine di quei tempi, rimandavano il battesimo alla fine della propria vita, ritenendo l’atto più perfetto di penitenza davanti a Dio; infine in quella sulla Pentecoste (n. 41: PG 36, 427-452)), in cui si ribadisce la divinità dello Spirito Santo cercando di convincere a proposito, se non gli ariani, almeno i pneumatomachi. Gregorio espone la sua dottrina trinitaria anche in altre omelie; e certamente ha un chiaro significato anche l’omelia n. 21 In laudem Athanasii  (PG 35,1061-1128) dove Gregorio, a Costantinopoli, in un ambiente ariano, celebra il grande vescovo di Alessandria, campione della fede cattolica nella lotta contro gli eretici.

L’antico scrigno di rame con i sigilli del papa Gregorio XIII che custodisce le Venerate Reliquie di san Gregorio di Nazianzo, collocato in fondo alla muratura dell’altare della Cappella Gregoriana di san Pietro in Vaticano, dove ancora oggi sono custodite.

Le omelie costantinopolitane di Gregorio hanno, come quelle del periodo di Nazianzo, un marcato carattere personale: Gregorio passa dall’affermazione della propria debolezza all’ironia nei confronti dei suoi nemici, quando parla della propria intronizzazione sul seggio episcopale nell’omelia n. 36 De seipso (PG 35,265-280) o ricorre al sarcasmo quando, fatto oggetto, insieme alla comunità dei suoi fedeli, delle violenze degli ariani, finge di confessare a questi ultimi che sono stati i niceni, invece, i colpevoli (omelia n. 33 Contra Arianos: PG 36,213-238). In questo periodo si colloca anche l’unica omelia di contenuto esegetico, la n. 37 (In Mattheum XIX: PG 36,1-2); in essa Gregorio spiega la pericope evangelica dedicata  al <<farsi eunuchi>> per amore del regno dei cieli (Cfr. Mt 19,1-12), e segue  un criterio esegetico che poco indulge allo spiritualismo, diversamente da quanto fa in quegli stessi anni il suo amico Gregorio di Nissa.

Nei mesi di maggio e giugno 381, mentre si svolgevano i lavori del Concilio di Costantinopoli, voluto da Teodosio I per ratificare nella sede più adatta l’editto di Tessalonica, condannare definitivamente l’eresia ariana e risolvere altre questioni, Gregorio fu eletto vescovo di Costantinopoli assumendo così la presidenza del Concilio. Ma subito si scatenò contro di lui una forte opposizione, finché la situazione divenne insostenibile. Si ripeteva quello che Gregorio avena lamentato precedentemente con accorate parole: <<Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e Cristo. Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell’Amore, ci siamo divisi l’uno dall’altro!>> (Disc., 6,3, De pace ad monachos: PG 36,721-752). Si giunse così in un clima di tensione, soprattutto a causa dei vescovi egiziani e di alcuni occidentali che accusavano Gregorio di non essere il vescovo legittimo perché era stato già nominato vescovo di Sasima da Basilio portando così il Nazianzeno alle dimissioni. Gregorio, nell’affollatissima Cattedrale di Costantinopoli pronunciò per l’occasione un’ultima sua omelia, carica di grande effetto e di dignità che è di addio definitivo al Concilio e a Costantinopoli. Egli concludeva il suo intervento con queste parole: <<Addio, grande città, amata da Cristo… Figli miei , vi supplico, custodite il deposito della fede che vi è stato affidato (Cfr. 1Tim 6,20), ricordatevi delle mie sofferenze (Cfr. Col 4,18). Che la grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi>> (Cfr. Disc,. 42,27 Supremum  vale,  PG 36,457-492).

La Cappella Gregoriana in San Pietro in Vaticano che custodisce le Reliquie di San Gregorio di Nazianzo

Gregorio fece ritorno a  Nanzianzo dove pronunciò le sue ultime orazioni: nel 383 quella per la domenica in Albis (omelia n.  44 In novam Dominicam: PG 36,607-622) e quella sulla Pasqua (omelia n.45 In sanctam Pascha: PG 36,623-664). A Cesarea, nel 382, Gregorio pronunciò l’encomio di Basilio (n.43 In laudem Basilli magni: PG 36,493-606). Questa orazione costituisce un notevole documento del genere letterario dell’encomio che, inizialmente era usato in ambiente pagano, è da Gregorio adattato a un personaggio cristiano. Gregorio, inoltre, manifesta in modo chiaro quello che doveva essere  l’ideale della cultura cristiana professato dai cappadoci: l’oratore pur sapendo che molti cristiani criticano il suo uso della letteratura pagana, difende con pacatezza ma con decisione il suo diritto a servirsi dell’eredità dei classici, perché ciò non significa una rinuncia della fede.

Le omelie costituiscono il vertice dell’arte di Gregorio di Nazianzo e uno dei punti più alti a cui è giunta la letteratura cristiana di lingua greca. Educato dai grandi maestri di retorica del tempo, Gregorio apprese l’arte dell’oratoria fiorita e ricca di movenze appassionate, come l’invettiva, l’entusiasmo, lo scoramento; pur nell’attenta elaborazione del suo esprimersi, egli manifesta appieno i suoi sentimenti più personali; il lessico è ricchissimo e spesso poetico, come era d’uso nella produzione retorica contemporanea, con allusioni agli autori classici che Gregorio conosceva benissimo; d’altra parte questi riferimenti richiedevano costantemente un adattamento al nuovo testo nel quale erano inseriti. Infine, l’aver posto la teologia trinitaria come oggetto della sua raffinata eloquenza gli ha procurato nell’età bizantina il titolo di <<il Teologo>> per eccellenza, cioè di colui che meglio degli altri ha  saputo <<parlare di Dio>>.

L’ampiezza degli interessi culturali e la facilità a scrivere affrontando i problemi più disparati e manifestando i più vari sentimenti fecero sì che il Nazianzeno ci lasciasse  un altro notevolissimo prodotto letterario: mi riferisco alle sue composizioni poetiche. Si tratta di una produzione abbondantissima, composta lungo tutto l’arco della sua vita; tuttavia indicazioni cronologiche precise mancano quasi del tutto. Gregorio coltivò quasi tutti i generi poetici tradizionali, ma la sua vasta produzione poetica di circa 18.000 versi in 400 componimenti denuncia spesso l’artificio retorico e lo sforzo di adattamento al metro. Quanto al contenuto queste poesie sono tradizionalmente divise in due gruppi: teologiche, dogmatiche, morali e storiche, autobiografiche, tra cui il carme XI De vita sua, di quasi 2000 versi, il carme XII di oltre 800 versi, e altre. Le composizioni raggiungono accenti di viva e commossa poesia soprattutto là dove affiora l’elemento autobiografico o la malinconia quasi romantica dell’autore che che medita sulla caducità delle cose umane o vagheggia un ideale di solitudine e di contemplazione. Anche nelle poesie teologiche si trovano elementi di assoluta perfezione, soprattutto là dove davanti a l mistero dell’ineffabile crea sospensioni piene di intensità drammatica e di silenzi pervasi da vari stupori.

<<L’intensità del sentimento giunge  talvolta ad infrangere gli schemi tradizionali della metrica classica quantitativa – scrive Eugenio Corsini – per quelli più moderni  dell’accento e del numero di sillabe>>. L’Inno vespertino, per il card. Michele Pellegrino, <<è una effusione di preghiera umile e fidente, in cui è vivo il sentimento della natura nella nostalgia  della luce che fugge, richiamo alla luce eterna, il Verbo di Dio; e l’Esortazione  a una vergine, è un discorso del vescovo al suo gregge. In questi due inni – continua il Card. Pellegrino – il criterio metrico è abbandonato, o, se in qualche modo fa sentire il suo influsso, è per suggerire un tipo di poesia accentuativa che da quello desuma certi modi, interpretati secondo la nuova sensibilità>>. Un posto di rilevo, all’interno della produzione poetica del Nazianzeno, occupa, nonostante che la sua autenticità sia controversa, una tragedia, La Passione di Cristo, che ebbe grande fama e diffusione in età bizantina.  

Ad Arianzo Gregorio compose anche la sua opera poetica, soprattutto autobiografica: le Poesie sulla sua vita, una rilettura in versi del suo cammino umano e spirituale, cammino esemplare di un cristiano sofferente, di un uomo di grande interiorità  in un mondo pieno di conflitti. Il Nazianzeno, che è un uomo che fa sentire il primato di Dio, parla anche a noi oggi: senza Dio l’uomo perde la sua grandezza, senza Dio  non c’è vero umanesimo. In una delle sue poesie, Gregorio aveva scritto, rivolgendosi a Dio: <<Sii benigno, Tu, l’Aldilà di tutto>> (Poesie (dogmatiche) 1,1,29).

Tra i brani e i testi dei Padri della Chiesa un posto di eccellenza occupa il Discorso n. 38 In Theophania di Gregorio di Nazianzo per il Natale. Qui il vescovo  dice alla sua comunità: <<Cristo nasce, cantate gloria, Cristo scende dal cielo, andategli incontro; Cristo è in terra, alzatevi. Cantate al Signore da tutta la terra.

E per riassumere queste due cose in una sola: Gioiscano i cieli, esulti la terra, poiché colui che è del ciclo è ora in terra. Cristo si è fatto carne, tremate e gioite; tremate per il peccato; gioite per la speranza. Cristo nasce dalla Vergine […]. Chi non adora colui che è il principio? Chi non loda e non glorifica colui che è la fine? Di nuovo si dissipano le tenebre, di nuovo viene creata la luce, di nuovo l’Egitto è tormentato dalle tenebre, di nuovo Israele è illuminato per mezzo della colonna. Il popolo che è nelle tenebre dell’ignoranza veda la grande luce della conoscenza. Le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove.

 2. Anch’io proclamerò la forza e la potenza di questo giorno; colui che non è stato generato dalla carne si incarna; il Verbo prende consistenza; l’invisibile diventa visibile; l’intangibile si può toccare; colui che è senza tempo comincia ad esistere nel tempo; il Figlio di Dio diventa Figlio dell’uomo, Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre. La festa che noi celebriamo è la venuta di Dio tra gli uomini, perché noi possiamo accedere a Dio o (per meglio dire) ritornare a Dio, affinché, abbandonato l’uomo vecchio, ci rivestiamo del nuovo; e come siamo morti nel vecchio Adamo, così viviamo in Cristo; infatti con Cristo nasciamo, siamo messi in croce, veniamo sepolti e risorgiamo. Perciò celebriamola in modo divino e non come si suoi fare nelle feste pubbliche; non con spirito mondano ma oltremondano; celebriamo non ciò che è nostro, ma di lui che è nostro o, per meglio dire, di lui che è il Signore; celebriamo non ciò che arreca infermità, ma ciò che cura; non ciò che riguarda la creazione, ma la rigenerazione>> (Oraz., 38,1: PG 36) […] <<Ecco quale è la festa che celebriamo oggi: la venuta di Dio presso gli uomini affinché andiamo a Dio o ritorniamo a lui – è più esatto parlare di ritorno -, affinché  deponiamo l’uomo vecchio e ci rivestiamo del nuovo (cfr. Ef 4,22-24) e, come siamo morti in Adamo, così viviamo in Cristo (Cfr. 1Cor 15,22), nascendo con lui, con lui essendo crocifissi, con lui sepolti, con lui resuscitando (Cfr. Rm 6,4; Col 2,12; Ef 2,6).[…] Per questo non celebriamo la festa come fosse una solennità profana, ma in maniera divina, non in maniera mondana, ma sovramondana, non come una nostra festa, ma come quella di colui che è nostro, o piuttosto del Signore, non come festa della malattia, ma della guarigione, non come quella della creazione, ma della ri-creazione. […] Dio sempre fu e sempre è e sarà, o piuttosto, egli è sempre. Poiché le espressioni «era» e «sarà» corrispondono a divisioni umane del tempo e della natura sottoposte a mutamento; «colui che è» è invece il nome che si da Dio stesso quando si rivela a Mosè sulla montagna (Cfr. Es 3,14). Riunendo tutto in se stesso, possiede l’essere senza principio, senza termine, è come un oceano di esistenza senza limiti né confini, che va al di là di ogni idea di tempo e di natura. […] Ma ora sappi che Cristo è concepito. Esulta, dunque, se non come Giovanni nel seno di sua madre (Cfr. Lc 1,41), almeno come David al vedere che l’arca trova riposo (Cfr 2Sam 6,14); onora il censimento, grazie al quale sei stato inscritto nei cieli; celebra la Natività grazie alla quale sei stato liberato dai legami di una nascita [puramente umana, per rinascere a quella divina]; onora la piccola Betlemme che ti ha ricondotto in paradiso, adora la mangiatoia, tu che, insensato, sei stato nutrito dal Verbo>> (Oraz. 38,4.7.17: PG 36).

San Gregorio di Nazianzo
Miniatura da un codice greco del XII secolo
Conservato nel Monastero di Santa Caterina al Sinai

Gregorio morì nel 390 ad Arianzo dove era nato e si era ritirato in solitudine. Le sue reliquie vennero conservate per molti secoli nella chiesa di Tutti i Santi a Costantinopoli. Secondo una tradizione attestata solo nel XVII secolo, le reliquie del Nazianzeno sarebbero giunte a Roma tramite alcune monache bizantine sfuggite alle persecuzioni iconoclaste dell’VIII secolo iniziate dall’imperatore d’Oriente Leone III Isaurico (675 ca – 741) e continuata dal figlio Costantino V Copronimo (718-775), che gli successe nel 741. Le monache avrebbero deposto le reliquie dapprima nel monastero di Santa Maria in Campo Marzio a loro donato dal papa Zaccaria (679 – 752) che poi  monastero che poi assunse il nome di Santa Maria e San Gregorio; di lì furono traslate nella basilica di San Pietro in Vaticano nel 1580, per volere di papa Gregorio XIII (1502-1585), dove tuttora sono conservate. Secondo un’altra tradizione, non confermata da fonti, le reliquie di san Gregorio di Nazianzo sarebbero giunte a Roma all’epoca della IV Crociata (1202-1204), dopo il sacco di Costantinopoli causato dai Crociati nel 1204. Il 27 novembre 2004 papa Giovanni Paolo II ha fatto dono al patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli di una parte delle reliquie di san Gregorio  venerate in San Pietro in Vaticano nella Cappella Gregoriana.

Gregorio di Nazianzo, il Teologo, che  nel 1568 è stato proclamato Dottore della Chiesa orientale dal santo pontefice Pio V, dalla Chiesa ortodossa   è salutato, insieme a Basilio di Cesarea e a Giovanni Crisostomo come uno dei “Tre Gerarchi”.

Nel Martirologio Romano è scritto:  <<Memoria dei santi Basilio Magno e Gregorio  Nazianzeno, vescovi e dottori della Chiesa. Basilio, vescovo di Cesarea in Cappadocia, detto Magno per dottrina e sapienza, insegnò ai suoi monaci la meditazione delle Scritture e il lavoro nell’obbedienza e  nella carità fraterna e ne disciplinò  la vita con regole da lui stesso composte; istruì i fedeli con insigni scritti e rifulse per la cura pastorale dei poveri  e dei malati: morì il primo gennaio). Gregorio, suo amico, vescovo di Sosima, quindi di Costantinopoli e infine di Nazianzo, difese con grande ardore la divinità del Verbo e per questo motivo  fu chiamato anche il Teologo. Si rallegra la Chiesa nella comune memoria  di così grandi dottori>>.

25  gennaio, ricorrenza secondaria: <<A Nazianzo in Cappadocia,  nell’odierna Turchia, anniversario della morte di san Gregorio, vescovo, la cui memoria si celebra il 2 gennaio)>>.

Diac. Dott. Sebastiano Mangano

Già Cultore di  Letteratura Cristiana Antica 

nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania

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